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L’INTERVISTA DEL DIRETTORE

«Sud, smettiamola di maledirlo»

Francesco Bevilacqua, autore di numerose pubblicazioni sulla Calabria, avverte «Il Sud non è perduto, dietro ostacoli e caos, prosperano iniziative che ridisegnano il futuro della regione»

Pubblicato il: 13/05/2026 – 13:45
di Paola Militano*
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«Sud, smettiamola di maledirlo»

L’avvocato Francesco Bevilacqua, tra i massimi esperti delle foreste calabresi, evidenzia come il deficit di conoscenza sul Mezzogiorno sia allo stesso tempo causa e conseguenza della sua marginalizzazione storica, radicando nell’immaginario collettivo l’idea che il Sud sia un eterno «laboratorio di debolezza». Denuncia la retorica stereotipata sul Sud e invita a valorizzare le storie di resilienza che fioriscono nonostante ostacoli, burocrazie lente e istituzioni distratte. Sullo spopolamento richiama la responsabilità dei meridionali: «Molti se ne vanno per necessità, ma troppi lo fanno per scelta, perché odiano il Sud», dice, pur senza condannare chi parte. Promuove la «restanza» consapevole, celebrando chi riabita e tutela i territori come veri custodi di cultura e natura. Le università del Sud, avverte, potrebbero diventare motori di innovazione se smettessero di restare chiuse nei loro laboratori e si aprissero al territorio. E conclude: «La vera sfida è puntare sulla qualità delle persone e delle iniziative; cura, responsabilità e sostenibilità sono le chiavi per rigenerare il destino della regione».

Il deficit di conoscenza sul Mezzogiorno, di cui parla Domenico Cersosimo, contribuisce alla sua marginalizzazione, oppure è una conseguenza della sua situazione politica, economica e sociale?

«Direi entrambe le cose. È “causa”, nel momento in cui, nonostante i meriti storici del meridionalismo, che ha cercato soluzioni al divario col Nord, “il sud ha stancato” come dice con piena ragione il prof. Cersosimo. E questo è un sintomo evidente che il divario è avvertito come cosa ormai irrisolvibile, non è più una “questione” ma un dato strutturale. Il problema è che il Sud è rimasto troppo a lungo identificato come un “Nord mancato”, come un “non ancora dello sviluppo”, per dirla con Franco Cassano, un qualcosa di irriducibile al pensiero economicista del Nord, che è invece avvertito come il luogo del profitto, delle imprese, delle nuove tecnologie, dove si corre, si innova, si crea. Ma il deficit di conoscenza è anche “conseguenza”. Non perché altri ci abbiano marginalizzato (è accaduto anche questo) ma perché noi stessi, i meridionali, amiamo ritrarci, auto-rappresentarci come un’escrescenza marginale ed irrilevante dell’Europa. Un’Europa, che oggi, sintomaticamente, arranca anch’essa nelle realtà più blasonate».

Quali aspetti sulla condizione del Mezzogiorno risultano convincenti?

«Concordo innanzitutto sulla sua diagnosi: troppa retorica sul Sud, sulla Calabria “straordinaria”; dati econometrici oggetto di distorsioni propagandistiche; carenze strutturali; spesa pubblica che sorregge interamente il PIL; mancanza di visione. Ma la mia è una formazione umanistica e provo ad osservare quel che accade al Sud sotto l’aspetto culturale, che è poi il modo di concepire il mondo e la vita di chi resta, di ci torna, di chi approda al Sud. Uso questi tre verbi perché stanno nel titolo di una rassegna (“La Calabria è un destino. Restare, tornare, approdare”) che da almeno cinque anni facciamo all’Antico Mulino delle Fate di Lamezia Terme, dove ascoltiamo e cataloghiamo le storie di persone, associazioni, imprese che hanno saputo creare qualcosa di bello e di utile in Calabria (sabato 16 maggio alle ore 18, ad esempio, converserò con Miriam Pugliese di “Nido di seta” di San Floro). Da questo punto di vista la Calabria non è affatto “straordinaria” nel senso che si vuol dare a questo slogan dichiaratamente pubblicitario. La Calabria è, più correttamente, un luogo con suoi caratteri, i suoi valori, le sue cose buone in mezzo a un mare di problemi, ostacoli, barriere, ombre che impediscono al buono che pure c’è di emergere e diffondersi. Ma, mi si passi il gioco di parole, già questo è straordinario in un altro senso: in Calabria si riesce anche a far bene nonostante tutto. Su questo chiedo ai comunicatori di riflettere. È da anni che tanti diagnosticano, di volta in volta, che “la Calabria è un inferno” (Bocca) o che “la Calabria è perduta” (Augias). Eppure siamo sempre qui. E di tanto in tanto qualcuno se ne accorge anche all’estero indicandoci come una terra incognita, dolente ma bella, piena di risorse mal utilizzate. Se riusciamo a vivere e ad operare nel caos vorrà pur dire che abbiamo un grado di resilienza molto più elevato di chi opera a Nord fra mille facilitazioni, con servizi che funzionano etc.».

