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Il Catanzaro e il peso leggero dei sogni pesanti. Cosenza, verità tardive e futuro appeso. Crotone tra ferite e orgoglio

Le Aquile arrivano ai playoff con più maturità delle scorse stagioni. Le ammissioni di Buscè e l’altra realtà del club. Gli Squali hanno attraversato il caos senza perdere la dignità

Pubblicato il: 11/05/2026 – 7:50
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Il Catanzaro e il peso leggero dei sogni pesanti. Cosenza, verità tardive e futuro appeso. Crotone tra ferite e orgoglio

Si sono chiusi in anticipo e tra la delusione i playoff di Serie C per Cosenza e Crotone, mentre domani il Catanzaro darà il via alla sua avventura verso un traguardo tutt’altro che irraggiungibile.

Il Catanzaro e il peso leggero dei sogni pesanti

Due sconfitte consecutive non sono esattamente il miglior biglietto da visita con cui presentarsi ai playoff. Eppure il calcio, soprattutto quello che attraversa città affamate di riscatto, raramente si lascia raccontare dalla superficie dei risultati. Il Catanzaro arriva alla sfida con l’Avellino portandosi dietro due cadute, sì, ma anche una sensazione diversa: quella di una squadra matura (come evidenziato anche dal presidente Floriano Noto ieri al Corriere della Calabria) che stavolta sembra sapere davvero dove vuole andare.
A Bari, contro un avversario che aveva il fiato corto e la classifica come ossessione, Aquilani ha scelto di preservare uomini e muscoli. Le seconde linee hanno risposto con dignità e personalità, dimostrando che questa rosa possiede finalmente qualcosa che nelle stagioni precedenti era mancato nei momenti decisivi: profondità.
Anche Palermo, paradossalmente, aveva lasciato indicazioni meno nere del risultato. Perché dentro quella sconfitta si era intravista una squadra capace di restare dentro la partita, di soffrire senza sbriciolarsi, di tenere acceso il motore emotivo. In altre parole: il Catanzaro sembra arrivare alla fase più delicata della stagione con una maturità nuova, forse meno scintillante ma più adulta.
Il sogno Serie A resta complicato. Molto complicato. Non serve indorare la realtà. I playoff sono una giungla in cui il merito spesso deve stringere la mano agli episodi, agli incastri, perfino alla sorte. Eppure il Catanzaro, per continuità societaria, crescita ambientale e identità tecnica, quel sogno ha smesso da tempo di inseguirlo soltanto con la nostalgia. Ora prova a meritarselo davvero.
Naturalmente esiste il rovescio della medaglia. Ed è quello che porta ai nomi di Iemmello e Petriccione, ancora in dubbio per la gara di domani. Il capitano rappresenta molto più di un centravanti: è il termometro emotivo della squadra, l’uomo che accende la fiducia anche quando il pallone pesa il doppio. Petriccione, invece, è l’equilibrio silenzioso, quello che spesso si nota solo quando manca.
Aquilani proverà a gestire pressione e attese un passo alla volta. Anche perché il Catanzaro, nelle ultime due stagioni, si è fermato proprio quando il traguardo iniziava a intravedersi meglio. E certe delusioni o ti consumano o ti insegnano qualcosa. La sensazione è che stavolta abbiano insegnato.

Crema: il Catanzaro arriva ai playoff con meno entusiasmo mediatico rispetto alle ultime due stagioni ma con più struttura mentale. Ed è spesso nei dettagli invisibili che nascono le imprese vere.
Amarezza: Iemmello e Petriccione non sono semplicemente due titolari. Sono gli equilibri tecnici ed emotivi della squadra. Averli a mezzo servizio, in partite dove ogni episodio pesa come una sentenza, rischia di essere un lusso che il Catanzaro non può permettersi.

