«Liberi di scegliere»: il “sì” che smantella il potere dei clan e il giogo su donne e minori
Approvato all’unanimità a Montecitorio il testo nato dall’intuizione del giudice Di Bella a Reggio Calabria. Ora la sfida passa al Senato

ROMA Il primo, storico tassello istituzionale è stato formalmente posizionato. Quello che si configura come uno strumento giuridico fondamentale per restituire la libertà a chi non ha mai avuto la possibilità di immaginare un futuro decidendo in autonomia, ha superato il vaglio dell’Aula della Camera, trasformando una straordinaria intuizione in un impegno solido e unanime dello Stato.
Con 209 voti favorevoli, nessun contrario e un clima di convergenza repubblicana raramente rintracciabile nelle cronache parlamentari recenti, Montecitorio ha dato il via libera definitivo al primo step della proposta di legge «Liberi di scegliere». Il provvedimento, che introduce misure di protezione, sostegno economico e assistenza per i minorenni e per i loro adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata, si appresta ora a varcare la soglia del Senato per la seconda e decisiva lettura.
Dall’intuizione a Reggio Calabria a pilastro nazionale
Il cuore profondo dell’impianto normativo trae origine, come avevamo raccontato lo scorso 15 gennaio in occasione della presentazione del testo a Palazzo Montecitorio, dalla straordinaria intuizione del giudice Roberto Di Bella. Nel lungo e complesso periodo in cui ricoprì l’incarico di presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Di Bella comprese la necessità assoluta di intervenire per rompere la catena che unisce tragicamente il destino di tantissimi giovani a quello delle famiglie mafiose di appartenenza. Quello che era nato oltre dieci anni fa come un protocollo sperimentale nei tribunali di frontiera, si appresta a diventare ora un vero e proprio pilastro legislativo nazionale per la tutela dei minori. È lo stesso magistrato, oggi presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, a delineare la portata epocale del cammino compiuto, richiamando quell’orizzonte temporale che oggi appare straordinariamente vicino: «È un precedentemente assoluto a livello mondiale, può diventare una pietra miliare nel contrasto alla criminalità organizzata, e colma un vuoto di tutela. L’auspicio, entro il 2026, è che ci sia l’approvazione definitiva».
Si tratta di un lavoro autenticamente bipartisan, frutto di un lungo e meticoloso approfondimento in Commissione Antimafia, volto a dare dignità strutturale a un percorso che non poteva più reggersi unicamente sulla buona volontà e sul coraggio dei singoli magistrati o delle associazioni sul territorio.
La legge per fermare il giogo dei clan
L’impatto del provvedimento va al di là della semplice assistenza: esso colpisce l’architettura stessa del potere mafioso, basato sul controllo dinastico e sulla sottomissione psicologica. La forza del testo risiede nella capacità di non lasciare sole le madri e i figli dopo il distacco dai territori d’origine. Tra le misure chiave destinate a entrare a regime vi sono tutele concrete che si muovono lungo due direttrici fondamentali: la sicurezza e l’autonomia economica. La legge consentirà infatti coperture d’identità per evitare ritorsioni, l’attivazione di un vero e proprio «reddito di libertà» per garantire la sussistenza iniziale, percorsi di formazione professionale personalizzati e un supporto continuativo per i minori nel loro nuovo inserimento sociale. In questo delicato ingranaggio, la protezione formalmente garantita dallo Stato si fonderà con il supporto della rete sociale e del terzo settore, elementi indispensabili per ricostruire l’identità di chi fugge. Uno degli obiettivi della legge è infatti quello di accompagnare le donne coinvolte verso una reale indipendenza, offrendo loro le risorse necessarie per non cedere al ricatto della povertà o della paura.
Il coraggio delle donne
Il passaggio al Senato eredita la spinta morale delle tante madri che, nel corso degli anni, hanno trovato la forza di recidere i legami di sangue con i clan per salvare i propri figli. Le loro drammatiche e speranzose testimonianze video, che avevano commosso la platea di Montecitorio a gennaio, risuonano oggi come un monito per completare l’esame della legge. Voci spezzate che chiedevano una certezza: «Questa legge ci garantirebbe un lavoro, assistenza sanitaria, di poter lavorare e avere un futuro e vivere una vita onesta». A farsi interprete di questo grido di riscatto è la senatrice Vincenza Rando, già coordinatrice del Comitato Cultura della legalità e protezione dei minori, il cui vissuto professionale a fianco di figure storiche come Lea Garofalo conferisce profondità alle sue parole: «Queste donne hanno avuto un coraggio enorme e adesso lo dobbiamo liberare, dobbiamo farlo con celerità per dare loro il senso della fiducia». Non c’è più tempo da perdere. Come ricordato da don Luigi Ciotti, presidente di Libera: il coraggio da solo non può bastare se manca una cornice istituzionale capace di fare da scudo.
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