Mi sta suggerendo che i discorsi sul Mezzogiorno abbiano contribuito a radicare nell’immaginario collettivo una percezione distorta di debolezza e marginalità della regione?

«Per me è sin troppo evidente. E’ una sorta di complesso psicoanalitico da cui non guariremo mai se non ci emanciperemo, se non ci cureremo, se non diventeremo adulti, se non cominceremo a pensare che i protagonisti del cambiamento siamo proprio noi, quelli che vivono al Sud, se non faremo un’assunzione personale e collettiva di responsabilità, se non cominceremo ad avere cura delle nostre terre, dei nostri paesaggi, delle nostre comunità, come avvertì Augusto Placanica a conclusione della sua “Storia della Calabria” sin dal 1993. Quindi, occorre ripartire da qui, da noi, dalla nostra capacità di ribaltare il nostro destino. Ma quando dico noi, non intendo le amministrazioni pubbliche o la classe dirigente (che pure avrebbero il dovere dell’efficienza e dell’autorevolezza): intendo innanzitutto i cittadini, gli imprenditori, chi lavora, produce, fatica, affronta ostacoli e burocrazia, corruttele e malavita quotidianamente».

In che modo il fenomeno dello spopolamento del Sud e della Calabria si inserisce, considerando l’approccio diretto con cui il prof Cersosimo ne parla?

«Concordo ancora una volta con Cersosimo. Ma dal mio punto di vista di scrittore e giornalista che da tanti anni si occupa della relazione fra uomini e luoghi al Sud, che fa volontariato e lotta per tutelare il territorio, per far conoscere realmente la Calabria per quel che è per provare a fare un discorso alternativo sul Sud, osservo che lo spopolamento non è solo un problema politico, di assenza cioè di politiche che invertano il trend. A me pare, ancora una volta, che una parte della responsabilità sia di noi meridionali. Molte persone sono costrette (nel senso che lo fanno con sofferenza) ad andar via per trovare lavoro: è una perdita grave, un’emorragia umana, culturale ed economica. Ma dobbiamo dirci con franchezza che c’è anche troppa gente che invece se ne va per scelta, perché odia il Sud e ama il Nord. E quando dico “Sud” e “Nord” non mi riferisco a luoghi geografici ma intendo due categorie ideali ben distinte, dove le parole si riferiscono, ancora una volta, a culture diverse, a modi quasi opposti di concepire il mondo e la vita. Ho scritto, ad esempio, nel settembre dello scorso anno un articolo proprio su questo giornale dal titolo “Il grande miraggio. I nostri figli e la Calabria da abbandonare”. L’ho fatto per denunciare che, nonostante in Calabria siamo riusciti a far istituire ben tre università, che oggi hanno corsi di laurea anche innovativi e che sono in molte cose all’avanguardia, ancora il 37% dei nostri studenti (dati pubblicati da “Skuola.net”), dopo le superiori, sceglie di studiare fuori regione. Sostengo che in molti casi (salvo eccezioni) non si tratta di scelte necessitate ma di pura volontà di evadere da una terra che si sostiene “non offre nulla”, ma anche della quale la stragrande maggioranza di quei giovani “non conosce nulla”. Una situazione paradossale: si può giudicare qualcosa solo conoscendola. Invece tanti giovani – ed è da presumere anche di adulti – lasciano il Sud senza averlo mai realmente conosciuto ed abitato, secondo il senso etico che dava all’abitare Heidegger: un abitare con responsabilità».

Sta criticando chi decide di lasciare il Sud? È così?

