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Il mistero di “Lolita” a 40 anni dalla morte: la cantante uccisa in Calabria nel 1986

Dal successo musicale degli anni ’60 al delitto (mai risolto) a Lamezia, tra piste investigative e il caso ripercorso nel 1989 anche da “Telefono Giallo” di Corrado Augias

Pubblicato il: 03/05/2026 – 18:38
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Il mistero di “Lolita” a 40 anni dalla morte: la cantante uccisa in Calabria nel 1986

C’è una casa affacciata sul Tirreno, in un residence turistico alla periferia di Lamezia Terme. È la mattina del 28 aprile 1986. Il televisore è acceso da ore, senza che nessuno lo guardi. In cucina restano i segni di una colazione consumata a metà: una tazza, qualche biscotto. La porta è chiusa dall’interno. Si entra passando da una finestra lasciata aperta. Dentro, il silenzio ha qualcosa di innaturale. Poi il bagno. E lì, sul pavimento, il corpo di Graziella Franchini. Seminuda, colpita con una violenza che sembra andare oltre ogni logica. Accanto, il collo spezzato di una damigiana di vetro. È stata uccisa. Aveva solo 36 anni.
Il sangue è ovunque. Non ci sono segni evidenti di difesa. Come se non avesse potuto reagire. O come se qualcuno le avesse impedito di farlo.
Solo poche ore prima, la sera del 27 aprile, avrebbe dovuto esibirsi a San Leonardo di Cutro. Non si presenta. Non avvisa. Non è da lei. Chi lavora con lei inizia a cercarla già quella notte, poi il giorno dopo. Telefonate a vuoto, citofoni senza risposta. Fino a quella decisione: entrare comunque. Per trovare tutto.

Chi era Graziella Franchini

Graziella Franchini, però, prima di diventare un nome legato a un delitto irrisolto, è stata Lolita. Una cantante, una di quelle che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, sembravano poter restare a lungo nella mente degli italiani. Nata a Castagnaro, nel Veronese, e scoperta a quindici anni in una parrocchia di Bollate dal maestro Franco Chiaravalle, aveva bruciato le tappe: festival vinti, apparizioni televisive, un’immagine che funzionava – occhi chiari, capelli biondi, una voce calda. Nel 1967 vince il Festival di Zurigo con “La mia vita non ha domani”, titolo che anni dopo suonerà quasi come una premonizione. Poi “L’ultimo ballo d’estate”, che diventa il suo brano più riconoscibile, quello che la porta nelle radio e nelle estati italiane. Il passaggio a Festival di Sanremo sembra il punto di svolta: canta “Innamorata io?”, ma viene esclusa dalla finale. È una frattura. Da lì in poi le occasioni si diradano, i contratti si interrompono, la scena si allontana.

Il trasferimento in Calabria

Negli anni successivi Lolita sparisce lentamente dal grande giro. All’inizio degli anni Ottanta riemerge lontano, al Sud. Si trasferisce a Lamezia Terme, prima in albergo, poi in una villetta al residence La Marinella. Prova a ricominciare da lì, con serate nei locali, spettacoli nelle piazze, un pubblico diverso. Chi la conosce racconta di una donna disponibile, gentile, senza nemici apparenti. Ma anche di una vita privata più complicata. Da qualche mese ha una relazione con un ginecologo, Michele Roperto. Un rapporto recente, ma abbastanza intenso da creare tensioni: l’uomo ha già una compagna, Teresa Tropea, studentessa di medicina, legata a lui da anni. E quella relazione non si chiude senza strappi.
Le indagini partono da lì. Da un possibile movente passionale. Da un triangolo che, nelle settimane precedenti, aveva già prodotto scontri. Si parla di minacce, di un’aggressione avvenuta il Venerdì Santo: Teresa Tropea e la madre, Caterina Pagliuso, si presentano a casa di Lolita, la aggrediscono, vengono fermate. Un episodio che, dopo la morte della cantante, assume un peso diverso. A complicare il quadro arriva una lettera anonima: un testimone racconta di aver visto due donne bussare alla porta della villetta la mattina del 27 aprile, e poi uscire poco dopo. Dice anche di aver ricevuto una telefonata intimidatoria quella stessa sera.
Ma il caso si muove su un terreno fragile. L’orario della morte oscilla: tra le 15 e le 18:30 secondo alcuni, prima secondo altri. Mancano rilievi fondamentali. La scena del crimine è stata contaminata. Le tecniche dell’epoca non aiutano: niente DNA, analisi limitate, impronte difficili da interpretare. Anche l’autopsia lascia spazio a dubbi. L’assenza di segni di difesa suggerisce più aggressori, ma non lo prova. Tutto resta sospeso. Nonostante questo, si arriva a processo. L’accusa chiede condanne pesanti, ma le prove non reggono fino in fondo. Gli alibi resistono. Nel 1988, Teresa Tropea e Caterina Pagliuso vengono assolte per insufficienza di prove. Sentenza confermata nei gradi successivi. Il delitto resta senza colpevoli.

La puntata di Telefono Giallo del 1989

Tre anni dopo la morte della donna, il caso torna davanti al grande pubblico. Il 15 dicembre 1989, il noto programma Rai Telefono Giallo dedica una puntata all’omicidio. In studio, a ricostruire quella storia, c’è il conduttore Corrado Augias (la puntata, di oltre 2 ore, si trova su Raiplay). Seduti accanto a lui, la sorella della vittima, Luigina Franchini, il giornalista Pantaleone Sergi e poi la stessa Teresa Tropea, che nel frattempo è stata processata e assolta. È un confronto teso, fatto di ricostruzioni, ipotesi, accuse che non diventano mai prove.
Come reagì – la domanda di Augias alla donna nel corso della puntata – quando venne a sapere della relazione con il suo compagno? «I miei rapporti con Michele Roperto – la risposta di Teresa Tropea al conduttore – si erano molto deteriorati a causa di altri problemi, Lolita non costituiva il motivo più grave perché si arrivasse a una rottura». Nel programma Rai, Tropea parla di comportamenti ambigui di Roperto, «giocava con i sentimenti di due donne». «Quando io sono venuta a sapere della relazione – aggiunge – ne sono rimasta rammaricata, come ogni donna. Quindi ne parlai con lui, anche perché Lamezia è un piccolo centro e le cose si diffondono con molta facilità. Ma con lui avevo avuto dei problemi prima che iniziasse la relazione con Lolita e avevo mostrato una certa perplessità nel continuare questo genere di rapporto».


In quella trasmissione riemerge anche un’altra pista: quella che porta alla criminalità organizzata, ai legami familiari (Caterina Pagliuso è la sorella di Domenico Pagliuso, considerato in quegli anni un boss del territorio lametino), a possibili interventi esterni in un delitto nato come passionale. Sono suggestioni, racconti indiretti, mai confermati in sede giudiziaria. Ma abbastanza per allargare il perimetro del mistero. E così la storia di Lolita resta sospesa. Non solo per l’omicidio, ma per tutto quello che c’è intorno: una carriera interrotta, una fuga in Calabria lontano dai riflettori, una vita che si restringe fino a una villetta sul mare. E poi quella fine, improvvisa, violenta, senza una verità definitiva.
Oggi, a distanza di 40 anni da quella tragedia, il suo nome riaffiora a tratti. Legato a una canzone che qualcuno ricorda ancora, o a un caso che non ha mai trovato risposta. (f.v.)

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