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La volata

Narváez vince a Cosenza, Ciccone si prende la rosa in una città travolta dalla festa del Giro

La prima tappa italiana della corsa rosa regala spettacolo, salite dure e una realtà piena di entusiasmo, colori e passione popolare

Pubblicato il: 12/05/2026 – 17:42
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Narváez vince a Cosenza, Ciccone si prende la rosa in una città travolta dalla festa del Giro

COSENZA È sbucato fuori negli ultimi metri, quando la strada di viale Trieste a Cosenza tirava appena verso l’alto e le gambe bruciavano già da un pezzo. Una volata lunga, sporca di fatica e nervi, vinta dall’ecuadoriano Jhonatan Narváez al termine della quarta tappa del Giro d’Italia, la prima italiana di questa edizione partita dalla Bulgaria e approdata poi al sole della Calabria. Centotrentotto chilometri da Catanzaro a Cosenza, una tappa che sembrava promettere un arrivo per velocisti e che invece la salita di Cozzo Tunno ha trasformato in una corsa dura, selettiva, con molti sprinter lasciati indietro uno dopo l’altro. Cambia anche la maglia rosa: l’uruguaiano Thomas Silva, crollato sulla prima vera salita del Giro, lascia il simbolo del primato all’italiano Giulio Ciccone, terzo sul traguardo cosentino.
La tappa è stata intensa, nervosa, piena di scatti e cambi d’umore. Ritmo alto fin dalla partenza, fuga subito buona con Marcellusi, Rafferty, Barguil, Bais e Larsen, poi raggiunti da Johan Jacobs. Per lunghi tratti la corsa ha respirato l’odore del Tirreno, lungo la SS18, con il mare che compariva tra curve e case: Amantea, Belmonte Calabro, Fiumefreddo Bruzio, San Lucido, paesi appesi alla costa come splendide terrazze sul blu. Tantissima gente ai bordi della strada, mani alzate, telefonini, bambini sulle spalle dei padri e applausi anche per gli ultimi. Il Giro passa veloce, ma nei paesi lascia sempre qualcosa: discussioni nei bar, biciclette tirate fuori dai garage e bambini convinti, almeno per un pomeriggio, che da grandi si possa ancora vivere pedalando.
Poi Cozzo Tunno, salita vera anche se di seconda categoria, quasi quindici chilometri che hanno fatto selezione e raccontato finalmente il Giro per quello che è. Thomas Silva si è staccato presto perdendo alla fine dieci minuti, Jan Christen ha acceso la miccia davanti, Nelson Oliveira si è preso il Gran Premio della Montagna e persino Jonas Vingegaard, senza fare rumore, si è affacciato tra i primi a scollinare. Problemi anche per Egan Bernal, poi rientrati. Da lì in poi soltanto discesa verso Cosenza, col gruppo che arrivava a ondate sotto il sole caldo del pomeriggio.

Cosenza, il rosa addosso e la storia nelle pietre

E poi c’era appunto Cosenza, che il Giro lo aspettava come si aspettano certi ospiti importanti: con orgoglio, senza esagerare, ma lucidando bene l’argenteria. La città dei Bruzi si è fatta trovare bella, luminosa, piena di gente. Viale Trieste era un corridoio rosa già dalle prime ore del mattino, ma anche corso Mazzini respirava quell’aria leggera e popolare che il Giro si porta dietro da più di un secolo. Palloncini, bandiere della pace, bandiere del Cosenza calcio, uno striscione del gruppo ultrà Anni Ottanta con la scritta “Guarascio Vattene”, bambini ovunque e tanti turisti mischiati ai cosentini, in una festa semplice e riuscita. Il sole ha fatto il resto, regalando colori pieni alle facciate e alle piazze.
Dall’alto gli elicotteri Rai hanno raccontato una città antica e viva, sorvolando il centro storico stretto tra Crati e Busento, ripreso in tutta la sua bellezza, quasi a ricordare che qui il Giro era passato già nel 1929, quando Alfredo Binda vinse la Potenza-Cosenza. Il ciclismo è tornato a infilarsi tra queste strade con lo stesso effetto di allora: fermare il tempo per qualche ora e trasformare la città in un racconto collettivo.

Il ciclismo, Faraca e i cuddrurieddri

L’atmosfera, in realtà, era cominciata giorni prima. La carovana Rai, conclusa la parentesi bulgara del Giro, aveva piazzato il suo quartier generale davanti a Palazzo dei Bruzi, creando lentamente attesa, movimento, curiosità. E Cosenza ha risposto con entusiasmo e anche con ironia, come nel suo DNA, che è poi uno dei modi migliori per voler bene alle cose. A pochi metri dal traguardo uno striscione ha strappato sorrisi ai corridori stanchi: “Finita la tappa per recuperare Cuddrurieddri devi mangiare”. Un consiglio gastronomico più che una minaccia.


Tra gli i presenti anche il sindaco Franz Caruso e il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Mazzuca. Caruso ha ricordato Pino Faraca, grande campione cosentino, maglia bianca al Giro del 1981, omaggiato pochi giorni fa con una scultura proprio lungo il percorso della corsa. La Rai ha intervistato i fratelli e la moglie Maria, che ha ricordato il lato meno conosciuto di Faraca: quello dell’artista. «Nel mondo del ciclismo era definito il ciclista pittore», ha raccontato. E in quel momento, tra biciclette, telecamere, applausi e sole, il Giro è sembrato esattamente questo: un pezzo d’Italia che corre, ma ogni tanto si ferma ancora a guardare. (fra.vel.)

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