Il ricorso del Cosenza Calcio e il passaggio che non racconta il momento rossoblù
Nel deposito al TAR il club sostiene che giocare a Crotone significherebbe «rinunciare alla tifoseria». Un dettaglio che, alla luce della profonda frattura tra società e piazza, fa discutere

COSENZA Nelle 33 pagine depositate dal Cosenza Calcio davanti al TAR contro il Comune, tra questioni di competenza, procedure amministrative e lavori allo stadio “Gigi Marulla”, c’è un passaggio che probabilmente colpisce più di tutti. Non perché abbia un particolare valore giuridico, ma perché inevitabilmente si confronta con la realtà dell’ultimo anno.
Nell’istanza cautelare, la società sostiene che, senza un intervento del Tribunale amministrativo, sarebbe costretta a disputare le gare casalinghe allo stadio “Ezio Scida” di Crotone, una soluzione definita «emergenziale e non tollerabile».
Il ricorso spiega anche perché. Lo “Scida” «si trova a oltre 100 km di distanza da Cosenza», non esistono collegamenti ferroviari diretti stabili tra le due città e i tempi di percorrenza superano mediamente le tre ore. Da qui la conclusione: giocare a Crotone significherebbe «rinunciare alla propria tifoseria, con tutto ciò che ne consegue in termini di immagine, di risultati sportivi e, oltretutto, economici», anche per i mancati introiti della biglietteria. È un’argomentazione perfettamente comprensibile. Del resto, nessuna società sceglierebbe di disputare le proprie partite casalinghe a oltre cento chilometri dalla propria città. Eppure, proprio quella frase produce un effetto particolare. Non perché sia giuridicamente discutibile, ma perché arriva in un momento storico nel quale il rapporto tra la società e la propria tifoseria è, nei fatti, profondamente compromesso.
Lo hanno raccontato gli spalti del “Marulla”, vuoti o semivuoti durante l’ultima stagione. Lo hanno raccontato le contestazioni, diventate via via sempre più dure, le richieste pubbliche di cessione del club, gli striscioni, le prese di posizione delle curve e delle associazioni di tifosi. Lo ha raccontato la recente manifestazione che ha attraversato le strade cittadine contro la proprietà. Lo ha raccontato anche il Consiglio comunale aperto dello scorso aprile, convocato per discutere della questione stadio ma trasformatosi inevitabilmente anche nel luogo in cui è emersa tutta la distanza tra la società e una parte consistente della città. In questo clima, soprattutto dopo la trattativa fallita tra il patron Eugenio Guarascio e l’imprenditore Vincenzo Rota per la cessione del club, si è arrivati perfino a discutere della possibilità di una seconda squadra cittadina, destinata a ripartire da un campionato minore. Un’ipotesi che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrata quasi un’eresia in una piazza che ha sempre identificato il calcio cittadino con una sola maglia. Per questo il passaggio del ricorso colpisce.
La società scrive che giocare a Crotone significherebbe rinunciare alla propria tifoseria. Ed è probabilmente vero, perché una squadra senza il proprio pubblico perde inevitabilmente qualcosa della propria identità. Allo stesso tempo, però, è difficile non pensare che quella stessa tifoseria, abbia già preso le distanze dalla società da molto tempo. Non è una contraddizione giuridica. È una fotografia del momento.
Sarà il TAR a stabilire chi abbia ragione nella controversia tra il club e il Comune. Ed è evidente che quella dello stadio rappresenti una vicenda tutt’altro che semplice anche per Palazzo dei Bruzi, chiamato a conciliare i lavori di riqualificazione dell’impianto con le esigenze del campionato e a giustificare il suo provvedimento di sospensione della convenzione. Ma c’è una distanza che nessuna sentenza potrà misurare: non quella dei cento chilometri tra Cosenza e Crotone, bensì quella che oggi separa la società dalla sua tifoseria. (fra.vel.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato