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L’inchiesta

Epicentro 2, «Noi l’esempio lo dobbiamo dare come il Carabiniere»: così la cosca imponeva il proprio potere

Dalle carte dell’inchiesta emerge un capitolo dedicato alla ‘ndrina attiva nella frazione di Ortì e collegata alla cosca madre di Archi

Pubblicato il: 15/07/2026 – 10:42
di Paola Suraci
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Epicentro 2, «Noi l’esempio lo dobbiamo dare come il Carabiniere»: così la cosca imponeva il proprio potere

REGGIO CALABRIA Non un gelato pagato. Non una tessera del circolo bocce. Non cinquanta euro di carne. La ‘ndrangheta raccontata nelle carte dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto  non insegue mai la cifra: insegue il gesto pubblico di sottomissione, l’atto compiuto “di faccia a tutti”, che ricordi a un intero paese chi comanda. Lo dice, quasi con orgoglio pedagogico, lo stesso Demetrio D’Agostino, finito in carcere, parlando con il presidente della Bocciofila di Ortì: “Noi l’esempio lo dobbiamo dare come il Carabiniere!” — un’affermazione che ribalta i ruoli, e che restituisce meglio di ogni definizione giuridica l’ambizione della cosca: non solo controllare il territorio, ma sostituirsi, nella percezione della gente, allo Stato. Le carte dell’inchiesta “Epicentro2”— che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 79 persone (73 in carcere e 6 ai domiciliari) legate alle cosche De Stefano, Tegano, Condello e ad altre articolazioni del territorio reggino — dedicano un intero capitolo alla cosca D’Agostino, attiva nella frazione di Ortì e collegata alla casa madre di Archi, e al suo referente per la zona di Arasì-Straorino, Fabio Merenda. Ne emerge un catalogo di pizzo che attraversa i settori più diversi dell’economia locale: un cantiere edile in un monastero, un circolo di bocce di paese, gli appalti per la pulizia dei treni — e, dietro le quinte, una fitta contabilità interna su chi ha diritto a incassare cosa.

“Di chi è l’impresa… digli alla ditta di parlare con chi di dovere”

Il primo episodio ricostruito dagli inquirenti risale alla fine dell’estate del 2021 e riguarda i lavori di rifacimento del sagrato del Monastero della Visitazione di Santa Maria. Secondo l’accusa, Giuseppe D’Agostino, ritenuto a capo della cosca di Ortì e considerato una proiezione operativa della cosca Tegano: insieme ai figli Demetrio ed Ernesto D’Agostino, avrebbe organizzato incontri mafiosi e gestito la riscossione delle estorsioni ai danni dei commercianti dell’area pre-collinare, si sarebbe presentato al cantiere fingendo un generico interesse per i lavori, per raccogliere informazioni dagli operai; il figlio Demetrio si sarebbe poi recato sul posto a fotografare il cantiere e, dopo aver fornito alla Madre Superiora del monastero identità false quando questa gli aveva chiesto conto della sua presenza, avrebbe seguito in disparte uno degli operai della ditta. Rimasto solo con il lavoratore, gli avrebbe rivolto una frase che la Procura considera inequivocabile: “Di chi è l’impresa… digli alla ditta di parlare con chi di dovere”.

