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L’EDITORIALE

Il rischio è non riconoscere più la ‘ndrangheta

Si espande nell’economia legale, rafforza i legami con la zona grigia e proietta i propri interessi sui mercati internazionali. Dai magistrati di Talk About Mafia l’allarme per la mancata consapevole…

Pubblicato il: 20/10/2026 – 15:31
di Paola Militano*
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«Assistiamo a un grave arretramento nella percezione pubblica della minaccia mafiosa». Il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio individua in questa apparente normalità uno dei rischi maggiori nel contrasto alla ’ndrangheta, l’organizzazione criminale che si muove lontano dai riflettori, infiltrando l’economia legale, consolidando relazioni che consentono di penetrare nel tessuto sociale ed economico e di orientarne gli equilibri. È soltanto uno dei temi emersi nel corso di Talk About Mafia, promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), il dibattito sulle mafie senza reticenze, nella consapevolezza che il contrasto alla criminalità organizzata non può esaurirsi nelle indagini e nei processi, perché insiste Curcio,  le cosche «si nutrono del nostro disinteresse e della nostra indifferenza».
Il tema delle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico emerge anche nell’intervento di Celeste Carrano, sostituta procuratrice della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che denuncia «rapporti di collusione e complicità» con la cosiddetta «zona grigia», dove possono trovare reciproca convenienza gli interessi delle cosche e quelli di imprenditori, professionisti, pubblici amministratori e politici. Un’infiltrazione sempre più difficile da ricondurre alla matrice criminale perché si consuma attraverso operazioni societarie, investimenti ordinari, dietro cui si celano interessi criminali.
Un’espansione, quella della ’ndrangheta, che non comporta l’abbandono degli insediamenti d’origine, ricorda Giuseppe Lombardo, coordinatore della DDA di Reggio Calabria, che sintetizza questo rapporto in termini inequivocabili: «La mafia non perde il territorio mentre si globalizza. Si globalizza grazie al territorio». I legami familiari e il controllo delle comunità d’origine conservano una funzione strategica per un’organizzazione capace di proiettarsi sui mercati internazionali, reinvestire proventi illeciti e inserirsi nei circuiti economici e finanziari internazionali. Il radicamento in loco e la dimensione globale appartengono dunque al medesimo sistema criminale, la cui capacità di espansione impone agli investigatori di seguire i flussi finanziari e ricostruire i legami tra le articolazioni territoriali e le attività economiche oltreconfine.
A complicare il lavoro investigativo è anche l’impiego di strumenti di comunicazione criptata, rendendo più difficile acquisire prove e ricostruire i legami tra i soggetti coinvolti. Giuseppina Laura Candito, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, richiama la duplice funzione della rete: «luogo in cui commettere reati» e «mezzo per le comunicazioni». Uno sforzo investigativo che richiede competenze tecnologiche, analisi dei flussi comunicativi e una cooperazione giudiziaria internazionale costante tra le autorità giudiziarie dei diversi Paesi.
Ma la continuità delle organizzazioni criminali passa anche attraverso la capacità di trasmettere regole e codici delle ‘ndrine all’interno della famiglia, un’eredità sulla quale si sofferma Marisa Manzini, sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello di Catanzaro, richiamando il ruolo delle donne: «Le indagini dei processi ci dimostrano come le donne custodiscano le regole del clan e abbiano il compito di riportarle ai loro figli». Da qui il progetto Liberi di scegliere, richiamato da Giulia Pantano, procuratore aggiunto di Catanzaro: «La cultura mafiosa non si trasmette geneticamente e un bambino non è obbligato a essere cresciuto in un clima mafioso». L’obiettivo è evidentemente quello di sottrarre i minori al condizionamento familiare mediante percorsi di protezione, istruzione e sostegno sociale in grado di garantire alternative concrete. E nella lotta alla ’ndrangheta un altro nodo cruciale è la tutela di chi denuncia, Annamaria Frustaci, sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, mette in luce il rischio che i testimoni di giustizia paghino la propria scelta con la perdita del lavoro, della casa e della sicurezza economica: «La propria onestà non può diventare […] fragilità, […] impoverimento», sottolinea, perché «denunciare è normale, possibile, conveniente e giusto» solo se, dopo la denuncia, nessuno è costretto ad affrontare da solo il prezzo della propria scelta.
Sui maxiprocessi, Camillo Falvo, procuratore della Repubblica di Potenza ed ex capo della Procura di Vibo Valentia, ricorda la lezione maturata in anni di indagini contro la ’ndrangheta: «L’esperienza degli ultimi 15-20 anni ha dimostrato che i maxiprocessi sono stati necessari, soprattutto per aggredire realtà criminali complesse in territori come il Vibonese, il Crotonese e altri dell’area di Catanzaro […]La vera sfida è trovare un punto di equilibrio tra la risposta repressiva dello Stato e le garanzie processuali, che devono restare integre». Gli interventi dei magistrati mettono a fuoco, una volta di più, una ’ndrangheta che tiene insieme arcaicità e modernità, vincoli familiari e finanza internazionale, controllo del territorio e comunicazioni criptate. Un’organizzazione criminale in grado di proiettarsi su scenari internazionali, innovando il modus operandi e senza recidere i legami con le proprie radici. Una capacità di muoversi tra mercati, confini e circuiti dell’economia legale, consolidando relazioni nella cosiddetta zona grigia.
Quanto deve diventare invisibile la ’ndrangheta perché continuiamo a non vederla? (paola.militano@corrierecal.it)

*direttore del Corriere della Calabria

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