’Ndrangheta, i tre milioni da recuperare ai “platioti”. Pasquino: «Sono rimasto con due piedi in una scarpa»
L’ex broker, mentre seguiva le nuove alleanze, avrebbe continuato di nascosto a riconoscere la quota al suo storico riferimento
LAMEZIA TERME Tre milioni di euro da recuperare, una convocazione al “tavolino” da organizzare e uomini abbastanza autorevoli da imporre il pagamento. Non bastavano picchiatori qualsiasi. Per affrontare i “platioti”, secondo il racconto di Vincenzo Pasquino, servivano famiglie dotate di un preciso «peso specifico nel panorama di ’ndrangheta». Il progetto non venne realizzato, ma apre uno squarcio sugli equilibri che accompagnavano gli affari della cocaina: debiti milionari, vecchie fedeltà, nuove alleanze e la ricerca di gruppi capaci di esercitare una pressione criminale riconosciuta anche dagli interlocutori calabresi. A ricostruire la vicenda sono le motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba”, depositate dal gup di Torino Giovanna Di Maria. Pasquino, collaboratore di giustizia, è stato condannato nello stesso processo a 10 anni di reclusione. Gli altri soggetti richiamati in questo episodio non figurano tra i nove imputati giudicati con la medesima sentenza e compaiono nel testo esclusivamente nell’ambito delle dichiarazioni rese dal collaboratore.
I tre milioni da recuperare ai “platioti”
La frase arriva quasi alla fine di uno degli interrogatori riportati nelle motivazioni. Pasquino racconta che Patrick Assisi gli avrebbe chiesto di reclutare alcuni suoi parenti e uomini di San Luca per recuperare tre milioni di euro dai “platioti”. L’obiettivo, nelle parole attribuite al collaboratore, era «convocarli a tavolino» e maltrattarli. Un intervento che non poteva essere affidato a soggetti privi di riconoscimento criminale. Per portarlo avanti, spiega Pasquino, occorrevano famiglie che avessero «un peso specifico nel panorama di ’ndrangheta». Non si trattava, dunque, soltanto di individuare uomini disponibili a esercitare violenza. La forza della spedizione avrebbe dovuto risiedere soprattutto nei nomi e nelle appartenenze: gruppi capaci di presentarsi al tavolino e imporre una decisione senza che la controparte potesse ignorarla.
Chi erano i “platioti”
Pasquino introduce una precisazione importante. Quando utilizza il termine “platioti”, afferma di non riferirsi genericamente alle famiglie di Platì né all’intero contesto criminale del paese. Il riferimento sarebbe stato soltanto ai parenti di Antonio Agresta classe 1960 residenti o originari di Platì, ai quali Pasquino dice di essere rimasto legato anche durante la fase di progressivo allontanamento voluta da Patrick Assisi.
La rottura negli affari della cocaina
Secondo il racconto riportato nelle motivazioni di “Samba”, Patrick Assisi era andato in Brasile per conto di Antonio Agresta. Attorno al 2017, però, avrebbe cominciato ad aprire percorsi autonomi perché non si fidava più dei “platioti”. Pasquino attribuisce ad Assisi accuse pesantissime: avrebbe sostenuto che i vecchi interlocutori fossero in contatto con i servizi segreti e che fossero responsabili della perdita di alcuni carichi di droga. La conseguenza sarebbe stata la ricerca di nuovi interlocutori. Pasquino racconta di avere inizialmente seguito Assisi e Michelangelo Versaci nel progetto di individuare «nuove famiglie serie» alle quali affidare i traffici. Attraverso Pinuccio Vitale e Ivano Piperissa sarebbero quindi maturati contatti con Stefano Nirta e Sebastiano Giampaolo. Sempre secondo Pasquino, le nuove strade avrebbero poi coinvolto ambienti riconducibili ai Mammoliti e alcuni gruppi albanesi. Il narcotraffico diventava così il terreno sul quale ridefinire alleanze, rompere rapporti consolidati e cercare nuove garanzie per l’arrivo e la distribuzione dei carichi.
«Due piedi in una scarpa»
Pasquino, però, non avrebbe mai rotto davvero con il vecchio riferimento. È lui stesso a descrivere la propria posizione con un’espressione particolarmente efficace: era rimasto con «due piedi in una scarpa». Da una parte avrebbe seguito Patrick Assisi nella ricerca di nuove famiglie con cui lavorare. Dall’altra, insieme a Michelangelo Versaci, avrebbe continuato a riconoscere ad Antonio Agresta la quota riservata sui traffici, senza informare Assisi. «Nonostante Patrick ci avesse detto di staccarci da Antonio Agresta», chiarisce durante la rilettura del verbale, lui e Versaci avrebbero continuato a riconoscere ad Agresta «la sua». La parte, secondo il racconto, veniva decisa e messa da parte fin dalla partenza dei carichi dal Brasile e sarebbe stata prevista persino per le operazioni finite male. Era un sistema di fedeltà sovrapposte. Pasquino si muoveva lungo le nuove rotte, ma continuava a riconoscere l’autorità del vecchio punto di riferimento. Seguiva la scissione, senza portarla fino alle estreme conseguenze.
Il “peso specifico” delle famiglie
È in questo scenario che si inserisce la richiesta di recuperare i tre milioni. L’operazione, per come viene descritta, non appare come una semplice riscossione violenta. Serviva una mediazione imposta attraverso la reputazione delle famiglie coinvolte. Il “tavolino” evocato da Pasquino diventa il luogo criminale nel quale presentare il conto, discutere il debito e stabilire chi avesse la forza per ottenere ragione. L’eventuale maltrattamento dei debitori avrebbe rappresentato soltanto l’ultima fase di una pressione fondata innanzitutto sul riconoscimento delle gerarchie. La scelta dei sanlucoti e dei parenti dello stesso Pasquino avrebbe dovuto fornire proprio questa garanzia: non semplici esecutori, ma soggetti la cui presenza fosse sufficiente a conferire autorità alla pretesa dei tre milioni.
Il progetto mai realizzato
Il piano, tuttavia, non partì. Pasquino riferisce che Piperissa gli avrebbe suggerito una strategia differente: «Digli che iniziamo a lavorare e poi recuperiamo i soldi». Prima costruire nuovi affari, dunque, e soltanto dopo tentare di rientrare del credito. Il collaboratore sostiene che del progetto vi sarebbe traccia nelle conversazioni Sky Ecc. Nel passaggio dedicato alle sue dichiarazioni, però, le motivazioni non riproducono quelle chat e non dedicano alla vicenda una verifica autonoma. L’episodio deve quindi essere presentato per quello che è: un progetto mai concretizzato, riferito da Pasquino durante gli interrogatori e riportato nella sentenza “Samba”. (g.curcio@corrierecal.it)
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