Calabria fragile tra clima e salute, «senza dati, identificare i cluster di rischio è quasi impossibile»
Il direttore del Cssst dell’Unical, Carrieri: «I benefici della prevenzione arrivano lentamente, i costi delle cure no»

COSENZA Un seminario apre la sessione ufficiale di IEEE IMBioC 2026 – la conferenza internazionale su microonde e biomedicina ospitata all’Unical dal 26 al 29 aprile, di cui è General Chair la professoressa Sandra Costanzo. Una cornice non casuale: portare dentro una conferenza di ingegneria biomedica internazionale un seminario su ambiente, salute e territorio è già di per sé un segnale – quello che serve è esattamente questo tipo di contaminazione tra discipline. Il seminario è stato organizzato dal Centro Studi su Società, Salute e Territorio dell’Unical e si è aperto con l’introduzione del suo direttore, il professore Vincenzo Carrieri. Che ha ripercorso l’evoluzione del rapporto tra economia e ambiente: dall’inquinamento come semplice esternalità da tassare — la logica di Kyoto — alla consapevolezza che una popolazione malata è una popolazione meno produttiva, con costi che ricadono sull’intero sistema economico. Sul piano istituzionale, la Commissione OMS su Macroeconomia e Salute del 2001:rappresenta una tappa significativa verso il concetto ormai ampiamente diffuso e consolidato dello sviluppo sostenibile. Carrieri ha anche evidenziato però un problema politico concreto: i benefici della prevenzione arrivano lentamente, spesso oltre la fine di un mandato. I costi delle cure no. Questo disallineamento tra tempi della politica e tempi della salute pubblica spiega molto del sottoinvestimento cronico in prevenzione.

Desertificazione, incendi ed eventi meteo estremi. Quali scenari futuri per la Calabria?
«La Calabria è tra i territori più esposti. Siccità più lunghe, temperature più alte, incendi più frequenti: gli effetti sulla salute sono diretti — il fumo degli incendi porta particolato fine nei polmoni di chi vive anche lontano dalle fiamme — ma anche indiretti, attraverso la qualità delle acque e le ondate di calore che pesano soprattutto sugli anziani e sui più fragili. Sono fenomeni connessi, che richiedono una risposta integrata tra pianificazione territoriale, sistema sanitario e politiche ambientali. Risposte che oggi in larga parte mancano».
Esposizione a inquinanti e patologie croniche, quali sono i limiti degli studi regionali?
«Il problema centrale è che sappiamo misurare l’inquinamento molto meglio di quanto sappiamo misurarne gli effetti sulla salute. Le patologie più associate all’esposizione ambientale — leucemie, mesotelioma, linfomi, — hanno latenze di decenni. Studiare questi nessi richiede dati longitudinali su grandi popolazioni, incrociando esposizioni e diagnosi nel tempo. In Italia mancano gli strumenti: i registri tumori sono incompleti e non aggiornati in modo omogeneo su tutto il territorio, con il Sud storicamente più scoperto. Le mie ricerche in tema internazionali riprendono dati danesi e inglesi — paesi dove i registri sanitari sono digitalizzati e accessibili ai ricercatori — perché i dati italiani comparabili non esistono. È un limite che pesa su tutta la ricerca in questo campo».
Quanto pesa la correlazione tra percezione del rischio e comunicazione scientifica?
«La gente teme la discarica che vede, l’impianto che conosce per nome. L’inquinamento più documentato in letteratura — quello da traffico, da riscaldamento, dai residui di pesticidi nel cibo — è invece invisibile, diffuso, senza un responsabile riconoscibile. Comunicarlo è difficile, trasformarlo in mobilitazione lo è ancora di più. Il punto non è solo spiegare meglio la scienza: è coinvolgere le comunità nella raccolta dei dati, non solo informarle a posteriori. Questo è un punto molto interessante affrontato nel volume curato da Angelini e Cusumano».
Rischio ambientale, esistono differenze significative tra aree costiere, urbane e interne della Calabria?
«I profili di rischio sono molto diversi: le aree costiere hanno problemi legati alla qualità delle acque, le aree urbane concentrano inquinamento da traffico, le aree interne sono spesso più esposte all’uso di pesticidi in agricoltura e a infrastrutture idriche fragili. C’è poi il tema dell’amianto, con esposizioni passate che potrebbero non aver ancora esaurito i loro effetti, viste le lunghissime latenze del mesotelioma e dei linfomi. Costruire una mappa seria di questi rischi è una linea di ricerca su cui intende lavorare il CSST, ma richiede dati che oggi non ci sono».
Il sistema sanitario integra dati ambientali nei percorsi di prevenzione?
«Non ancora, e il problema è nazionale prima che regionale. Le Schede di Dimissione Ospedaliera — che contengono diagnosi e provenienza di ogni paziente ricoverato — non sono disponibili in forma digitalizzata per la ricerca in Italia. Senza poter incrociare la provenienza geografica dei pazienti con le mappe degli inquinanti, identificare cluster di rischio sul territorio è quasi impossibile. Il CSST vuole lavorare su questo con le strutture sanitarie regionali: accedere alle SDO, incrociare i dati, e cominciare a costruire quella mappa del rischio ambientale-sanitario che oggi manca». (f.benincasa@corrierecal.it)
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