«Se il container è in black list, lo cancelliamo»: i portuali del clan Alvaro nel porto di Gioia Tauro
L’ordinanza svela l’aggancio doganale già testato e il ruolo di Filippo Gallo e Antonio Reitano, cognati fedeli alla cosca
REGGIO CALABRIA Un aggancio “già testato” per far sparire un container dalla lista dei controlli doganali, una nave inseguita per settimane tra ritardi e nomi sbagliati, e un carico di droga da 61 chili diviso in due spedizioni. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Elsie Clemente, che ricostruisce nel dettaglio l’operatività di una squadra di portuali al servizio di un sodalizio dedito al narcotraffico internazionale. I due protagonisti di questo filone d’inchiesta, Filippo Gallo e Antonio Reitano, sono tra le 35 persone raggiunte da ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito della vasta operazione dei carabinieri coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, contro un sodalizio ritenuto vicino alla cosca Alvaro di Sinopoli. Il blitz, eseguito da oltre 200 militari dell’Arma tra la Calabria e diverse altre regioni italiane, ha permesso di ricostruire una fitta rete di traffici di cocaina proveniente dal Sudamerica, avvalendosi della collaborazione di portuali compiacenti allo scalo di Gioia Tauro, e ha fatto emergere anche la disponibilità di armi e un tentato sequestro di persona a scopo estorsivo.
L’aggancio nella black list
Al centro dell’organizzazione, secondo la ricostruzione degli inquirenti, c’era Francesco Alvaro: non un semplice affiliato, ma il vero motore operativo del gruppo. Con il ruolo di promotore, organizzatore e finanziatore, era lui a tradurre in azioni concrete le direttive impartite dal carcere da Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano, dirigendo di fatto l’attività di tutti gli altri sodali e facendo da tramite tra i due detenuti e il mondo esterno — fornitori, acquirenti, corrieri — cui trasmetteva le informazioni necessarie a chiudere gli accordi e a portare a termine le cessioni. Era sempre lui, secondo l’accusa, a tenere i contatti con le squadre di portuali attive nello scalo di Gioia Tauro, compresa quella composta da Filippo Gallo e Antonio Reitano, fornendo loro le indicazioni per recuperare i carichi in arrivo — un raggio d’azione che non si fermava alla Calabria, dal momento che Alvaro si interfacciava anche con altre organizzazioni criminali per far uscire i carichi giunti in porti diversi, come quelli di Salerno e Genova. Il fulcro di questo filone dell’inchiesta è proprio la disponibilità, da parte di alcuni addetti allo scalo portuale, a intervenire sui sistemi di controllo doganale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il 12 gennaio 2020 lo stesso Francesco Alvaro informava un complice, tale Sainato, di un canale già collaudato: “Mi hanno detto che hanno trovato un aggancio già testato. In pratica se il container è inserito nella black list loro hanno possibilità di cancellarlo”. Un servizio che aveva un prezzo: per la rimozione dell’identificativo, i portuali avrebbero preteso 4 “pacchi” su 31 spediti, una percentuale che lo stesso Alvaro giudicava eccessiva: “Sul lavoro dei 31 mi cerca 4 pacchi ed è come se vuole altro 15% in più”, tanto da suggerire di rinviare la trattativa: “Si infatti a sto giro facciamo solo il lavoro normale e poi vedremo”.
