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l’ex commissario

Commissione Covid, Arcuri: «Nessuna mascherina farlocca»

«Eravamo in guerra, disarmati. Lo rifarei»

Pubblicato il: 28/07/2026 – 19:04
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«Eravamo in guerra, disarmati». Domenico Arcuri difende davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid il proprio operato durante la fase più drammatica della pandemia. L’ex commissario straordinario, ascoltato nel corso di un esame testimoniale, ha respinto accuse e sospetti legati soprattutto agli acquisti delle mascherine provenienti dalla Cina: «A pochi capita la fortuna di servire il proprio Paese in stagioni come quella. Io lo rifarei». L’audizione si è svolta oggi, martedì 28 luglio.

«Nessuna mascherina farlocca»

Uno dei passaggi principali dell’audizione ha riguardato la qualità dei dispositivi di protezione acquistati durante l’emergenza. Arcuri ha sostenuto che negli ospedali non siano mai finite «mascherine farlocche» o prive delle necessarie valutazioni da parte degli organismi competenti. L’ex commissario ha ricordato che la normativa emergenziale consentiva di utilizzare anche dispositivi privi del marchio CE, purché garantissero un’efficacia protettiva analoga e fossero valutati dalle autorità competenti, tra cui Comitato tecnico scientifico, Istituto superiore di sanità e Inail. Arcuri ha richiamato anche le dichiarazioni dell’allora segretario del Cts Fabio Ciciliano, sottolineando che quest’ultimo non avrebbe mai affermato che dispositivi inidonei fossero stati distribuiti al personale sanitario.

«Non ci fu una maxi commessa»

Arcuri ha inoltre contestato la ricostruzione di un’unica maxi commessa da 1,25 miliardi di euro. Secondo l’ex commissario, furono invece sottoscritti sei contratti distinti con 28 aziende produttrici. Anche le modalità di pagamento, ha spiegato, sarebbero state conformi alle prassi internazionali adottate durante quella che ha definito una vera e propria «guerra commerciale». La normativa avrebbe consentito persino il pagamento anticipato dell’intera fornitura, possibilità che la struttura commissariale non avrebbe comunque utilizzato. L’ex commissario ha poi difeso la decisione di affiancare Consip nell’acquisto dei dispositivi. Nei primi 50 giorni dell’emergenza, ha riferito, la Protezione civile e la centrale pubblica degli acquisti erano riuscite a reperire 2,8 milioni di mascherine, a fronte di un fabbisogno quotidiano di circa tre milioni soltanto per il personale sanitario.

«Da Conte nessuna pressione»

Arcuri ha escluso anche qualsiasi interferenza da parte dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ha assicurato di non avere mai ricevuto richieste, sollecitazioni o indicazioni relative agli approvvigionamenti. Il rapporto con Palazzo Chigi, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stato caratterizzato soltanto dalla necessità di agire rapidamente per mettere in sicurezza la popolazione e salvare il maggior numero possibile di vite.

Lo scontro politico

L’audizione ha immediatamente provocato nuove tensioni politiche. Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia nella Commissione, ha accusato Arcuri di avere trasformato l’esame testimoniale in una «arringa difensiva», evitando di rispondere nel merito alle criticità emerse durante i lavori. Di segno opposto il commento del Movimento 5 Stelle. Stefano Patuanelli ha definito la relazione «preziosissima», sostenendo che abbia smentito anni di accuse e ricostruzioni sulla gestione delle mascherine cinesi.

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