Da Gioia Tauro a Tropea, Isola e Corigliano: la ‘ndrangheta che trasforma gli scali portuali in laboratori criminali
Protagonisti clan di primo livello come La Rosa, Mancuso, Arena e Straface, che hanno orientato i propri interessi su business “legali”

Non solo il porto di Gioia Tauro, con i sequestri record legati ai traffici criminali. Se lo scalo reggino si conferma il gigante delle rotte internazionali, altri porti calabresi appaiono sempre più nitidamente nelle mappe del crimine. Si tratta di una strategia più sottile: l’infiltrazione nel business legale e nei servizi portuali dei piccoli scali. Protagonisti clan di ‘ndrangheta di primo livello come La Rosa, Mancuso, Arena e Straface.
Sono queste le evidenze che emergono nell’ultimo report di Libera “Diario di Bordo”, che fotografa un sistema dove il 65,5% dei principali porti commerciali italiani risulta ormai esposto agli interessi di ben 26 diversi gruppi criminali. Tra di esse spiccano ‘ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra, ma anche altre organizzazioni criminali, come la Banda della Magliana, Sacra Corona Unita, Stidda e gruppi criminali baresi. Si registrano inoltre proiezioni di diversi gruppi di cui è nota sola la provenienza geografica (dove svolgono le principali attività o da dove provengono i membri) indicata come Asia, Est Europa, Nord Africa, oppure, in alcuni casi, la nazione specifica: Albania, Cina, Messico e Nigeria.
Tra il 2018 e il 2025 sono stati documentati 45 episodi di presunta corruzione nelle Autorità di Sistema Portuale italiane.
Il ruolo della ‘ndrangheta e i legami con le altre organizzazioni criminali
Accanto alla ‘ndrangheta e alla Camorra – viene spiegato nel report – si muovono «gruppi stranieri di origine bulgara e albanese». Una pluralità di attori dimostra come i porti siano diventati laboratori di cooperazione criminale dove le mafie tradizionali italiane dialogano con organizzazioni emergenti. Il quadro descritto raccolto nel report di Libera non lascia spazio a interpretazioni. La fotografia scattata dalla Dia conferma un’operatività corale. Il mercato della cocaina nei porti italiani, secondo il report, restituisce l’immagine di un sistema «fortemente strutturato e transnazionale». Una macchina economica che utilizza i grandi volumi containerizzati di Gioia Tauro per i massicci rifornimenti, ma che non disdegna i flussi minori veicolati attraverso traghetti e passeggeri, in una continua sperimentazione di tecniche volte a eludere le maglie della giustizia. In Calabria, la sfida per la legalità passa inevitabilmente dal controllo di queste banchine, dove il confine tra economia globale e profitto criminale si fa ogni giorno più sottile.
Gioia Tauro: la capitale del narcotraffico nel Mediterraneo
Un’analisi che certifica una realtà numerica schiacciante: il 65,5% dei principali porti commerciali italiani è stato esposto agli interessi dei clan. Tra i 71 scali monitorati, 38 risultano sotto la lente delle autorità per la presenza di almeno 26 gruppi criminali, un mix letale che vede collaborare mafie storiche, nuove compagini nazionali e cartelli stranieri.
Al centro di questo sistema si staglia il porto di Gioia Tauro. Lo scalo calabrese non è solo un punto di riferimento per il transhipment internazionale, ma si conferma come «uno dei principali hub della cocaina nel Mediterraneo». I dati sono impressionanti: negli ultimi dieci anni sono state sequestrate oltre 54 tonnellate di polvere bianca. Solo nel 2025, Gioia Tauro ha consolidato il suo triste primato con 13 eventi criminali registrati, segnando un incremento del 62,5% rispetto all’anno precedente.
Le indagini evidenziano una capacità di mimetizzazione che sfida ogni controllo doganale. I carichi di droga, con pesi che variano da pochi chili fino alla cifra record di 1.170 kg, viaggiano occultati in ogni tipo di merceologia. Il report di Libera elenca metodi che rasentano l’ingegnosità criminale: «bobine di carta, banane, sacchi di materiale combustibile, container refrigerati contenenti polpo e gamberi surgelati, sacchi di sesamo, noccioline e persino autoveicoli usati». Questa eterogeneità conferma come lo scalo sia ormai uno «snodo strutturale delle rotte transatlantiche», dove la ‘ndrangheta detta legge grazie a una rete transnazionale e multilivello.
La ‘ndrangheta oltre la droga: il business del “legale”
Ma la criminalità organizzata calabrese non si limita al traffico di stupefacenti. Il report di Libera accende i riflettori su una strategia più sottile e forse ancora più pericolosa: l’infiltrazione nel business legale e nei servizi portuali dei piccoli scali. Se Gioia Tauro è il gigante dei traffici, altri porti calabresi appaiono sempre più nelle mappe del crimine. Le evidenze raccolte mostrano come i clan locali abbiano diversificato i propri investimenti in settori insospettabili. A Tropea, ad esempio, il clan La Rosa ha messo le mani sui «servizi connessi al trasporto marittimo», mentre il clan Mancuso ha orientato i propri interessi nel comparto del «trasporto marittimo di passeggeri». Spostandosi sulla fascia ionica, a Isola Capo Rizzuto, le infiltrazioni del clan Arena hanno riguardato le «attività di preparazione del cantiere edile e di sistemazione del terreno», mentre a Corigliano Calabro il clan Straface ha puntato dritto alla «gestione dei pubblici mercati».
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