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Narcotraffico organizzato

Cocaine Highway, dai narcos sudamericani ai porti europei: la rotta atlantica che alimenta la ’ndrangheta

La maxioperazione Alfa-Lima ha colpito il corridoio oceanico della cocaina e la filiera globale che incrocia broker, porti e mercati europei dei clan

Pubblicato il: 13/05/2026 – 17:57
di Giorgio Curcio
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Cocaine Highway, dai narcos sudamericani ai porti europei: la rotta atlantica che alimenta la ’ndrangheta

LAMEZIA TERME L’Oceano Atlantico come “cocaine highway”, un’autostrada della cocaina”. E i porti europei come caselli d’ingresso. Sullo sfondo, invece, la capacità delle mafie di trasformare questa rotta in un mercato fondamentale per i traffici di cocaina. La maxioperazione internazionale Alfa-Lima, con 54 arresti e oltre 11 tonnellate di cocaina sequestrate, però, non colpisce soltanto il corridoio del narcotraffico ma svela, ancora una volta, le dimensioni globali del business della polvere bianca che, partendo dai Paesi del Sud America, attraversa l’Atlantico orientale e arriva fino al nostro continente, sfruttando imbarcazioni, trasbordi in alto mare e rotte laterali per aggirare i controlli nei grandi scali portuali europei, finiti da tempo al centro di controlli sempre più serrati e sofisticati con ingenti sequestri di droga. E Le immagini diffuse dalle autorità sono impressionanti:

“Cocaine highway”

Perché la “cocaine highway” è anche una sorta di “catena criminale” che tiene insieme produttori sudamericani, intermediari internazionali, equipaggi, broker, referenti nei porti, strutture logistiche e reti di distribuzione. L’operazione coordinata dalla Guardia Civil, con la partecipazione della Guardia di finanza e di diverse agenzie investigative europee e statunitensi, ha colpito proprio uno dei tratti più delicati di questo sistema: quello dell’Atlantico orientale, dove i carichi possono essere spostati lontano dai radar dei grandi scali e poi reindirizzati verso l’Europa.

La ‘ndrangheta e il “canale atlantico”

Ed è proprio dentro questa geografia criminale che da anni si muove la ’ndrangheta, diventata uno degli attori più solidi della filiera europea della cocaina. Per i clan calabresi, infatti, è ormai da molto tempo che l’Oceano Atlantico non è solo una via di transito ma uno spazio economico vitale. La forza dei clan calabresi nel narcotraffico internazionale nasce dalla capacità di stare dentro più segmenti della filiera: i rapporti con i fornitori sudamericani, il controllo o l’infiltrazione degli snodi logistici, la disponibilità di capitali, le reti di brokeraggio, la distribuzione sui mercati del Nord Italia e dell’Europa. Non serve che il nome della ’ndrangheta compaia nella singola operazione per cogliere il punto: ogni colpo inferto alla rotta atlantica della cocaina tocca il sistema che alimenta anche il potere economico delle mafie italiane.

Dollarino e Palermo, gli ultimi colpi in Colombia

Una testimonianza di questa teoria arriva dagli ultimi arresti eseguiti, ad esempio, in Colombia, uno dei Paesi sudamericani più importanti per la produzione di cocaina destinata proprio ai Paesi europei. Negli ultimi mesi una serie di arresti ha mostrato la presenza stabile di figure italiane nel cuore del narcotraffico sudamericano: da Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, fermato a Cartagena de Indias nel marzo 2025, a Giuseppe Palermo, detto “Peppe”, arrestato a Bogotá nel luglio dello stesso anno. Quest’ultimo, secondo quanto riferito dalle autorità colombiane, avrebbe guidato l’acquisto di grandi carichi di cocaina in Colombia, Perù ed Ecuador, controllando anche rotte marittime e terrestri dirette verso i mercati europei. Gregorini, invece, è a processo a Milano nell’ambito dell’inchiesta “Hydra” sulla presenza della “mafia a tre teste” in terra lombarda.

Peppe Palermo, il "fantasma di Bogotá"

Rapporti sempre più stretti con il Sud America

I clan calabresi, dunque, nel corso degli anni hanno assunto una dimensione sempre più strutturata e organizzata, con una presenza stabile in Sud America con veri e proprio emissari, intermediari e uomini di collegamento capaci di muoversi tra l’America latina e l’Europa con un doppio vantaggio: ridurre i passaggi intermedi e trattare direttamente con i fornitori e organizzando la logistica dei carichi. Un salto di qualità che conferma come il traffico di cocaina non sia più soltanto una questione di importazione, ma di presenza nei luoghi in cui la droga si compra, si tratta, si stocca e si spedisce.
In questa geografia, la ’ndrangheta non è un semplice destinatario finale. È un soggetto capace di stare dentro la filiera, di costruire relazioni, anticipare capitali, garantire affidabilità criminale e distribuire la merce sui mercati europei. Gli arresti in Colombia raccontano proprio questo: la necessità delle mafie italiane di presidiare il fronte sudamericano, là dove si decide il prezzo, la qualità, il volume e la rotta della cocaina.

Abisal

La trasformazione del narcotraffico marittimo emerge anche da altre operazioni internazionali, come la spagnola Abisal, che con l’intercettazione del mercantile Arconian avrebbe portato al sequestro di oltre 30 tonnellate di cocaina e più di 42mila litri di carburante. Una nave che, secondo la ricostruzione investigativa, non era soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma logistica galleggiante: una sorta di porto clandestino itinerante destinato a rifornire le imbarcazioni rapide incaricate di redistribuire la droga in alto mare.

Le ripercussioni

L’operazione Alfa-Lima, in questo quadro, non rappresenta soltanto un risultato investigativo imponente per numeri di arresti e quantità di cocaina sequestrata. È un colpo inferto a una delle infrastrutture più sensibili del narcotraffico internazionale: la rotta atlantica. Interrompere quel corridoio significa incidere non solo sul singolo carico, ma sulla capacità delle organizzazioni criminali di garantire continuità agli approvvigionamenti, rispettare accordi, saldare debiti, rifornire i mercati europei e mantenere intatti gli equilibri tra broker, fornitori e gruppi di distribuzione. Le ripercussioni potrebbero muoversi su più livelli. Nel breve periodo, sequestri di questa portata possono provocare perdite milionarie, tensioni tra gruppi criminali e difficoltà nel reperire nuova merce. Nel medio periodo, però, la storia del narcotraffico insegna che le organizzazioni più strutturate tendono a reagire rapidamente: cambiando rotte, diversificando i porti di arrivo, moltiplicando i transiti intermedi, affidandosi a nuovi equipaggi o rafforzando i rapporti con broker capaci di rimettere in piedi la filiera. (g.curcio@corrierecal.it)

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