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La rete elvetica

La Svizzera come base operativa della ‘ndrangheta: il nuovo processo iniziato a Bellinzona

Sul banco degli imputati un 59enne ritenuto vicino agli Anello-Fruci. L’inchiesta racconta una presenza criminale capace di intrecciare traffici illeciti, capitali e attività economiche apparentement…

Pubblicato il: 05/09/2026 – 18:57
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Per quasi vent’anni, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato uno dei punti di riferimento della ‘ndrangheta calabrese in Svizzera. Un ruolo costruito lontano dalla Calabria, ma funzionale agli interessi di una cosca originaria del Vibonese. È iniziato al Tribunale penale federale di Bellinzona il processo a carico di un italiano di 59 anni, residente nel Canton Argovia, ritenuto dagli inquirenti vicino agli Anello-Fruci di Filadelfia, nel Vibonese.
Il dibattimento, cominciato lunedì 31 agosto, proseguirà almeno fino all’11 settembre. L’imputato deve rispondere di accuse legate alla sua presunta partecipazione alle attività della cosca tra il 2001 e il luglio 2020. Secondo il Ministero pubblico della Confederazione, non sarebbe stato una figura marginale, ma un interlocutore utilizzato per consolidare la presenza dell’organizzazione criminale sul territorio elvetico e svilupparne gli interessi economici e logistici.
La vicenda si inserisce nel più ampio procedimento nato dall’operazione “Imponimento”, l’inchiesta che nel luglio 2020 portò a oltre settanta arresti tra Italia e Svizzera e mise in luce l’estensione internazionale della cosca Anello-Fruci. Le indagini hanno delineato una struttura capace di muoversi su entrambi i versanti delle Alpi, mantenendo in Calabria il proprio centro di riferimento e utilizzando la Svizzera come luogo privilegiato per alimentare affari, relazioni e disponibilità finanziarie.

Droga, armi e denaro: la Svizzera come retrovia operativa

È soprattutto sul terreno economico e logistico che emerge il ruolo attribuito alla rete svizzera. Secondo l’accusa, il 59enne avrebbe avuto rapporti con il traffico di stupefacenti, avrebbe fatto da tramite per attività legate alla droga e avrebbe contribuito alla movimentazione di denaro verso l’Italia. A questo si sarebbero aggiunti gli interessi nel commercio clandestino di armi e munizioni.
Il quadro investigativo tratteggia così, ancora una volta, una Svizzera tutt’altro che periferica rispetto agli affari della cosca. Il territorio elvetico sarebbe stato utilizzato come una sorta di cassaforte oltreconfine, dove far confluire capitali provenienti dalle attività criminali e successivamente reinvestirli, ma anche come canale per assicurare armi e munizioni al gruppo calabrese.
Durante una delle perquisizioni, proprio nell’abitazione del 59enne sarebbe stato individuato un quantitativo di armi e munizioni. Un elemento che, per gli investigatori, si inserisce nel più ampio sistema di approvvigionamento destinato alla cosca.
Ma il denaro, secondo la ricostruzione dell’inchiesta, non sarebbe rimasto semplicemente fermo. Gli interessi criminali si sarebbero intrecciati con attività apparentemente lecite, dalla ristorazione ai locali notturni, dal cambio valuta all’utilizzo di automobili di lusso. Un modello che consente alle organizzazioni mafiose di trasformare i proventi illeciti in attività economiche e, contemporaneamente, di costruire consenso e relazioni sul territorio.

L’infiltrazione nella comunità

È uno degli aspetti più significativi che emergono dalla storia degli Anello-Fruci in Svizzera: la capacità di presentarsi come una presenza economica perfettamente inserita nel contesto locale.
Tra i referenti della cosca oltreconfine figurava, secondo quanto emerso dalle indagini, anche un uomo residente nel Canton Argovia e titolare di un ristorante. Non soltanto un’attività commerciale, ma anche una forma di radicamento sociale: il ristoratore arrivò a sostenere economicamente una squadra di calcio del paese, diventando una figura conosciuta e apprezzata dalla comunità.
Quando nel 2020 arrivò la notizia del suo arresto, la reazione fu quindi anche di sorpresa. È proprio questa apparente normalità a rappresentare uno degli elementi più insidiosi della penetrazione mafiosa all’estero: costruire un’immagine rispettabile mentre, dietro le attività ufficiali, continuano a muoversi interessi criminali.
Secondo l’accusa, anche il 59enne avrebbe contribuito a questo processo di consolidamento. Gli viene contestato, tra l’altro, di aver partecipato a una riunione riconducibile alla ‘ndrangheta e di avere fornito il proprio contributo affinché un altro affiliato potesse stabilirsi in Svizzera, agevolandone la presenza e le attività.

Il Tribunale penale federale di Bellinzona

Le indagini tra Italia e Svizzera

A ricostruire la rete non sono state soltanto le dichiarazioni raccolte dagli investigatori italiani. Le autorità svizzere hanno sviluppato una propria attività investigativa, con intercettazioni ambientali e anche attraverso l’impiego di un agente infiltrato della polizia federale.
Un lavoro che ha permesso di mettere a confronto quanto emerso dalle indagini italiane con elementi raccolti direttamente sul territorio svizzero. L’obiettivo era soprattutto verificare la reale consistenza della rete e i rapporti tra i diversi soggetti che avrebbero operato per conto della cosca.
Nel frattempo, in Italia, il procedimento legato agli Anello-Fruci ha già prodotto diverse condanne. Al vertice dell’organizzazione è stata inflitta una pena di vent’anni di reclusione; a un altro esponente, titolare del ristorante in Svizzera, diciassette anni. Anche un cugino dell’attuale imputato, che lavorava come operaio comunale nel Luganese, è stato condannato: undici anni in primo grado, poi ridotti in appello a dieci anni e otto mesi.

L’accusa: anche il metodo mafioso

Nel procedimento in corso a Bellinzona, la Procura federale attribuisce al 59enne un ruolo che va oltre la semplice collaborazione logistica. Gli viene contestato di avere agito consapevolmente per sostenere la struttura criminale, contribuendo alla sua permanenza e al suo rafforzamento in Svizzera.
Tra le accuse figura anche quella di avere tentato di ostacolare l’individuazione o il recupero di patrimoni di provenienza criminale. Altre contestazioni riguardano l’impiego del metodo mafioso, che secondo l’accusa si sarebbe manifestato attraverso comportamenti intimidatori e pressioni psicologiche, anche nell’ambito della riscossione di crediti e somme di denaro.
Il processo dovrà ora stabilire quanto di questo impianto accusatorio possa essere provato in giudizio. La posta in gioco, però, va oltre la posizione del singolo imputato. Il procedimento rappresenta infatti un ulteriore capitolo della storia dell’espansione della ‘ndrangheta fuori dalla Calabria e della capacità delle cosche di trasformare la distanza geografica in un’opportunità criminale.
La Svizzera, in questa vicenda, non appare dunque come una semplice destinazione dei capitali o un rifugio per singoli affiliati. È descritta dagli inquirenti come un territorio nel quale la cosca avrebbe costruito nel tempo una vera rete di relazioni, attività economiche e canali logistici. Un sistema che avrebbe consentito agli interessi degli Anello-Fruci di attraversare i confini senza perdere il collegamento con la Calabria. (f.v.)

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