’Ndrangheta, dalla Calabria alla conquista del Nord: ecco la mappa delle cosche in sette regioni
Dai Grande Aracri di Cutro agli Arena-Nicoscia, fino alle famiglie del Reggino. Ricostruito il radicamento criminale tra imprese, porti della cocaina e traffici milionari
LAMEZIA TERME Dalle imprese dell’Emilia-Romagna ai circuiti finanziari lombardi, dalle locali piemontesi agli scali della Liguria, fino alle cave di porfido del Trentino. La ’ndrangheta ha costruito nel Nord Italia una geografia criminale nella quale ogni territorio assume una funzione diversa, ma il collegamento con le cosche calabresi continua a rappresentare un elemento fondamentale. Non esiste un unico modello di colonizzazione. Esistono, piuttosto, differenti forme di radicamento, adattate alle caratteristiche economiche, sociali e produttive delle regioni. È il quadro che emerge dalla relazione sulla ’ndrangheta nell’Italia settentrionale, approvata il 3 novembre dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo. Un documento che prende in esame sette regioni, ricostruendo gli insediamenti criminali attraverso le risultanze giudiziarie e le audizioni dei magistrati. La Calabria rimane il riferimento organizzativo e identitario, ma il Nord è diventato uno spazio essenziale della potenza economica delle cosche.
Emilia-Romagna, il potere economico dei Grande Aracri
Il territorio emiliano rappresenta uno degli esempi più significativi del radicamento della ’ndrangheta nell’economia produttiva. Al centro della ricostruzione della Commissione c’è la cosca Grande Aracri di Cutro, le cui articolazioni hanno costruito nel tempo una presenza particolarmente strutturata nel Reggiano. Il processo Aemilia ha segnato il principale passaggio giudiziario di questa vicenda, accertando l’esistenza di un’organizzazione capace di operare autonomamente in Emilia, pur mantenendo il legame con la matrice calabrese. Una presenza sviluppatasi nell’edilizia, nel movimento terra, nei trasporti, nella logistica, nello smaltimento dei rifiuti e nella ristorazione. Settori ai quali si aggiungono grande distribuzione, energie rinnovabili e investimenti immobiliari. La capacità di adattamento dell’organizzazione viene sintetizzata nella relazione attraverso le parole del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, richiamate dalla sentenza di primo grado di Aemilia: «La ’ndrangheta qui a Reggio Emilia è autonoma, evoluta e tecnologica». La peculiarità emiliana è proprio questa: il potere mafioso non si esprime soltanto attraverso l’intimidazione, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nelle attività imprenditoriali, alterando le condizioni della concorrenza.
Lombardia, dai Locali alla «mafia a tre teste» di Hydra
In Lombardia la presenza della ’ndrangheta ha raggiunto, secondo la Commissione, uno dei livelli più elevati di complessità organizzativa ed economica. Il percorso giudiziario parte da operazioni come Bad Boys e Crimine-Infinito, che hanno consentito di ricostruire l’esistenza di locali di ’ndrangheta e di un organismo regionale di coordinamento, denominato «Lombardia». La struttura mantiene collegamenti con le aree calabresi d’origine, ma dispone di articolazioni stabilmente radicate nel territorio settentrionale. A questo modello si sovrappone la trasformazione più recente descritta dall’inchiesta Hydra, che ipotizza un sistema di cooperazione stabile tra soggetti riconducibili a ’ndrangheta, cosa nostra e camorra. Una collaborazione orientata soprattutto agli affari, che si svilupperebbe attraverso il narcotraffico, il riciclaggio, le frodi fiscali e l’intermediazione economico-finanziaria. Il procedimento ha già registrato condanne in rito abbreviato e rinvii a giudizio, mentre la ricostruzione accusatoria complessiva resta sottoposta al vaglio dei giudici. La Lombardia si distingue così come un territorio nel quale le organizzazioni mafiose possono operare attraverso reti criminali complesse, capaci di collegare imprese, finanza, capitali illeciti e gruppi di diversa provenienza.
Piemonte, i Locali e il legame con il «Crimine» di Polsi
Il Piemonte rappresenta uno dei territori di più antico insediamento della ’ndrangheta fuori dalla Calabria. La relazione ripercorre la vicenda di Bardonecchia, dove già negli anni Settanta erano emersi episodi di intimidazione e interessi criminali nel settore edilizio. In quel contesto assunse rilievo la figura di Rocco Lo Presti, originario di Marina di Gioiosa Ionica, trasferitosi in Piemonte in regime di soggiorno obbligato. La regione porta anche il segno dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, assassinato nel 1983, e dello scioglimento del Comune di Bardonecchia nel 1995, il primo del Nord per infiltrazioni mafiose. L’operazione Minotauro ha successivamente consentito di ricostruire una pluralità di locali piemontesi, evidenziandone il collegamento con le strutture calabresi. Secondo la ricostruzione giudiziaria richiamata nella relazione, le articolazioni piemontesi conservano autonomia operativa, ma rimangono inserite nel sistema organizzativo che ha il proprio centro di legittimazione nel «Crimine» di Polsi. Accanto alla struttura tradizionale, tuttavia, sono emerse forme di criminalità economica sempre più sofisticate, dai crediti d’imposta inesistenti alle frodi fiscali, fino all’utilizzo di professionalità esterne.
