«Strappate quei preventivi»: così il clan De Stefano si impossessava delle case di riposo per anziani a Reggio Calabria
È il progetto che, secondo l’ordinanza firmata dalla giudice Claudia Colli, porta la firma di Gaetano Chirico
REGGIO CALABRIA Case di riposo per anziani, ma con il marchio della cosca De Stefano. È il progetto che, secondo l’ordinanza firmata dalla giudice Claudia Colli, porta la firma di Gaetano Chirico: il “commercialista” di Archi che di commercialista non ha nemmeno il titolo, ritenuto dalla Procura un vertice del clan e nipote di Paolo De Stefano, il boss di Reggio Calabria ucciso ad Archi nel 1985 aprendo di fatto la seconda guerra di mafia, e finito in carcere lo scorso 7 luglio con l‘inchiesta “Epicentro 2”. Tra i settori nei quali avrebbe cercato di infiltrarsi compare anche quello dell’assistenza agli anziani: gli inquirenti descrivono un vero e proprio progetto imprenditoriale, costruito attorno all’apertura di due residenze sanitarie assistenziali (RSA), una a Reggio Calabria e una nel comune di Laganadi, con il coinvolgimento di familiari, professionisti di fiducia e un’imprenditrice siciliana del settore socio-sanitario.
L’incontro con la “dottoressa” di Messina
Tutto ruota attorno ad una imprenditrice originaria di Catania, titolare e gestore di diverse strutture assistenziali per anziani e disabili in provincia di Messina e Ragusa. Introdotta a Chirico da un comune amico, l’imprenditrice si rivolge al commercialista di Archi per l’apertura di una struttura in un immobile di via Vallone Petrara a Reggio Calabria. Il 2 febbraio 2022 le telecamere installate nei pressi dello studio di Chirico riprendono l’arrivo dell’imprenditrice, accompagnata da un uomo e da un’altra donna. Poco dopo Chirico chiama la moglie, dipendente dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria, per farla scendere nello studio: «se puoi salire un attimo che c’è la dottoressa, ti ricordi, che c’è Massimo per la… per la casa di cura qua».
Il ruolo della moglie e il personale socio-sanitario
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Chirico avrebbe coinvolto direttamente la moglie per individuare il personale socio-sanitario da impiegare nella struttura, sfruttandone la posizione professionale in Asp. Nella stessa mattinata Chirico chiama anche l’architetto per farlo occupare della pratica edilizia comunale, e l’operatore della vigilanza privata, per affidargli il servizio di sicurezza della struttura: «Ti volevo chiedere, siccome ho una signora, diciamo una dottoressa che sta, che si occupa di case di riposo, ne sta prendendo una qui a Reggio, lei è siciliana… le posso dare il tuo numero? E ti faccio contattare!».
L’accreditamento come struttura psichiatrica
Il passaggio più delicato riguarda il tentativo di far accreditare la struttura presso l’Asp regionale come presidio per persone con disturbi psichici, allo scopo di intercettare rette pubbliche più elevate rispetto a quelle di una comune casa di riposo. In una conversazione del 29 marzo 2022 è la stessa imprenditrice a spiegare a Chirico la convenienza economica dell’operazione: «il problema è la tariffa che è diversa, perché l’ASP paga abbastanza rispetto ad una casa di riposo, capisci? […] l’incasso di una casa di riposo è 1.200 e l’incasso di un malato psichico è 160 al giorno, 220…». Chirico, che pure inizialmente si mostra scettico sulla redditività di una simile struttura, si dice pronto ad attivare un contatto personale in Asp per verificare la possibilità di convenzione: «con l’ASP, praticamente io ho un amico dirigente che dovrei contattare, praticamente, per capire… che dobbiamo fare».
Il secondo progetto: la struttura di Laganadi
Le indagini documentano un secondo binario dello stesso affare: l’apertura di un’analoga struttura nel comune di Laganadi, in un immobile della famiglia della fidanzata del figlio di Chirico. Il 5 aprile 2022 Chirico organizza un sopralluogo con l’imprenditrice, accompagnata anche dal figlio e dalla ragazza. Rientrato dal sopralluogo, Chirico telefona soddisfatto alla moglie: «E niente, qua con Totò, con Lidia, con… con Mary. Eh… c’è Greta, stanno facendo un macello». Secondo l’accusa, l’obiettivo di Chirico era inserire la giovanissima fidanzata del figlio nella gestione amministrativa della futura struttura, appena raggiunta la maggiore età: «questa può essere una soluzione […] a livello di amministrativo può fare, capito? Perché comunque è un diploma scientifico, è una persona preparata».
I lavori “imposti”
Un capitolo a parte riguarda l’affidamento dei lavori di ristrutturazione dell’immobile di via Petrara. Chirico incarica Demetrio Pitarelli — descritto negli atti come organico al sodalizio investigato e finito anche lui in carcere — di effettuare un sopralluogo con l’imprenditrice per stimare i costi della tinteggiatura. Quando l’imprenditrice, che aveva già raccolto altri preventivi, chiede semplicemente un’offerta comparativa («Fateci il preventivo, che ne abbiamo già anche altri preventivi, quindi…»), la risposta di Pitarelli, secondo il gip, ha i toni tipici dell’imposizione mafiosa: «Siamo partiti male già, però! […] Amici di Gaetano, io compare di Gaetano […] io compare di Gaetano… e ora usciamo che abbiamo altri preventivi, è grave qua la situazione, qua è grave la situazione». La donna comprende il messaggio e rinuncia agli altri preventivi: «Ah! E allora niente, li strappiamo i preventivi!». Poco dopo Pitarelli rincara: «Strappate intanto quei preventivi!».
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