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‘Ndrangheta a Cetraro, dal coraggio di Silvio Aprile al clan Muto. Il “Thyrrenium” e l’ascesa dei «guaglioncelli»

L’imprenditore fu il primo a parlare di ‘ndrangheta sul Tirreno Cosentino. Ieri – a due anni dalla sua morte – la richiesta di condanna del gruppo Scornaienchi

Pubblicato il: 25/04/2026 – 19:34
di Fabio Benincasa
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‘Ndrangheta a Cetraro, dal coraggio di Silvio Aprile al clan Muto. Il “Thyrrenium” e l’ascesa dei «guaglioncelli»

CETRARO Silvio Aprile fu il primo teste a pronunciare in aula il termine ‘ndrangheta nel corso del processo “Azimuth contro la cosca Muto di Cetraro. L’allora proprietario di un bar pasticceria nel centro del comune sul Tirreno Cosentino (deceduto il 22 aprile del 2024 all’età di 77 anni) rese dichiarazioni che diventeranno cruciali nelle successive indagini svolte contro il clan guidato dal “Re del pesce”, Franco Muto. La storica e prima sentenza che delinea il profilo del boss è datata 1986, quando ancora non era presente il 416 bis. Dal procedimento “Frontiera” al procedimento “Thyrrenium” sono – invece – trascorsi 10 anni e sul territorio di Cetraro si registrano fibrillazioni, tentativi di occupare gli spazi vuoti e di conquistare il controllo del territorio. E’ quanto emerso nel corso di alcune inchieste contro la criminalità organizzata cetrarese. Una delle più recenti, scaturita dall’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata “Thyrrenium“, ha registrato un primo e importante step nella giornata di ieri, quando si è chiusa la requisitoria della pm Giulia Pantano. Nelle sue conclusioni, il pubblico ministero ha ripercorso anni di indagini, sentenze e reati commessi sul Tirreno Cosentino.

Le nuove leve e il post Muto

Il pm non ha dubbi circa l’esistenza di un sodalizio criminale di matrice ‘ndranghetista, diretta evoluzione del clan Muto. E per questo motivo ha invocato oltre un secolo di pena nei confronti dei dieci imputati chiamati a difendersi in aula (leggi qui). Accanto a chi sostiene che dopo Franco Muto, gli episodi verificatisi nel territorio cetrarese e nei comuni limitrofi, siano solo frutto di scorribande tra cani rabbiosi e sciolti, c’è chi come Don Ennio Stamile, da anni in prima linea nel denunciare malandrini e cosche di ‘ndrangheta, ha sempre ritenuto valida l’ipotesi della presenza di un “locale” di ‘ndrangheta. Anche la pm Pantano ritiene – nella requisitoria – di dover sottolineare come i reati presumibilmente perpetrati dagli imputati non siano frutto dell’azione di pochi balordi, ma di un progetto più ampio diretto al controllo del territorio. «Parliamo di estorsioni a grossi poli sanitari, locali da ballo e poi ci sono una serie di programmazioni di rapine». Per l’accusa, dunque, le nuove leve della cosca Muto non fanno altro che ripercorrere quanto fece il “Re del pesce” in passato. «Guaglioncelli», «ciotarelli», «sciossionisti», in molti parlano dei ragazzi che agitano il Tirreno Cosentino, per la pm ognuno avrebbe un ruolo definito.

La genesi dell’inchiesta

La genesi dell’inchiesta “Thyrrenium” è la doppia latitanza di Giuseppe Scornaienchi e Giuseppe Antonuccio. Il primo è considerato dalla Dda al vertice di una associazione criminale costituita ed operante con «l’assenso e in virtù della legittimazione proveniente dallo storico locale di ‘ndrangheta riferibile al clan Muto di Cetraro». L’ex fuggitivo è stato rintracciato lo scorso 8 gennaio dai carabinieri di Cosenza, insieme ai colleghi della Gdf. Era ricercato dopo la misura disposta nei suoi confronti al termine di una indagine condotta, nei mesi scorsi, dalla Dda di Catanzaro. Giuseppe Antonuccio, alias “Garibaldi”, invece, secondo l’accusa in passato sarebbe stato braccio destro di Muto. Anche Luca Occhiuzzi, altro imputato nel procedimento “Thyrrenium” riuscirà a rendersi irreperibile. “Bistecca”, questo il soprannome affibbiatogli, era stato rintracciato a Cetraro il 15 febbraio 2025 dopo essersi sottratto alla esecuzione della misura della custodia cautelare in carcere perché accusato di tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso (episodio risalente al giugno del 2021). Lo scorso 18 marzo è toccato a Giuseppe Ferraro concludere la propria latitanza, questa volta è stato lo stesso imputato nel processo a consegnarsi ai carabinieri. Si era sottratto il 25 settembre 2025. A Ferraro, sono contestati vari reati tra cui la partecipazione al sodalizio criminoso, la detenzione di armi e materiale esplodente, riciclaggio, ricettazione e furto. Il giovane, complice la pressione investigativa esercitata dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Cosenza, ha deciso di porre fine alla sua latitanza presentandosi presso la Stazione Carabinieri di Cetraro. (f.benincasa@corrierecal.it)

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