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gli scenari di guerra

Oltre il limite del dialogo

Dalla Flotilla alla suora aggredita a Gerusalemme, quando la “preoccupazione” internazionale diventa complicità

Pubblicato il: 06/05/2026 – 13:29
di Ennio Stamile
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Oltre il limite del dialogo

Le ultime notizie che provengono da Israele a proposito dei due giovani leader della Global Sumud Flotilla detenuti illegalmente, se per un verso non mi sorprendono, per l’altro alimentano la mia indignazione e credo anche di coloro che avranno la pazienza di leggere. Il tribunale di Ashkelon ha deciso, il 5 maggio 2026, di prorogare di altri sei giorni la detenzione di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, rispettivamente di nazionalità brasiliana e spagnola (quest’ultimo con origini palestinesi), arrestati dalla marina israeliana, ancora una volta in acque internazionali, rimarranno nel carcere di Shikma almeno fino a domenica 10 maggio. Il fermo, come ricorderanno i lettori, è avvenuto il 30 aprile scorso al largo di Creta, quando le forze armate israeliane hanno intercettato 22 imbarcazioni della Flotillia umanitaria diretta a Gaza. Mentre la maggior parte dei 175 attivisti coinvolti (tra cui 24 italiani) è stata rilasciata, Ávila e Abu Keshek sono stati trasferiti forzatamente in Israele con accuse pesanti: affiliazione terroristica e contatto con agenti stranieri. Israele sospetta legami con organizzazioni designate come ostili, che includono il trasferimento di beni a organizzazioni terroristiche e l’aiuto al nemico in tempo di guerra. L’organizzazione per i diritti umani Adalah, che assiste legalmente i due detenuti, ha denunciato condizioni allarmanti.
Gli attivisti, infatti, secondo quanto riportato da diverse Agenzie, avrebbero subito violenze fisiche e torture psicologiche durante gli interrogatori, addirittura sarebbero stati minacciati di morte o di condanne fino a 100 anni di prigione. A tali barbarie i due attivisti, come segno di protesta contro il “rapimento illegale”, hanno reagito iniziando uno sciopero della fame, consumando solo acqua da sei giorni.  La Spagna ha chiesto il rilascio immediato del proprio cittadino, definendo la detenzione “illegale” e “un atto di pirateria” avvenuto a oltre 600 miglia dalle coste israeliane. Anche in Italia la situazione è seguita con attenzione: la Procura di Roma ha aperto un fascicolo in seguito all’esposto presentato dai legali degli attivisti, depositandolo anche alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali. Il governo brasiliano, dal canto suo, ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di Thiago Ávila, segnalando, tramite i propri funzionari consolari, evidenti segni di percosse sul volto dell’attivista dopo gli interrogatori.
Anche il Brasile parla apertamente di “rapimento” di civili in alto mare.  L’Unione Europea ha assunto una posizione critica ma, more solito, molto cauta per questo motivo diversi deputati europei si sono riuniti in presidio a Bruxelles proprio oggi 5 maggio per denunciare il silenzio delle istituzioni e chiedere sanzioni contro Israele, evidenziando il rischio che il precedente delle acque internazionali di Creta mini la sicurezza marittima europea. In una nota congiunta, Roma e Berlino hanno chiesto il rispetto del diritto internazionale, sottolineando come la sicurezza dei cittadini europei debba rappresentare la “priorità assoluta”. La Farnesina si è attivata per assistere gli italiani coinvolti (ora quasi tutti rilasciati), mentre la Procura di Roma ha parto un fascicolo per sequestro di persona. L’incapacità o la riluttanza di quasi tutti i leader europei ad attivare sanzioni concrete contro Israele, anche a fronte di episodi come l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e arresti totalmente illegali, viene spesso giustificata con la necessità di mantenere aperto un “canale di dialogo”.
Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha ribadito che è preferibile optare per “sanzioni mirate e individuali” (ad esempio contro coloni violenti) piuttosto che sospendere l’Accordo di Associazione UE-Israele, sostenendo che misure generalizzate colpirebbero la popolazione civile e chiuderebbero i ponti diplomatici. Ritengo che non occorra essere dei bravi statisti o ottimi diplomatici per comprendere che il dialogo presuppone un equilibrio o una volontà di compromesso che Israele, forte della propria superiorità militare e del supporto (o della mancata opposizione reale) degli Stati Uniti, non ha alcun interesse a perseguire. Inoltre, le continue espressioni di “forte preoccupazione” da parte dell’UE o dell’ONU vengono percepite dal governo israeliano come segnali di debolezza, non come deterrenti. Questo porta alla convinzione che solo pressioni esterne coercitive (sanzioni, embargo sulle armi e altro) possano produrre un vero cambiamento. Infine, il caso di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek è emblematico: il fatto che cittadini stranieri vengano prelevati in acque internazionali e processati secondo leggi interne israeliane (spesso sotto tribunali militari o regimi di detenzione speciale) è la prova evidente che Israele non riconosce la giurisdizione internazionale come base per il dialogo.
Che dire poi dell’episodio della suora francese violentemente aggredita a Gerusalemme, se non che rappresenta l’apice simbolico di un clima di impunità che rende il dialogo diplomatico un esercizio sterile. Esso è un ulteriore evidente prova che la retorica del “dialogo a tutti i costi”, messa in atto dai governi occidentali non garantisce alcuna sicurezza reale, nemmeno per figure religiose e accademici europei. Come per i membri della Global Sumud Flotilla detenuti, il caso della suora evidenzia una divergenza totale tra le rassicurazioni ufficiali e la realtà di una violenza crescente che la diplomazia non riesce (o non vuole) fermare con azioni concrete.

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