Cosenza, verità tardive e futuro appeso

Archiviata miseramente l’eliminazione dai playoff, aggravata dalla pesante lezione incassata contro il Casarano, il Cosenza si ritrova ancora una volta davanti al suo appuntamento più fedele: l’estate delle incognite. Una consuetudine ormai strutturale della lunga era Guarascio, fatta di voci, tensioni, trattative, promesse di svolta e quella sensazione permanente di vivere dentro un cantiere che non finisce mai.
E infatti, neppure il tempo di smaltire la delusione, che attorno al club è già ripartito il rituale delle cene, dei pranzi e degli incontri “esplorativi” con un gruppo di imprenditori interessati alla società. Trattative che anche stavolta esistono, va detto. Così come esiste, però, la comprensibile diffidenza di una piazza che conosce ormai a memoria il copione delle possibili cessioni rossoblù: aperture, contatti, ottimismo iniziale e poi richieste economiche talmente paradossali da far sembrare ogni uscita più una teoria astratta che una reale intenzione.
Nel frattempo, sullo sfondo resta la questione tutt’altro che marginale dello stadio Marulla, da sbrigare da qui a breve. Perché il tema del nulla osta per la prossima stagione continua ad agitare l’ambiente e, dopo quanto emerso nel Consiglio comunale aperto delle scorse settimane, l’ipotesi di un mancato via libera a questa società non appare più come semplice folklore estivo.
Insomma, anche quest’anno il materiale non manca: fuochi d’artificio pronti a esplodere, qualcuno forse pure inceppato, davanti agli occhi di una provincia sospesa tra speranza e disillusione cronica. Una piazza che continua ad aspettare una svolta vera, mentre intorno cambiano le stagioni ma non la sensazione di immobilismo.
In questo contesto si inseriscono anche le parole di Antonio Buscè, probabilmente le più significative dell’intero post-post (per i due giorni di ritardo) partita. Per la prima volta in maniera esplicita, il tecnico ha ammesso ciò che per mesi era rimasto nascosto dietro diplomazie e formule prudenti: dopo gennaio il Cosenza si è indebolito. Le partenze di Kouan e Ricciardi, unite al grave infortunio di Mazzocchi, hanno modificato profondamente struttura e identità della squadra. Non semplici alternative, ma elementi centrali di un sistema che da quel momento ha progressivamente smesso di funzionare allo stesso modo. Parole pesanti, soprattutto perché arrivate soltanto adesso. Ma anche il tempismo, nel calcio, racconta sempre qualcosa. Dirlo pubblicamente a gennaio avrebbe significato aprire uno scontro diretto con la società. Dirlo oggi, a giochi finiti e illusioni evaporate, assume invece il valore di una verità lasciata decantare troppo a lungo.
Perché il nodo resta tutto lì: quando la classifica lasciava ancora spazio per inseguire concretamente la Serie B diretta, il Cosenza ha scelto un’altra strada. Il progetto tecnico ancora una volta è stato sacrificato sull’altare degli interessi societari.

Crema: le parole di Buscè hanno avuto il solo merito di mettere ordine tra ciò che per mesi si era fatto finta di non vedere. Perdere Kouan e Ricciardi, insieme all’infortunio di Mazzocchi, non ha significato soltanto perdere qualità individuali, ma smarrire intensità, equilibrio e identità.
Amarezza: salutare – parliamo della nota del club di giovedì scorso – una stagione del genere con «orgoglio e gratitudine», dopo una dura contestazione, uno stadio svuotato senza precedenti e una pesante eliminazione ai playoff, e poi pubblicare una nuova nota dal titolo: “Dal Cosenza calcio alla serie A” (riferita ai successi degli ex Alvini, Calò e Zilli a Frosinone) richiede probabilmente una qualità rara: la capacità di osservare la realtà senza mai incrociarla davvero. In questo il Cosenza Calcio non ha rivali.

Crotone tra ferite e orgoglio

Il Crotone mercoledì scorso ha salutato i playoff senza abbassare lo sguardo. Ed è già una differenza sostanziale. Perché a Caserta, contro una squadra più profonda, più strutturata e persino protetta dal regolamento – quel pareggio utile che nel calcio sa spesso di rendita – la squadra di Longo ha giocato la partita che doveva giocare: intensa, coraggiosa, persino ostinata. Non è bastato. Ma sarebbe ingeneroso ridurre tutto al risultato.
A differenza di altre realtà arrivate al bivio di maggio con il serbatoio mentale svuotato, il Crotone ha avuto il merito di restare vivo fino all’ultimo pallone. E forse è proprio questo il dato più significativo di una stagione tormentata ben oltre il campo. Perché il campionato rossoblù non è stato semplicemente difficile: è stato un continuo esercizio di resistenza.
L’amministrazione giudiziaria, il ridimensionamento tecnico annunciato in corsa, le ombre del deferimento Figc proprio alla vigilia di Caserta e la concreta prospettiva di una penalizzazione futura hanno costruito attorno alla squadra un rumore costante, logorante. Un contesto nel quale sarebbe stato facile sbriciolarsi. Invece il Crotone ha scelto la strada più complicata: restare competitivo.
Molto del merito porta inevitabilmente la firma di Emilio Longo. Allenatore capace di dare un’identità riconoscibile a una squadra spesso costretta a convivere con assenze pesanti, limiti strutturali e incertezze societarie. Il suo lavoro non è stato soltanto tecnico: è stato quasi artigianale, umano, psicologico. Ha tenuto insieme pezzi che rischiavano di spargersi.
Ora, inevitabilmente, tutto passa da lì. Dal futuro. Dalla volontà della società di capire cosa essere e da quella di Longo di decidere se continuare o meno un percorso fatto più di fatica che di protezione. Perché senza chiarezza, anche l’entusiasmo rischia di diventare un esercizio retorico.

Crema: il Crotone ha avuto il merito raro di non disunirsi mai. Dopo gennaio, dopo le difficoltà, dopo le inevitabili scorie societarie, il gruppo ha trovato compattezza e dignità. Longo e uomini simbolo come Gomez hanno costruito una squadra credibile anche nei momenti più fragili.
Amarezza: resta la sensazione di una stagione condizionata da problemi esterni troppo pesanti per non lasciare cicatrici. E quando una squadra deve spendere energie per sopravvivere prima ancora che per vincere, il confine tra impresa e rimpianto diventa sottilissimo. (f.v.)

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