Valle d’Aosta, la mafia nei territori considerati immuni
La Valle d’Aosta dimostra che la ’ndrangheta non ha bisogno di grandi mercati o di territori particolarmente popolosi per mettere radici. L’operazione Geenna ha portato all’accertamento giudiziario dell’esistenza di una locale di ’ndrangheta ad Aosta, riconosciuta definitivamente nell’aprile 2023. La peculiarità valdostana risiede nelle dimensioni contenute del territorio e nella presenza di reti sociali, economiche e istituzionali particolarmente ravvicinate. Secondo la Commissione, proprio queste caratteristiche possono favorire rapporti di influenza e condizionamento meno visibili rispetto ai grandi centri urbani. Il procuratore Giovanni Bombardieri, nell’audizione richiamata dalla relazione, ha sottolineato come l’accertamento dell’insediamento mafioso debba rappresentare non un punto di arrivo, ma il punto di partenza per comprendere fino a dove si sia spinta la penetrazione criminale.
Liguria, i porti della cocaina e le alleanze con gli albanesi
La Liguria rappresenta uno degli snodi più importanti della proiezione internazionale della criminalità organizzata calabrese. I porti di Genova, Vado Ligure e La Spezia occupano una posizione strategica nelle rotte della cocaina proveniente dal Sudamerica. Nell’audizione del procuratore Nicola Piacente vengono richiamati collegamenti con Colombia, Ecuador, Perù, Cile, Brasile e Argentina. Accanto alle organizzazioni calabresi operano gruppi albanesi che, secondo quanto riferito dal magistrato, hanno sviluppato rapporti stabili e strategici con la ’ndrangheta. Particolarmente significativo è un episodio raccontato alla Commissione: alcuni dipendenti di una società di logistica del porto di Genova, trasferitisi da poco dalla Calabria, avrebbero fornito un contributo importante al recupero di 450 chilogrammi di cocaina, poi sequestrati dalla Guardia di finanza. Il magistrato ha descritto anche i sistemi utilizzati per recuperare lo stupefacente, dallo svuotamento dei container all’occultamento nei vani motore dei container frigoriferi, fino al recupero in mare. Piacente ha precisato, tuttavia, che non erano emerse prove di un coinvolgimento delle compagnie di navigazione, mentre gli accertamenti avevano riguardato anche addetti alle attività logistiche e di trasporto. La Liguria non viene descritta come un territorio sottoposto all’egemonia assoluta di un’unica organizzazione, ma come una piattaforma nella quale convergono interessi criminali differenti, spesso collegati ai traffici internazionali.
Veneto, gli Arena-Nicoscia e la mafia silenziosa delle imprese
In Veneto la ’ndrangheta ha sviluppato una presenza caratterizzata da un basso profilo e da una forte capacità di inserimento nel tessuto produttivo. La relazione richiama soprattutto le province di Verona e Padova, oltre ad alcune presenze accertate nel Veneziano. Nel Veronese, il procedimento Isola scaligera ha riguardato una locale di ’ndrangheta collegata alla cosca Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese. L’aspetto più significativo è la capacità di operare attraverso attività economiche apparentemente ordinarie, senza ricorrere necessariamente a forme evidenti di violenza. Nell’audizione del procuratore Bruno Cherchi emerge un meccanismo particolarmente insidioso: l’inserimento in aziende in difficoltà, talvolta anche attraverso incarichi di basso profilo, come il controllo dei magazzini e degli spazi produttivi. Una presenza che, nel tempo, può favorire la costruzione di relazioni e aprire la strada al riciclaggio e a forme più consistenti di penetrazione imprenditoriale. La forza della ’ndrangheta veneta risiede proprio nella capacità di confondersi con l’economia ordinaria, sfruttando un territorio caratterizzato dalla diffusione di piccole e medie imprese.
Trentino-Alto Adige, dalle famiglie del Reggino alle cave di porfido
La proiezione settentrionale della ’ndrangheta arriva anche nei territori a lungo considerati lontani dai fenomeni mafiosi. In Trentino, uno degli episodi più significativi è rappresentato dall’operazione Perfido, che ha portato alla luce vicende legate al settore delle cave di porfido. Nell’audizione dell’allora procuratore di Trento Sandro Raimondi vengono richiamati collegamenti con famiglie calabresi di rilevante spessore criminale, tra cui Serraino e Iamonte, oltre a componenti riconducibili all’area di Cardeto, nel Reggino. La presenza di soggetti collegati a queste realtà risalirebbe, secondo la ricostruzione illustrata dal magistrato, già agli anni Ottanta. La specificità del territorio è legata all’inserimento in comparti produttivi ben individuati, nei quali la criminalità organizzata può costruire rapporti imprenditoriali e relazioni sociali senza manifestarsi attraverso una presenza diffusa. Raimondi ha descritto il superamento dell’immagine tradizionale del mafioso, sottolineando come i soggetti coinvolti nelle dinamiche esaminate possano presentarsi come imprenditori e interlocutori della comunità locale.
Una sola matrice, sette modelli di radicamento
La geografia ricostruita dalla Commissione restituisce dunque una ’ndrangheta capace di adattarsi alle caratteristiche dei territori senza interrompere i rapporti con la Calabria. I Grande Aracri nel tessuto imprenditoriale emiliano, le locali lombarde, il legame con Polsi in Piemonte, il radicamento valdostano, gli scali della cocaina in Liguria, le proiezioni degli Arena-Nicoscia in Veneto e i collegamenti con le famiglie del Reggino nel comparto estrattivo trentino compongono un quadro diversificato. Il Nord non è semplicemente un territorio nel quale investire i capitali accumulati altrove. È diventato uno spazio nel quale le organizzazioni criminali possono costruire nuove relazioni, esercitare influenza, organizzare traffici e consolidare il proprio potere economico. La conclusione della Commissione è che il contrasto non può essere identico in ogni regione. Perché, pur conservando una matrice organizzativa comune, la ’ndrangheta riesce a cambiare strumenti, alleanze e modalità operative a seconda delle opportunità che incontra. (g.curcio@corrierecal.it)
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