LEGGI ANCHE: ’Ndrangheta, la droga degli Alvaro verso la Sicilia: i carichi di cocaina tra Catania e Palermo
La caccia alla nave giusta
Filippo Gallo e Antonio Reitano, cognati nella vita e complici negli affari, erano — secondo l’accusa — il punto di riferimento diretto di Vincenzo Alvaro e Francesco Alvaro per tutto ciò che riguardava il recupero dei carichi all’interno del porto di Gioia Tauro: un servizio pagato circa il 15% del valore della merce trasportata. Potendo contare su una rete di operatori portuali infedeli, i due avrebbero affiancato la famiglia Alvaro fin dalla fase della spedizione, suggerendo le rotte navali e le tipologie di container meno soggette a controlli e indicando le modalità più sicure per occultare la droga. Una volta partita la nave, il loro compito diventava seguirne gli spostamenti in tempo reale, avvisando Francesco Alvaro nel caso il container fosse finito nella black list della Guardia di Finanza; organizzavano inoltre i turni di lavoro della squadra in modo da trovarsi in servizio proprio nei giorni dell’attracco, dirigendo poi materialmente le fasi del recupero e del trasporto fuori dallo scalo. Le intercettazioni restituiscono la fase più concitata dell’operazione: l’attesa dell’arrivo della nave che trasportava lo stupefacente. Il 7 gennaio 2021 Sainato comunicava ad Alvaro che il carico era partito “La merce è in acqua ok siamo operativi”, e quest’ultimo si affrettava a raccogliere ogni dettaglio utile da girare ai due portuali incaricati del recupero: “Ok amico allora il lavoro è partito ieri notte 31 pacchi in totale? Hai diciamo nome nave nome container?”. Il 14 gennaio 2021 Gallo spiegava ad Alvaro che il nome della nave, la MSC Eloise, non era ancora comparso nella lista degli arrivi, poiché la nave risultava partita da Panama solo il giorno prima: “Che fino a ieri risultava 1 giorno di navigazione da Panama amico mio vedi che nemmeno oggi è uscita la nave”. Nello stesso scambio, Alvaro e Sainato facevano riferimento esplicito alla squadra di portuali, composta dai due cognati: “Sono due cognati uni lavora dentro e uno e fuori.. Oscar e fuori hibrahimowic e dentro.. però hibra col fatto del lavoro non lo sente spesso il telefono”. Gallo avvisava poi che l’approdo della nave non era previsto prima dell’8 febbraio, informazione che Alvaro girava immediatamente a Sainato: “Hai letto mio compare queste sn l’entrate di tutte le navi e fino l’8 febbraio questa Eloise nn esce”. Alvaro sollecitava a quel punto i fornitori a comunicare al più presto il numero del container in cui era occultata la sostanza, per non farsi cogliere impreparati: “Ok amico mio se loro sono sicuri che sta cassa entra venerdì mancano 3 giorni quindi sicuramente non sarà in quella nave però insisti amico per vedere nome nave numero cassa e tutto non facciamoci trovare impreparati”.

Non mancavano, in effetti, gli intoppi: il nome della nave inizialmente indicato si rivelava sbagliato “Ah ecco. Hanno sbagliato il nome”. Sainato inoltrava allora ad Alvaro la foto della nave corretta, che veniva girata alla squadra dei portuali per la conferma: “Questa è la nostra nave esatto? La giro anche alla squadra”, riceveva risposta affermativa (“Sisi amico la terzultima e”). Anche l’identificativo del container, fornito da Sainato e trasmesso da Alvaro alla squadra “Ho passato il numero alla squadra amico”, si rivelava di difficile lettura: la foto risultava poco nitida e Alvaro insisteva più volte per ottenerne una più chiara, mostrando insofferenza per i ritardi: “Amico mio mi dicono che non si legge il numero del contenitore. Amico mi dicono di mandare il numero leggibile per favore. Mannaggia la miseria sono le 9 quando la manda sta benedetta foto. Si amico mio.. perfavore così lo giro anche alla squadra e finiscono di rompere anche loro scusa il termine”. Solo a quel punto Alvaro poteva confermare l’avvenuta trasmissione di tutte le informazioni necessarie: “Ho visualizzato e ho inviato tutto alla squadra”. Filippo Gallo, da parte sua, rassicurava sul monitoraggio costante da parte della squadra, riferendosi anche al “planner” del porto, la figura con compiti di supervisione sugli arrivi: “Farò controllare dal planner. Stai sereno. Che ora è monitorata da noi”.
“Voi siete di famiglia”
Per il Gip Elsie Clemente, la piena adesione al sodalizio da parte di Filippo Gallo e Antonio Reitano non si limita al profilo economico. A dimostrarlo sarebbero le stesse parole scambiate tra gli indagati. Francesco Alvaro, riferendosi proprio alla squadra portuale, la definiva “proprio la nostra squadra”, mentre Reitano si diceva disposto ad accettare condizioni di pagamento particolari trattandosi di affari “tra noi di famiglia”. Ancora più esplicito Gallo, che il 14 novembre 2020 scriveva ad Alvaro: “Nn dv dirmi nulla tu tuo padre tuo zio siete sempre la mia famiglia io sn qui x coin voi… lo sai voi siete di famiglia”. Per i giudici, si tratta di elementi che superano la soglia del singolo affare occasionale e configurano un contributo “stabile, ripetuto e funzionale” alla realizzazione del programma criminoso, attraverso la messa a disposizione di competenze, contatti e posizione operativa all’interno dell’area portuale.
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
