San Giorgio d’Oro 2026, a Reggio Calabria il premio a chi costruisce il futuro
Dal medico Martino all’attore Fonte fino alla memoria di Gino Zani, storie diverse unite da un legame che non si spezza

REGGIO CALABRIA San Giorgio è il santo che uccide il drago. È per questo che Reggio Calabria lo ha scelto come patrono — una città che i draghi li ha conosciuti tutti: i terremoti, la ‘ndrangheta, l’abbandono, la retorica del declino che alla lunga diventa più devastante di qualsiasi calamità naturale. E ogni anno, per il 23 aprile giorno in cui la città festeggia il suo patrono, la città sceglie di celebrare non il drago ma chi lo combatte. In silenzio, spesso. Senza telecamere, quasi sempre. Con la testardaggine di chi ha deciso che questa terra vale la pena di essere servita. Il Teatro Comunale Francesco Cilea ha ospitato stamane la cerimonia di conferimento del San Giorgio d’Oro 2026, la più alta onorificenza che il Comune di Reggio Calabria possa assegnare. Istituita nel 1993 per volontà di Italo Falcomatà — il sindaco della Primavera di Reggio, sindaco visionario, uomo che credeva nel riscatto della sua gente — questa ricorrenza è diventata nel tempo qualcosa di più di una cerimonia ufficiale.
È il momento in cui la città smette di lamentarsi e inizia a riconoscersi. In cui guarda i propri figli negli occhi e dice: ce l’avete fatta. L’edizione di quest’anno è particolarmente ricca e partecipano anche i ragazzi impegnati nei laboratori di Music Producer e Storytelling del centro di aggregazione giovanile “GenerAttivi”, nell’ambito del progetto “POC_RC Largo ai Giovani”. Sul palco del Cilea, così, si alternano storie diverse per provenienza e campo di impegno, accomunate da un filo invisibile ma resistente: il legame con questa terra, scelto o mantenuto anche quando sarebbe stato più comodo scioglierlo. C’è chi ha ricostruito la città mattone per mattone, chi ha curato i suoi malati rifiutando di andarsene, chi l’ha portata sul tetto del mondo del cinema, chi ha contribuito a mantenerla pulita con gli attivisti di Plastic Free e chi è legato alla Reggina e al mondo del calcio da una vita, come il medico Pasquale Favasuli e tanti altri ancora.

Il premio e la sua storia
Il San Giorgio d’Oro non è nato per caso. Italo Falcomatà lo immaginò come uno specchio: un oggetto in cui la città potesse riconoscersi nelle persone migliori che aveva saputo produrre. Uno strumento di identità, non di celebrazione. Nel tempo è diventato esattamente questo: una mappa annuale dell’eccellenza reggina, tracciata non dai potenti ma da chi ha lavorato, creato, curato, resistito. Trentatré anni dopo, quel senso non si è perso. Anzi, in un’epoca in cui la Calabria fatica a raccontarsi senza cadere nel folklore o nel vittimismo, una cerimonia come questa assume un peso specifico ancora maggiore. Dice che esiste un’altra narrazione possibile. E che passa, inevitabilmente, dai volti di chi è rimasto.