“Non è successo mai niente”: il ricatto alla Bocciofila

Il capitolo più esplicito, per toni e contenuti, riguarda però un circolo sportivo di paese: la Bocciofila di Ortì, e il suo presidente, Mimmo Cariddi. Le intercettazioni ambientali, relative all’aprile 2022, registrano lo sfogo di Demetrio D’Agostino contro Cariddi, colpevole di aver preteso dal padre Giuseppe il pagamento della normale tessera associativa, tre euro, e delle consumazioni al bar. D’Agostino rivendica, come un favore reso, la protezione garantita alla struttura per quasi trent’anni: “Ventisette anni e non è successo mai niente! Perché non è successo mai niente, nell’interesse anche nostro… Se non vogliono che succede, che continuate a giocare a bocce, …da ora in avanti, le cose devono andare regolari! …come andavano. Quindi il rispetto a mio padre è stato mancato! Perché, perché, non tu nei suoi confronti, anche di tutto il direttivo!Vuol dire che un cretino… o dei cretini, non lo hanno fatto toccare e che vada avanti la situazione!”. Di fronte alle timide obiezioni del presidente, i toni si alzano fino alla minaccia esplicita di distruggere l’impianto sportivo, condizionata all’azzeramento di ogni contributo dovuto dalla sua famiglia: “Quindi se ora in avanti vogliamo che non ci tocchino, le briglia che c’erano prima non si debbono guastare, giusto? (…) Se non volete continuare a giocare alle bocce… io me ne posso andare domani sera, ti giuro, te lo posso dire apertamente, vado là e rompo tutte cose”. Ma è nel passaggio successivo che la vicenda smette di essere una semplice questione di tessere gratuite e diventa, nelle intenzioni dell’indagato, un rito pubblico di sudditanza: D’Agostino pretende infatti che il gesto di esenzione dal pagamento venga compiuto davanti a tutti i soci, non in privato, perché serva da monito collettivo — “Quando viene là e vengono i bambini, si prendono un gelato e non te lo paghi… ma là, di faccia a tutti, in bella vista, ‘non me li devi dare questi soldi Pepé’ perché devono capire che sono gli altri che me li devono dare, lo capisci che ti voglio dire? Noi l’esempio lo dobbiamo dare come il Carabiniere!”. L’obiettivo non è risparmiare pochi euro, ma riaffermare davanti all’intera comunità chi detiene l’autorità.

“Manchi i cani”: la rissa per i soldi rubati sull’appalto della strada

Un intero filone di intercettazioni, datate aprile-maggio 2022, racconta invece un litigio tutto interno alle cosche: chi doveva incassare, e con chi dividere, il provento di un’estorsione legata ai lavori di manutenzione stradale del tratto “Reggio Campi”. A raccontare l’antefatto è lo stesso Demetrio D’Agostino, che il 26 aprile 2022 riferisce a Filippo Aricò — esponente della ‘ndrina di San Giovannello — quanto il fratello Ernesto fosse su tutte le furie con Fabio Merenda per come aveva gestito la vicenda: “Mi sono incontrato con mio fratello questa mattina!… E’ arrabbiato!… E’ adirato con quello, Fabio, che ‘manchi i cani’ Signore!… Dico io! Per questo fatto della strada, non strada…”. Aricò liquida la questione come ormai chiusa, e reagisce quasi con insofferenza: “Ancora va uscendo cose ragazzi, va bene, si! Ma, allora devo diventare nervoso!… ma che c’entra, ragazzi là sopra, non c’è più niente!… Non c’è più niente!”. Aggiunge poi, per giustificare l’autonomia con cui Merenda si sarebbe mosso, che nessun altro esponente di ‘ndrangheta della zona si era interessato a quell’appalto in tempo utile: “Lui si è preso soldi perché nessuno si è interessato, tuo fratello se ne è andato!… Perché le persone passano da là, passano e nessuno dice niente! Perché se lo avessi saputo io, stai tranquillo che da là non se ne andavano!”. E rivendica il metodo che, a suo dire, andava applicato ai mezzi della ditta che lavorava sulla strada, con un linguaggio da vero e proprio posto di blocco privato: “Caricate un’altra volta i mezzi e andatevene!… Che qua non siete a casa vostra!”. Due giorni dopo, il 28 aprile 2022, Demetrio ne discute con il padre Giuseppe, e la conferma arriva secca: a incassare tutto il denaro dell’estorsione, senza spartirlo con nessuno, era stato proprio Fabio Merenda — “E con chi hai parlato?”, chiede il padre. “Con Fabio! Ha preso lui conto!”, risponde Demetrio. Ma il controllo del territorio non si fermava alle estorsioni e alle liti sulla spartizione del denaro. Le intercettazioni raccontano anche una trattativa interna per ridisegnare i confini delle aree di influenza e il tentativo della cosca di consolidare la propria presenza nell’economia legale.

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