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alleanze e strategie criminali

Ristorazione e “teste di legno”, così la ‘ndrangheta si radica a Roma: la «mafia degli affari» e il business del narcotraffico

Il primato delle cosche reggine e i sequestri milionari contro gli Alvaro e i Marando. Il questore Massucci illustra la mappa della criminalità nella Capitale

Pubblicato il: 24/05/2026 – 20:01
di Mariateresa Ripolo
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Ristorazione e “teste di legno”, così la ‘ndrangheta si radica a Roma: la «mafia degli affari» e il business del narcotraffico

ROMA Una penetrazione capillare nel tessuto economico che colpisce Roma e provincia attraverso una silenziosa e sistematica «mafia degli affari». È questo il quadro delineato dal questore di Roma, Roberto Massucci, nel corso di un’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia. L’intervento del vertice della Questura capitolina ha offerto una dettagliata ricostruzione delle infiltrazioni criminali, con un focus particolare sulla ‘ndrangheta, capace di rigenerare i proventi illeciti del narcotraffico e dell’usura all’interno di attività commerciali apparentemente pulite.
Il questore ha esordito chiarendo che la situazione attuale richiede una vigilanza costante, spiegando che «questo non significa che partiamo da situazioni di tipo emergenziale o drammatiche evidenze che ci portano a lanciare l’allarme su questo fenomeno. Tuttavia, ci debbono far tenere le cosiddette “antenne di controllo” particolarmente elevate, proprio per intercettare quelli che possono essere gli elementi costituenti di infiltrazioni di tipo associativo nella struttura economico-imprenditoriale della provincia di Roma, quindi della Capitale, così come anche della sua provincia».

La doppia anima della criminalità a Roma: autoctona e calabrese

L’analisi distingue due diverse forme di strutturazione dei vincoli associativi sul territorio della Capitale: da un lato una componente autoctona, nata e cresciuta sul litorale romano, la cui natura mafiosa è stata storicamente sancita dalla giustizia. Dall’altro lato, si registra una massiccia e strutturata interconnessione con le organizzazioni tradizionali, in primis le cosche della ‘ndrangheta reggina.
Massucci ha ricordato come, storicamente, la spartizione del territorio romano segua logiche di non belligeranza: «La Banda della Magliana interagiva, nel rispetto del territorio, con altre organizzazioni criminali, fino ad arrivare a “fin qui arrivo io, dopodiché parti tu”. Poi inizia l’organizzazione di Tor Bella Monaca con il principio “non ci andiamo a calpestare i piedi l’uno con l’altro”, perché ognuno trae il proprio profitto sul territorio che controlla».
Nel delineare la metamorfosi delle bische e del pizzo in investimenti legali, il questore ha evidenziato la nascita di «una vera e propria mafia degli affari, cioè una modalità di reinvestimento del provento illecito su attività lecite mediante l’utilizzo del sistema delle cosiddette “teste di legno”, quindi intermediari che possono essere considerati “puliti” rispetto all’organizzazione criminale e che, tuttavia, divengono il ponte di accesso a una legalizzazione di proventi illeciti che, nel caso di specie, arrivavano dal pizzo, dall’estorsione, dall’usura e dal traffico di droga».

L’aggressione ai patrimoni: sequestri milionari a Ostia e San Basilio

Lo strumento più efficace per contrastare questa penetrazione economica rimane l’aggressione ai beni mobili e immobili delle cosche. Il bilancio delle misure di prevenzione patrimoniali eseguite dalla Questura in stretta sinergia con la Procura della Repubblica fotografa operazioni di rilievo. Nel territorio di Ostia e Infernetto, un provvedimento eseguito nel 2025 ed esplicitamente riferibile alla cosca Alvaro ha portato al sequestro di tre società operanti nella ristorazione per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro. Analogamente, due provvedimenti contro il clan Casamonica, connesso a cosche calabresi del reggino, hanno colpito beni per 3,5 milioni di euro.
Nel descrivere l’impatto economico di queste infiltrazioni, Massucci ha precisato che tali clan operano «con attività economiche ritenute strumentali a finalità di schermatura patrimoniale, ma anche di consolidamento del controllo territoriale. È ovvio che quando acquisisci il controllo di un pubblico esercizio che per definizione raccoglie presenza di persone questo consente anche di avere un “presidio” di controllo del territorio proprio dal punto di vista fisico».
La conferma della centralità di questa strategia è giunta anche dalle operazioni nel quadrante di Roma-San Basilio, dove è stato eseguito un sequestro da 5 milioni di euro riconducibile alla cosca Marando. Anche in questa circostanza, gli accertamenti hanno evidenziato come l’organizzazione prediliga il settore dei bar e della ristorazione, sfruttando sistematicamente «il meccanismo dell’intestazione fittizia a titolari cosiddetti “teste di legno”, che consentono di definire una demarcazione di distanza dalla reale attività criminale che è alla base di questo tipo di attività criminale».

Narcotraffico e filiere di legalità per il futuro di Roma

Il motore economico che alimenta le infiltrazioni rimane il traffico di stupefacenti, definito dal questore come «l’affare criminale che più di tutti struttura una movimentazione di denaro assai significativa, per utilizzare un eufemismo, che purtroppo si basa drammaticamente su una domanda sempre più crescente di assuntori, che sono la ragione per cui esistono gli spacciatori». Le grandi piazze di spaccio romane generano flussi finanziari enormi che necessitano di essere riciclati nell’economia legale.
Segnali di persistente attenzione emergono anche dalle indagini sulle curve calcistiche, come l’operazione antidroga condotta dalla Digos nella Curva Sud dello Stadio Olimpico, che ha svelato «elementi di vicinanza al clan Senese che chiaramente riconducono a segnali di attenzione e di preoccupazione (nel senso che ce ne dobbiamo occupare prima) sul territorio romano, che evidentemente sono ancora persistenti».
Per contrastare questo scenario, la strategia futura della Questura punta sulla creazione di “filiere di legalità” e su un’opera di coordinamento partecipato. Massucci ha concluso il suo intervento sottolineando che «nel settore della sicurezza, pensare che la soluzione sia esclusivamente nelle mani della polizia è un errore strutturale, perché questo non è possibile, ma credo che non sia neanche auspicabile, quindi mettersi insieme e creare un meccanismo virtuoso di collaborazione, di interazione e di trasferimento di informazioni diventa particolarmente importante».
Masucci ha quindi evidenziato il valore dei nuovi osservatori in fase di costituzione presso le prefetture, uno strumento di controllo del territorio che funziona per sottrazione di spazio vitale alle mafie: «Questo può rappresentare, ritengo, un ulteriore elemento di controllo del territorio, perché di questo stiamo parlando. Noi stiamo parlando di una esigenza di aumentare e migliorare il più possibile […] uno strumento di controllo del territorio che funziona, per banalizzare il concetto, come il meccanismo di togliere l’acqua ai pesci, perché i vuoti in natura non esistono e quindi laddove si creano dei vuoti e dei momenti di non copertura da parte delle istituzioni dello Stato ovviamente poi sono altri che occupano quegli spazi al di fuori della cornice di legalità».

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