Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 7:08
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

il caso

La morte a Cosenza di Momo e la normalità della disumanizzazione

Saranno le indagini ad accertare i fatti ma i commenti sui social raccontano un’altra storia: quella di una società in cui la compassione diventa selettiva e alcune vite sembrano valere meno di altre

Pubblicato il: 26/07/2026 – 7:02
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

COSENZA La morte di Mohamed Amin Bessioud (conosciuto da tutti come Momo) il 25enne di origini tunisine e cittadino italiano, che si è tolto la vita a Cosenza durante una perquisizione dei carabinieri all’interno della propria abitazione, sarà oggetto delle indagini. Sarà la magistratura a stabilire responsabilità, eventuali omissioni, dinamica dei fatti.
Ma c’è un’altra vicenda, parallela, che difficilmente finirà in un’aula di tribunale. È quella che comincia dopo la morte.
Una madre piange il figlio davanti a una telecamera. In qualunque altra circostanza sarebbe una scena quasi archetipica: il dolore più elementare che esista, quello di un genitore che sopravvive al proprio figlio. Potrebbe essere italiana o tunisina, cattolica o musulmana, ricca o povera. Il lutto non conosce nazionalità, appartenenze politiche o condizioni sociali. È una delle poche esperienze davvero universali.
Eppure, nel momento in cui quel dolore attraversa lo schermo di uno smartphone e approda sui social network, qualcosa cambia. Non si discute più dei fatti. Non si riflette sulle circostanze della morte. Si apre invece un processo molto diverso: quello che stabilisce chi abbia diritto alla compassione e chi, invece, ne debba essere escluso. Non è un fenomeno nuovo. Ma oggi appare sempre più ordinario.
Le società non si deteriorano soltanto quando cresce la violenza. Si deteriorano anche quando restringono progressivamente il numero delle persone considerate degne di empatia. Quando la compassione smette di essere un principio universale e diventa un premio riservato a chi supera una sorta di esame morale.
Il meccanismo è antico. La storia lo conosce bene. Ogni processo di esclusione segue uno schema ricorrente: prima si costruisce una categoria – il nemico, il criminale, lo straniero, il diverso – poi quella categoria viene progressivamente privata della propria individualità. Gli individui cessano di essere persone e diventano simboli. Infine, il loro dolore perde valore pubblico. Non suscita partecipazione; al massimo, indifferenza. Talvolta persino soddisfazione.
È importante essere chiari su un punto. Riconoscere l’umanità di qualcuno non significa assolverlo dalle proprie responsabilità. Una persona può avere commesso reati, può aver sbagliato, può dover rispondere davanti alla legge. Ma nulla di tutto questo rende irrilevante il dolore di una madre. Confondere il giudizio penale con la negazione della dignità umana significa alterare il significato stesso dello Stato di diritto.
Per questo i commenti comparsi due giorni fa sotto il video della madre del ragazzo pubblicato dal nostro giornale (e non solo il nostro) meritano attenzione
. Non tanto per la loro violenza, quanto per la loro assoluta normalità.
Quelli che seguono non sono i commenti più estremi né i più violenti.
Sono semplicemente alcuni tra i tanti pubblicati sotto il video. Ed è proprio questa loro normalità a renderli significativi. “Uno in meno”, Che recita”, “Tornate al vostro Paese”, “Quando spacciava era depresso?”, “N’altra che vuole soldi per un criminale. Remigrazione“, “-2 in pochi giorni forse riusciremo a fare pulizia“, “Speriamo aumenti la lista“, “Uno spacciatore in meno… meno male“, “Se te ne stavi nel tuo Paese non succedeva, comunque che dire, uno in meno“, “Raccogli stracci, paga il funerale e torna da dove sei venuta”, “Signora, i depressi non vendono droga. Stanno buttati in un letto a non rompere il ca@@o a nessuno. Ti serve un avvocato? Sì. Per andartene a fare in cu@@o nel mio Paese”, “Adesso tornatevene nella fogna del vostro Paese da dove siete venuti”, “TORNATENE A CASA TUA”, “Le sceneggiate non sono più come si usa dire ‘napoletane’, ma marocchine”, “Tornate al vostro Paese…beduini…!!!”, “Ora la chiamano depressione. 😂”, “Ma perché non ritorna al suo Paese?”,”Cari beduini, se non siete avvezzi a vivere in uno Stato di diritto TAKE THE CAMEL AND COME BACK TO HOME”, “Uno a Bologna. Uno a Cosenza. Speriamo aumenti al più presto questa lista”, “Finitela di fare gli ipocriti. Non ci mancherà uno spacciatore. A mai più”, “Un delinquente in meno“, “Ora ne muore uno al dì… portalo in Marocco”, “Tornate nei vostri Paesi, ci avete rotto le palle”, “Ma bastaaa, sai quanti italiani depressi ci sono”, “Un depresso non spaccia”, “Ci stanno marciando sopra“.


Sono frasi disgustose ma non eccezionali. Non appartengono ai margini più estremi della rete. Scorrono accanto ai commenti ordinari, mescolate alle opinioni di ogni giorno, senza suscitare particolare sorpresa. Ed è proprio questa normalizzazione a renderle interessanti sotto il profilo sociale.
L’odio, in fondo, non è una novità. Ogni epoca ha conosciuto il proprio linguaggio della disumanizzazione. Ciò che cambia è la soglia della tolleranza collettiva. Quando parole che fino a pochi anni fa avrebbero provocato indignazione diventano rumore di fondo, significa che non è cambiato soltanto il lessico: è cambiata la percezione morale della comunità.
La disumanizzazione non nasce con gli eventi estremi che la storia consegna ai libri. Non inizia con le guerre, con i campi di concentramento o con le leggi discriminatorie
. Quelle sono le manifestazioni finali di un processo molto più lungo. Il primo passo è quasi sempre culturale: consiste nell’abituarsi all’idea che esistano vite la cui perdita pesa meno di altre, persone il cui dolore non merita ascolto e famiglie la cui sofferenza può diventare materiale per una battuta o per un’emoticon. È un passaggio apparentemente piccolo, quasi invisibile. Ma è proprio l’abitudine a renderlo pericoloso. Per questa ragione vale la pena mostrare quei commenti. Non perché rivelino l’esistenza di persone crudeli: sarebbe una constatazione banale. Ogni società conosce la crudeltà.
Li si mostra perché rappresentano uno specchio. Raccontano il grado di assuefazione raggiunto dal discorso pubblico
. Misurano la distanza che separa ciò che un tempo suscitava scandalo da ciò che oggi viene accolto con un’alzata di spalle. Forse il problema principale non è l’odio. L’odio accompagna la storia dell’umanità da sempre.
Il problema è l’indifferenza con cui gli concediamo cittadinanza nel linguaggio quotidiano.
Perché una società non perde la propria umanità soltanto quando qualcuno pronuncia certe parole. La perde soprattutto quando nessuno sente più il bisogno di interromperle.
Domani, alle 18:30, a Cosenza, con partenza da via dei Mille, si terrà una manifestazione organizzata dal Collettivo La Base per chiedere verità e giustizia per Momo. (fra.vel.)

LEGGI ANCHE

Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x