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legalità e burocrazia

Sottratti alla ’ndrangheta ma sospesi nel limbo dello Stato, la doppia vita dei beni confiscati

La Calabria è terza in Italia per patrimoni tolti ai clan. Occhiuto avverte: «Un messaggio devastante lasciarli perire». I modelli di Limbadi e Reggio tracciano la via

Pubblicato il: 18/06/2026 – 7:00
di Marco Russo
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Sottratti alla ’ndrangheta ma sospesi nel limbo dello Stato, la doppia vita dei beni confiscati

Restano abbandonati, inutilizzati e spesso preda del degrado. Sono i beni confiscati alla criminalità organizzata che, invece di rinascere a nuova vita, finiscono in alcuni casi per diventare simbolo di incuria e fallimenti amministrativi. Alcuni vengono persino danneggiati volontariamente poco dopo il provvedimento di confisca: una sorta di “vendetta”, ma anche un tentativo di scoraggiare chi prova a restituirli alla collettività attraverso progetti di utilità sociale. Sono numerosi i beni confiscati che, in Italia come in Calabria, restano bloccati tra ostacoli burocratici, ritardi e inerzie amministrative. Il rischio, ha denunciato il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto intervenendo all’inaugurazione del Festival Trame a Lamezia Terme, è quello di trasmettere ai cittadini un «messaggio devastante», l’immagine di uno Stato che, «una volta confiscato un bene, lo lascia perire».

I numeri sulla Calabria

Un motivo in più se si considera il grande “potenziale” ancora inespresso di questi beni: una risorsa che potrebbe generare valore non soltanto dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello sociale. La Calabria è infatti tra le regioni italiane con il maggior numero di beni sottratti alla criminalità organizzata. Secondo l’ultimo report di Libera “Raccontiamo il Bene”, sono 3.450 quelli già destinati (terza regione in Italia dopo Campania e Sicilia), mentre 1.722 risultano ancora in amministrazione, ovvero sottoposti a confisca non ancora definitiva e in attesa della conclusione dell’iter giudiziario. Il dato dei beni destinati, però, non coincide automaticamente con quello dei beni realmente riutilizzati. La destinazione rappresenta infatti la conclusione dell’iter legislativo, ma non garantisce che l’immobile o il terreno siano già tornati nella disponibilità della collettività. Molti restano ancora sospesi, in attesa di finanziamenti, di progetti concreti o bloccati da ostacoli burocratici che ne rallentano la rinascita.

Gli esempi positivi, dalla caserma di Limbadi all’Urban Center di Reggio

Eppure, la Calabria racconta anche storie positive. A Limbadi, lo scorso anno, è stata inaugurata, alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la nuova caserma dei Carabinieri realizzata all’interno di una villa confiscata. Un risultato dal forte valore simbolico in un territorio considerato per anni una roccaforte della cosca Mancuso: un bene che da simbolo del potere criminale è diventato presidio dello Stato. Sul fronte dell’economia sociale, invece, ci sono i terreni affidati alla cooperativa Valle del Marro, dove beni sottratti alla ‘ndrangheta sono stati trasformati in una filiera agricola sostenibile e capace di creare lavoro. Un percorso tutt’altro che semplice, segnato anche dalle ritorsioni della criminalità organizzata: nell’ultimo anno diversi episodi intimidatori hanno colpito le coltivazioni, con ettari di terreno e produzioni andati distrutti dalle fiamme. Caso emblematico è l’Urban Center di Reggio Calabria, che nel 2017 fu il primo in Italia a nascere in un bene confiscato, ma che negli anni è stato gradualmente abbandonato e finito, nuovamente, nel degrado.

Il caso di Tiberio Bentivoglio

A Reggio Calabria c’è poi la storia di Tiberio Bentivoglio, uno dei simboli della lotta al racket e per anni vittima delle intimidazioni della ‘ndrangheta, da quando nel 1998 subì la prima minaccia. Sopravvissuto anche a una sparatoria nel 2011 e titolare di un’attività commerciale nel centro reggino più volte presa di mira, Bentivoglio ha continuato a resistere. Nel 2016, dopo aver riaperto con difficoltà il proprio negozio, l’attività è stata nuovamente colpita da un attentato dinamitardo. Infine, al termine di un lungo e complesso percorso burocratico, gli è stato assegnato un bene confiscato dove ha potuto trasferire e riaprire la propria attività: un caso unico in Italia, che ha trasformato un bene sottratto alla criminalità in uno spazio di lavoro e di riscatto civile.

L’idea di un nuovo modello

Proprio Bentivoglio, in passato, si era fatto promotore di un nuovo modello di riutilizzo dei beni confiscati, proponendo di affidarli agli imprenditori che denunciano e si ribellano all’usura e al racket. Un’idea simile a quella rilanciato da Occhiuto nel suo intervento a Trame, che partendo dalla vicenda del villaggio di Nicotera ha ampliato il discorso sui beni confiscati, proponendo un modello pilota capace di intrecciare il lavoro della Pubblica amministrazione e quella di una «white list di imprese» in modo da garantirne il riutilizzo. E nell’ottica di un maggiore riutilizzo rientra anche il protocollo d’intesa tra Regione e l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, un accordo risalente al 2023 ma rinnovato ad aprile anche in virtù – hanno spiegato – dei risultati positivi ottenuti. (redazione@corrierecal.it)

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