Gioia Tauro, l’estorsione per i lavori dell’Amazon Hub e il diktat di “Facciazza”
L’allarme della Cgil e i timori dell’ingerenza del clan Piromalli dietro l’investimento saltato della multinazionale al Porto reggino

REGGIO CALABRIA «Mio zio Peppino diceva “chi nasce tondo non muore quadrato”! So che questo mi porta all’arresto, no? Però se ho vissuto una vita in questa maniera, non posso cambiare vita!». Don Pino Piromalli lo confessa (intercettato) ad un interlocutore. La captazione è finita nell’inchiesta denominata “Res Tauro”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e destinata a infliggere un duro colpo al clan di Gioia Tauro. La città del Porto, snodo centrale del Mediterraneo, cuore pulsante dell’economia ma anche centro nevralgico del principale business della ‘ndrangheta: il narcotraffico. La droga viaggia a bordo di container, nascosta in carichi di kiwi, banane, zucchero. “Facciazza”, il soprannome di Giuseppe Piromalli, si lascia andare ad una confessione “spontanea”: nessun rimpianto per la vita condotta e pazienza se le forze dell’ordine concluderanno l’ennesima operazione, chi nasce tondo non muore quadrato. E’ così che va, boss e sodali si assumono il rischio costi quel che costi. E a proposito di rischio, sull’ingerenza della ‘ndrangheta nello scalo portuale reggino ha acceso i riflettori la Cigl Calabria in una nota diffusa nella giornata di domenica scorsa e riferita alle preoccupazioni circa il presunto passo indietro di Amazon, rispetto alla possibilità di un insediamento nell’area industriale del porto di Gioia Tauro. Il riferimento del sindacato è ad alcuni passaggi contenuti proprio nelle carte dell’inchiesta “Res Tauro”. Dello stesso tenore, il comunicato delle scorse ore inviato dalla consigliera regionale del M5s, Elisa Scutellà. «Se venisse confermato che un colosso internazionale ha rinunciato a investire in Calabria per timore di condizionamenti criminali, saremmo davanti a un fatto di una gravità inaudita. La ’ndrangheta continua a frenare sviluppo, lavoro e futuro dei nostri territori, e questo non è più tollerabile», dichiara l’ex parlamentare.
“Res Tauro” e l’Hub Amazon
A settembre 2025, erano state disposte 26 misure cautelari — 22 in carcere, 4 ai domiciliari — al termine di un’indagine avviata nel 2020, condotta dal Ros dei carabinieri con 260 decreti di intercettazione e 17 telecamere. Al centro di tutto, Giuseppe Piromalli. Per la Dda di Reggio Calabria e il procuratore Giuseppe Borrelli, dall’indomani della scarcerazione, il boss si sarebbe rimesso a capo della cosca, riprendendo il controllo come un tempo, ridefinendo ruoli e gerarchie interne, riaffermando la propria autorità su un territorio che considerava suo. E la legge vale per tutti, dalle multinazionali agli imprenditori locali: Gioia Tauro non è terra di conquista, sugli affari la mala ha voce in capitolo e – come nel caso di Amazon – sarebbe riuscita ad impedirne l’investimento.
Nella carte che accompagnano la chiusura delle indagini da parte della Distrettuale Reggina, Amazon compare in una discussione a due con protagonisti Giuseppe Piromalli e Antonio Zito. Si parla di «un soggetto che avrebbe dovuto elargire verosimilmente 5.000 euro e per il quale Piromalli richiedeva un immediato contatto». L’interlocutore rassicura “Facciazza” impegnandosi nell’avvicinare tale Andrea. L’incontro – secondo l’ipotesi accusatoria – sarebbe seguito alla necessità da parte di Piromalli di valutare le reali intenzioni del soggetto vista la sua vicinanza con il “pezzaro” – soprannome affibbiato ad un imprenditore prima vicino al clan e poi distaccatosi dal sodalizio – per «i lavori» che due imprese «hanno eseguito per il costruendo Amazon Hub».
Nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino e dai sostituti Giuseppe Borriello e Lucia Spirito, a Piromalli viene contestato l’essersi fatto promotore di una richiesta estorsiva «in relazione ai lavori – presso l’area portuale del comune di Gioia Tauro – di realizzazione di un capannone industriale destinato ad ospitare un centro di distribuzione della multinazionale Amazon, in occasione delle festività natalizie dell’anno 2021». Le somme che avrebbe richiesto il boss per rilasciare il “benestare” sarebbero pari a 30mila euro (da pagare in due tranche). (f.benincasa@corrierecal.it)
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