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Tragedia a Catanzaro, «non esiste una causa unica, la presenza del neonato introduce un ulteriore livello di complessità clinica»

Comprendere non significa semplificare, ma significa riconoscere che questi eventi non nascono nell’istante in cui esplodono

Pubblicato il: 22/04/2026 – 15:01
di Chiara Penna*
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Tragedia a Catanzaro, «non esiste una causa unica, la presenza del neonato introduce un ulteriore livello di complessità clinica»

A Catanzaro una donna di 46 anni si è lanciata dal terzo piano della propria abitazione dopo aver coinvolto i tre figli. Due sono morti, una bambina è ricoverata in condizioni critiche. Gli elementi raccolti dagli investigatori orientano verso una dinamica di omicidio-suicidio in ambito familiare, riconducibile a quello che in criminologia viene definito suicidio allargato: una traiettoria in cui il gesto autodistruttivo ingloba i figli, percepiti nella logica alterata dell’autore come parte inscindibile di sé.
Le indagini serviranno a chiarire sequenza dei fatti e contesto personale. Ma il punto centrale non è solo la ricostruzione: è comprendere come si arrivi a un gesto di questa natura. Perché è in quel passaggio progressivo, spesso silenzioso, che si colloca la dimensione che la cronaca non riesce a restituire.
La prima semplificazione da evitare è quella del gesto improvviso. La letteratura criminologica mostra che questi eventi raramente nascono senza una storia precedente, ma si sviluppano lungo processi lenti e cumulativi, in cui si stratificano fattori di vulnerabilità.
Non esiste una causa unica. Piuttosto, una convergenza di elementi: fragilità psichiche non intercettate, carichi di cura intensi e continuativi, isolamento anche al cospetto di una rete familiare, stress prolungato o eventi critici non elaborati.
La presenza di un neonato introduce un ulteriore livello di complessità clinica. I disturbi dell’area perinatale, come la depressione postpartum, possono assumere forme gravi e non sempre evidenti dall’esterno. Nei casi più rari, ma documentati, si può arrivare a quadri di psicosi postpartum, caratterizzati da alterazioni del pensiero e della percezione della realtà. Non si tratta di semplici spiegazioni, ma di cornici interpretative riconosciute dalla letteratura scientifica.
Un ulteriore elemento riguarda il profilo professionale della donna, operatrice socio-sanitaria. Le professioni di cura espongono a un rischio spesso sottovalutato: l’usura emotiva progressiva.
La sindrome da burnout non coincide con la semplice stanchezza, ma con un esaurimento delle risorse psichiche, una perdita di senso e una riduzione della capacità di elaborazione emotiva. Quando si somma a fragilità personali e carichi familiari, può generare una condizione di vulnerabilità non sempre immediatamente visibile.
Dopo ogni tragedia di questo tipo, dunque, la ricostruzione restituisce segnali, dettagli, contesti. Ed è proprio qui il nodo critico: non l’assenza di indizi, ma la loro non riconoscibilità nel momento in cui si manifestano.
Comprendere non significa semplificare, né rendere lineare ciò che non lo è. Significa riconoscere che questi eventi non nascono nell’istante in cui esplodono. Perché la verità più difficile da accettare è questa: non sono eventi senza antecedenti, ma parabole che troppo spesso vengono riconosciute solo a posteriori. (redazione@corrierecal.it)

*Avvocato e criminologa

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