Il medico
Tra i premiati di quest’anno c’è il dottor Massimo Martino, ematologo, direttore del Centro Trapianti di Midollo Osseo e Cellule Staminali dell’Azienda Ospedaliera Bianchi-Melacrino-Morelli. Un professionista che ha scelto di costruire la sua carriera interamente al Sud — prima in Sicilia, poi in Calabria — investendo ogni energia per dimostrare che una sanità di qualità è possibile anche qui.
«Ho speso tutte le mie energie affinché si possa cercare di avere fiducia nella sanità calabrese e in quello che noi facciamo», ha detto dopo la cerimonia ai microfoni del Corriere della Calabria. Parole asciutte, senza retorica. Come chi è abituato a far parlare i risultati. E i risultati, nel suo reparto, ci sono: percorsi di cura all’avanguardia per patologie ematologiche complesse, nuove terapie in arrivo, uno staff che lavora con dedizione quotidiana. «Possiamo garantire le migliori cure che ci sono in questo momento», ha aggiunto, «grazie al sacrificio di tutti, non soltanto mio». Ma c’è un passaggio delle sue parole che rimane nell’aria più degli altri, quello rivolto ai giovani: «Non bisogna assolutamente allontanarsi da questa regione. Anzi, bisogna cercare di convincere i giovani a rimanere con noi e a darci una mano».
L’attore
C’è una foto che gira ancora, a distanza di anni: Marcello Fonte sul palco del Festival di Cannes, la Palma d’Oro tra le mani, gli occhi lucidi di chi non riesce ancora a crederci del tutto. Nato a Melito di Porto Salvo, cresciuto tra Archi e Arghillà — periferie che la città spesso dimentica di avere — arrivato a Roma nel 1999 quasi per caso. Poi i piccoli ruoli, la gavetta, la pazienza. Poi Matteo Garrone, poi “Dogman”, poi Cannes. Poi il Nastro d’Argento, l’European Film Award.
Quello che però colpisce di Fonte — quello che lo rende diverso da tante storie di successo che finiscono per diventare cartoline sbiadite — è che non è mai andato via davvero. Con il suo spettacolo “Asino Vola” è tornato tra quelle strade a portare teatro dove il teatro non arriva, a guardare negli occhi i ragazzi che crescono nello stesso posto in cui è cresciuto lui. Quando il sindaco facente funzioni Mimmo Battaglia, insieme all’assessore Alex Tripodi, gli consegna il San Giorgio d’Oro, non trattiene l’emozione. Poi sceso dal palco ci confida: «C’è stata una grande emozione: è difficile descriverla a parole. Ricevere un premio così importante è qualcosa che si prova fino in fondo, un’esperienza intensa e unica. Ero davvero molto emozionato: vedere mia madre in sala, il teatro pieno… sono momenti che restano dentro. Davvero, un’emozione fortissima». La madre in sala. Il teatro pieno. Due dettagli che valgono più di qualsiasi discorso ufficiale. Sul fronte lavorativo, Fonte è attualmente in sala con due film — Don Chisciotte di Fabio Segatori e L’Oratore di Marco Pollini — e sta muovendo i primi passi su un nuovo progetto, ancora in fase embrionale, da girare in Calabria a Crotone. Una stagione creativa tutt’altro che in pausa.
Le altre personalità premiate e le polemiche
L’edizione 2026 porta sul palco molte altre storie, è lungo l’elenco dei premiati, e anche qualche polemica. Sul nome di Nino Spirlì, ex presidente facente funzioni della Regione Calabria ecco che si alza la voce del candidato sindaco de La Strada, Saverio Pazzano, già consigliere comunale. Scrive su Fb Pazzano: Saverio Pazzano, già Consigliere Comunale e attuale candidato Sindaco di Reggio Calabria alle prossime Comunali, che però ha utilizzato toni meno aggressivi. “Io non conosco le motivazioni delle benemerenze conferite. Non le so ora, e non le ho mai conosciute prima che venissero lette nelle cerimonie. C’è un Regolamento per il conferimento del San Giorgio d’oro, deliberato nel 2015, che non è mai e dico mai e ribadisco mai stato adottato. Mai…si è capito?”. “Dunque non so quale motivazione sia alla base del riconoscimento conferito a Nino Spirlì, che -da Regolamento- dovrebbe essere assegnato a maggioranza assoluta dei consiglieri comunali. Immagino la maggioranza assoluta sia silentemente d’accordo sul conferimento. Pur senza conoscerne le ragioni. Non si discute la persona, né le sue vicende umane degne della massima solidarietà. Ma le sue idee, di società, di Mediterraneo, di cultura, che mi augurerei mille miglia lontane dalla maggioranza assoluta del consiglio comunale e dunque della comunità cittadina… almeno per qualche settimana ancora. Nei titoli di coda ci sono forse scritti i titoli di inizio… Ormai è evidente da mesi, ma pochi si fermano a leggerli. Le motivazioni sono scritte, qualcuno le proclamerà. Foto di rito e battimani”.
Poi c’è il premio alla memoria dell’ingegner Gino Zani, sammarinese di nascita ma reggino d’adozione: arrivò in città nel 1908, pochi mesi dopo il terremoto che l’aveva rasa al suolo, e non ripartì più. Per ventisette anni costruì, progettò, ricostruì — la Prefettura, il Palazzo del Genio Civile, interi isolati. Il volto moderno di Reggio porta ancora, in modo invisibile, la sua firma. Il premio lo ritirano i nipoti, e nella sala c’è il silenzio che si riserva alle cose importanti. (redazione@corrierecal.it)
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