«Assolutamente no! Sono felice per loro, se da insoddisfatti del Sud divengono appagati altrove. Rilke, in “Lettere milanesi” spiega che “il luogo della propria origine” può non corrispondere a quello in cui si è nati e che occorre rinascere nei luoghi che scegliamo “ogni giorno più definitivamente” prima di dirci abitanti. Ma non mi dolgo quando vedo che ad andarsene sono quelli che maledicono (dicono male) del Sud. Perché questi non possono avere alcuna relazione con il Sud, non possono fare nulla per esso. Vede, ho imparato da Vito Teti che la “restanza” non è sinonimo di “restare”, non è un obbligo, non è un dovere. Chi resta dev’essere sempre in movimento, deve saper partire se è necessario, tornare anche, se lo desidera, ma ovunque viva e abiti deve avere a cuore la terra che ha scelto, prendersene cura, essere capace di non diffamarla ma anche di non nascondere le sue ombre. E infatti proprio Teti ha ideato insieme a Gianni Pitingolo e a molti altri un “Atlante della restanza” che è un catalogo vivo, ragionato, messo in rete, delle esperienze di “restanza”, al Sud come al Nord. Ecco, per me “riabitare” i luoghi è anche un “riabilitarli”, renderli buoni, restituire loro storia, identità, dignità, futuro. Non posso essere io a spiegare cosa si deve fare, ma potrei invece indicare una quantità di esempi di “ripopolamento”, di “riabitare”, di “restanza” fattivi, concreti, buoni, utili. E questi esempi nascono sempre intorno alle reali vocazioni dei luoghi: al Sud difficilmente potrà avere successo un’intrapresa (economica, culturale o sociale) che sia estranea alla nostra storia, al paesaggio, al carattere, all’indole; viceversa attecchiscono esperienze, manifatture, attività che si ricollegano alla memoria, che rianimano, rigenerano culture ed economie. Più che ricette dobbiamo dare esempi. E allora forse succederà – come sta già accadendo – che molte persone verranno dal Nord, dall’Europa, dall’estero a farsi abitanti ed a riabilitare il Sud. Se i meridionali se ne andranno senza conoscere, i forestieri verranno per conoscere, sostituiranno gradualmente gli spazi lasciati vuoti da chi va via. E spesso questi nuovi abitanti sono i migliori difensori del Sud. Non tutti amano gli stili di vita dei Nord del mondo: fretta, lavori ripetitivi e totalizzanti, stress, vitalismo, metropoli sconfinate, enormi agglomerati industriali, densità di popolazione altissime. Accanto al Prodotto Interno Lordo (PIL) per misurare la salute di una società dovrà pur esserci una “Felicità interna netta” (FEN), come ho scritto in uno dei miei libri, “Lettere meridiane”! C’è una parte dell’umanità che ama la lentezza, i lavori semplici e creativi, la quiete, la moderazione, i piccoli paesi, le manifatture vocazionali (legate alle caratteristiche dei luoghi), una bassa densità di popolazione. Un Sud così, se accompagnato dal un buon funzionamento dei servizi pubblici, sarà sempre attraente ed eminente per quei tanti che cercano i nuovi lussi di cui parla Therry Paquot in un suo libro e che sono spazio, tempo e silenzio. Una terra scarsamente spopolata, “arcaica”, dove prevale la natura rispetto all’artefatto, come la Calabria, offre enormi possibilità da questo punto di vista. Penso che la Calabria sia una miniera dalla quale non dobbiamo cavare nessun materiale prezioso. Basta lasciare in pace quei tesori, conservarli, proteggerli. Prima o poi qualcuno verrà ad ammirarli e, ispirandosi ad essi, produrrà benessere che, come spiegava Pasolini, è tutt’altra cosa rispetto allo sviluppo. Capisco che considerazioni come queste possono sembrare inattuali, ma se ha ragione Cersosimo nel dire che politica, governi, intellettuali, investitori si sono stancati del Sud, che la gente continua ad andarsene altrove, allora dobbiamo prepararci e fare di necessità virtù. È un po’ la stessa cosa che i grandi scienziati ci dicono di fare con i cambiamenti climatici: battiamoci per diminuire le immissioni di gas serra in atmosfera ma anche prepariamoci (c’è un libro emblematico di Luca Mercalli con questo titolo) a vivere ed operare diversamente, adattandoci al cambiamento epocale in atto e che con molto probabilmente non riusciremo a fermare. Per essere ancora più chiaro: non deve preoccuparci la quantità di persone che restano o che vengono a vivere in Calabria ma la loro qualità. Solo chi ama il Sud, solo coloro per i quali “Il Mediterraneo è un destino”, come diceva Predrag Matvejević, possono salvare il Sud».       

Le università del Sud hanno tutte le carte in regola per diventare motori di innovazione, capaci di affrontare la storica marginalità della regione, se riusciranno a superare i confini della loro tradizionale funzione accademica

«A mio parere lo sono già. Anche nelle università calabresi vi sono corsi di laurea e master “vocazionali”, legati alle esigenze reali del nostro territorio. E il livello della ricerca in generale sta crescendo. Ciò che registro è che le amministrazioni locali si rivolgono troppo poco alle università calabresi per essere indirizzate, per essere accompagnate nelle scelte delle politiche economiche e sociali. E nello stesso tempo mi sento di chiedere alle università un maggior sforzo di interazione col territorio, di comunicazione, anche a costo di fare cose che possono apparire eccedenti, eccentriche, perfino eretiche rispetto al loro ruolo istituzionale. La scienza, l’istruzione, la formazione, la ricerca devono essere “servizievoli”, come dice Daniela Lucangeli, devono essere indirizzate al servizio dei luoghi, delle comunità, devono uscire dalle aule, dai laboratori, dai congressi scientifici e mischiarsi alla gente comune, invadere la società, contaminarla. Capisco che è difficile. Ma un’università che sia nello stesso tempo autorevole e creativa, magari da un puntino sperduto del Sud-Europa, potrebbe insegnare al mondo una nuova etica della scienza, che è poi quella che manca completamente oggi, visto quanto accade intorno a noi». (paola.militano@corrierecal.it)

*direttore del Corriere della Calabria

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