Da Tropea ad Acquaro, la “rivincita” dei sindaci sciolti per infiltrazioni mafiose
Nelle ultime due tornate elettorale sono cinque i primi cittadini tornati alla guida dei comuni vibonesi commissariati. Il caso emblematico di Tropea e la discussa legge

Capistrano prima, Tropea, Acquaro, San Gregorio d’Ippona e San Calogero poi. Un paradosso “vibonese”, pienamente legale e legittimo, che però suscita una riflessione sull’efficacia della tanto discussa legge sullo scioglimento dei comuni. Nelle ultime due tornate elettorali sono infatti cinque gli enti locali della provincia di Vibo Valentia in cui un primo cittadino a capo di un’amministrazione sciolta per infiltrazioni della ‘ndrangheta viene rieletto alla guida dello stesso Comune. In due casi, Acquaro e Tropea, “intervallati” soltanto dalla commissione antimafia che li ha sostituiti per i mesi previsti dalla normativa.
A Tropea il caso più emblematico
A Tropea il caso più emblematico, tema emerso più volte già in campagna elettorale. Perché a sfidarsi fino all’ultimo voto (con una vittoria con scarto di soli 49 voti) c’erano due primi cittadini sciolti: Giuseppe Rodolico, la cui amministrazione è stata fatta cadere nel 2016, e Giovanni Macrì, alla guida dell’ente fino al 2023 prima che intervenisse il Consiglio dei ministri. Entrambi definiti “impresentabili” dalla Commissione d’inchiesta antimafia, sono invece i due candidati che hanno ottenuto più voti a discapito dell’outsider Antonio Piserà, che tra le fila degli aspiranti consiglieri contava anche sull’ex presidente della Commissione Nicola Morra. Se Rodolico, nel confronto pre-elezioni su L’altro Corriere Tv, aveva promesso più attenzione qualora fosse eletto, Macrì si è sempre scagliato contro la normativa sullo scioglimento, mettendosi in prima fila tra i sindaci che chiedono la riforma.
I casi Capistrano e Acquaro
Una battaglia portata avanti nel corso degli anni anche da Marco Martino, rieletto sindaco di Capistrano alle scorse elezioni di novembre, battendo lo sfidante Giuseppe Crispino con il 67% dei voti. Il suo Comune era stato, invece, sciolto ad ottobre del 2023, un mese dopo il commissariamento di Acquaro, quest’ultimo guidato da Giuseppe Barilaro. Nell’ultima tornata elettorale di novembre unico candidato era Giuseppe Ferraro, con la lista “Acquaro Bene Comune”, ma le elezioni erano state definite nulle dopo che solo il 28% si era recato alle urne. Esito diverso, invece, per Barilaro: la scorsa settimana il rieletto sindaco ha superato il quorum tornando alla guida del Comune.
I ritorni di San Gregorio d’Ippona e San Calogero
Discorsi diversi per San Gregorio d’Ippona e San Calogero: nel primo caso, lo scioglimento dell’amministrazione guidata da Pasquale Farfaglia era avvenuto addirittura nel 2007, con Farfaglia già rieletto durante le elezioni nel 2020. Dopo aver portato a termine la legislatura, è stato rieletto nuovamente la scorsa settimana con il 54% dei voti contro il 46% dello sfidante Alessandro Lacquaniti. Situazione simile per Nicola Brosio, sciolto a San Calogero nel 2013 e rieletto nuovamente nel 2015. Dopo una parentesi a guida Giuseppe Maruca, Brosio ha battuto il primo cittadino uscente tornando nuovamente al vertice del palazzo comunale.
Una legge discussa
Una situazione che riaccende il dibattito sull’efficacia di una legge discussa, da tempo al centro delle critiche bipartisan di politica e istituzioni. Se da una parte gli interessi della ‘ndrangheta nella politica locale sono ormai certificati da sentenze e inchieste della Dda, dall’altra il rischio è che una legge ritenuta anacronistica da chi la contesta non risolva il problema. Un monito lanciato anche da Avviso Pubblico, che annualmente pubblica il report “Il male in Comune” relativo agli scioglimenti per mafia: pur ritenendo la normativa uno strumento «imprescindibile» e da proteggere, la riforma garantirebbe un’efficacia maggiore, anche pensando ad “alternative” che evitino il totale scioglimento dell’ente. (ma.ru.)
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