Dal referendum alle comunali, crepe nel fortino del centrodestra?
Il voto sulla separazione delle carriere riapre il confronto sugli equilibri politici in Calabria e nel Paese. Le amministrative di maggio diventano un nuovo banco di prova

Battuta d’arresto momentanea o segnale di un cambio di umore nell’elettorato? Come inquadrare e, conseguentemente, che peso dare al risultato della recente consultazione referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati a due mesi esatti da una prova, forse poco analizzata e troppo frettolosamente archiviata, che ha rappresentato per certi versi un primo spartiacque nel rapporto, fino a quel punto quasi idilliaco, tra una buona parte dell’elettorato e il centrodestra al governo nel Paese e nella Regione?
È una domanda, questa, che soprattutto la coalizione di maggioranza nel Paese non dovrebbe tentare di evitare sia a Roma che a Catanzaro. A maggior ragione in prossimità di una nuova scadenza elettorale, quella del 24 e 25 maggio, quando si voterà in una miriade di centri piccoli e grandi della regione tra cui spiccano le realtà di Reggio Calabria e Crotone. Certo il risultato del voto amministrativo in agenda domenica e lunedì non sarà del tutto sovrapponibile a quello referendario dello scorso marzo, ma, in ogni caso, il responso popolare espresso in quella circostanza, oltre ad avere costituito un inatteso altolà alle mire della maggioranza di Giorgia Meloni (e dei suoi epigoni periferici), ha posto in evidenza, come emerge dall’analisi dei flussi, il ritorno di parte consistente dell’elettorato che, negli anni precedenti, aveva disertato l’esercizio del diritto di voto. In particolare, come è stato autorevolmente rilevato, a marzo scorso si è potuta registrare una più massiccia partecipazione della componente giovanile, quella dimostratasi soventemente più refrattaria in passato. Un aspetto, questo, per molti versi inedito e che ha alimentato le speranze di rivincita dei partiti di opposizione. Detto questo, però, non è così automatico che le circostanze favorevoli a chi si è opposto alla riforma possano rivelarsi ancora propizie per i partiti e le coalizioni alternative alle maggioranze che governano a Roma e in Calabria. Così come, al contrario, quell’esito potrebbe confermarsi come la prima crepa nel corpo di un edificio politico che, solo fino ad una manciata di mesi fa, appariva alla stregua di un esempio da manuale di stabilità e compattezza.
Certo, da parte loro e legittimamente Pd, M5s e Avs e le altre formazioni politiche di minoranza, proprio alla luce dei risultati del voto che ha sancito uno stop alla riforma della giustizia, si sentono autorizzati a confidare nel fatto che la situazione di attuale difficoltà del governo Meloni, uscito indebolito e visibilmente disorientato tanto nella circostanza elettorale ultima, quanto da tutta una serie di altre vicende (dimissioni, ricadute negative dei conflitti bellici e altre vicende) che ne hanno reso meno coriacea la posizione, possa essere aiutare a rendere ancora più arduo il percorso di rafforzamento del centrodestra anche a livello regionale dove qualche timore inizierebbe a farsi strada. Senza sottovalutare d’altro canto che il rapporto tra centrodestra e voto amministrativo non sempre – o forse è meglio dire assai raramente – è stato coronato dal successo.
In questo contesto caratterizzato peraltro da un’accentuata e sempre più pervasiva fluidità della politica si inserisce la questione aperta, in Calabria e altrove, del futuro dei piccoli comuni, soprattutto di quelli ormai sottodimensionati e non in grado per ciò stesso di garantire servizi ad una popolazione che si assottiglia sempre di più, come confermano regolarmente i risultati dei censimenti della popolazione realizzati dall’Istat negli ultimi anni. Impegno titanico, dunque, quello di tentare di riassegnare a tante piccole realtà locali la giusta considerazione ma, a quanto pare, piuttosto arduo e lontano anni luce dalle preoccupazioni e dagli interessi della politica nazionale. (redazione@corrierecal.it)
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