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«Una (quasi) lettera alla nuova ministra della Sanità»

di Ettore Jorio*

Pubblicato il: 02/06/2018 – 16:12
«Una (quasi) lettera alla nuova ministra della Sanità»

Le speranze di salute dei calabresi, offesi dai predecessori (Lorenzin in primis), sono tutte fondate sulla nuova ministra, la medico legale catanese Giulia Grillo (nella foto). Un gesto di fiducia che è doveroso nei confronti di una tecnica, meglio di una del mestiere, di una meridionale che ha riassunto sulla piattaforma Rousseau il suo bel sogno di sanità (Ridurre le disuguaglianze di cura e assistenza; lavorare per una sanità pubblica giusta, efficiente e accessibile attraverso un adeguato finanziamento; una seria programmazione; una revisione della governance farmaceutica; un potenziamento dell’assistenza territoriale, un adeguato piano assunzioni e un aggiornamento dei corsi di laurea e formazione)
RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE Un sogno che ci sta tutto nel delineare l’uscita dall’incubo vissuto da tutti quei meridionali che, come lei – fatta salva qualche eccezione – si vedono costretti, sempre più numerosi, a fare su terra ciò che gli immigrati fanno attraversando il mare. Questi ultimi alla ricerca della pace e di una economia vitale. I primi (praticamente tutti noi), nell’aspettativa di trovare una sanità giusta, efficiente ed efficace, pressoché sconosciuta dalle loro (nostre) parti. Sono, infatti, oltre 20 milioni i cittadini potenziali migranti che hanno generato miliardi di mobilità passiva in favore delle Regioni che hanno fatto del loro sogno (realizzato) di una sanità efficiente una realtà attrattiva. Per alcune, è divenuto addirittura il loro core business.
Basti pensare che la Lombardia è da anni che drena oltre 600 milioni annui dalle casse delle regioni povere (320 mlioni dalle nostre). Meglio dalle tasche di quei poveri cittadini che, così facendo, si impoveriscono ulteriormente, aggiungendo ai costi pubblici dovuti da Regione a Regione quelli sostenuti con i loro risparmi indispensabili per accompagnare i loro cari che non trovano a casa loro ciò che costituzionalmente occorre, spesso per continuare a campare. A tutto questo, e la nuova ministra lo sa bene, occorre dare un immediato rimedio! Da qui, il suo primo progetto di uniformità dell’assistenza.
LAVORARE PER UNA SANITÀ PUBBLICA GIUSTA La difesa della sanità pubblica, vero vanto del nostro sistema sanitario riconosciuto anche all’estero, è il primario dovere della politica. Tutto questo passa dall’ovvia sostenibilità del proprio bilancio. Qui nasce il vero problema. Dal 2009 (meglio dalla revisione della Costituzione del 2001) è stato introdotto il federalismo fiscale che imponeva la svolta. Non più una sanità fondata sul binomio Fondo sanitario/quota capitaria (secca o ponderata che sia) bensì sul dualismo fabbisogno standard/costi standard. Un cambio di passo nei confronti del quale il sistema ha bluffato, adattando la nuova regola alle vecchie abitudini, utilizzando peraltro quale unica variabile del fabbisogno la solita età degli assistititi.
Un criterio, questo, che in una Nazione senza nascite è del tutto insufficiente se non rapportato alle reali condizioni di disagio socioeconomico (i c.d. indici di deprivazione) vissute nel Paese in modo differenziato. A tutto questo andrà ovviamente aggiunto ciò che è mancato sino ad oggi: 1) una perequazione infrastrutturale (peraltro prevista nei decreti attuativi del federalismo fiscale, ma rimasta lettera morta!), funzionale a colmare i divari strutturali e di attrezzatura, molto spesso causati da una cattiva politica e dall’immancabile corruzione che ha fatto fuori le risorse, spesso, disponibili; 2) una soluzione alla errata metodologia dei piani di rientro e dei commissariamenti per inadeguatezza della governance dei controlli, che sarà difficile sradicare da quelle comode rendite di posizioni ministeriali delle quali hanno fino ad oggi goduto, advisor compresi. Nondimeno dovrà pretendersi dalle Regioni meridionali un comportamento che non sia affatto quello tenuto sino ad oggi di aver utilizzato la sanità come merce da vendere sul mercato del consenso senza tuttavia pagare i «fornitori».
SERIA PROGRAMMAZIONE È ciò che è mancata sino ad oggi a monte. meglio è stata presente sulla carta, venduta dai Governi che si sono succeduti in modo evanescente tanto da non produrre nulla di buono a valle. Del resto, con un federalismo fiscale non attuato, che ha privato dei suoi effetti migliori l’ambito nel quale lo stesso ha maggiormente inciso sul piano delle riforme, era difficile, per non dire impossibile, elaborare una programmazione sanitaria dal basso, senza peraltro avere rilevato ovunque l’indispensabile fabbisogno epidemiologico, che risolvesse le precarietà di un Servizio sanitario nazionale privo di uniformità delle prestazioni, da garantire sul territorio nazionale (art. 117, comma 2, lettera m, Cost.), e dalla unicità e globalità dell’intervento da generarsi attraverso l’assistenza integrata.
REVISIONE DELLA GOVERNANCE FARMACEUTICA Un passaggio necessario stando tuttavia bene attenti a non incidere negativamente sull’attuale sistema delle farmacie, l’unico a garantire, attraverso l’istituto della concessione, una assistenza qualificata nei 7.982 comuni italiani, la maggior parte microenti al di sotto dei 5mila abitanti, dai quali l’offerta generica dei servizi scappa per inconvenienza. Su tutti un ricordo: le condotte mediche erano addirittura garanti di ciò che oggi (ahinoi) non c’è più! Troppe le insistenze delle multinazionali, involontariamente (!) collaborate da ben noti esponenti della sinistra con improprie lenzuolate, a volersi impadronire di una filiera che, anche grazie all’ultimo concorso straordinario, è in gran parte in mano di giovani laureati.
POTENZIAMENTO DELL’ASSISTENZA, PIANO ASSUNZIONI E FORMAZIONE Qui il punto focale per una nuova assistenza. Territorio è la parola d’ordine del successo e del rimedio all’attuale disordine, alla schizofrenia che ha determinato la cultura ospedalocentrica e alla rivalutazione della professione medica, con prevalenza dell’attività clinica.
In una tale formula risiedono gli elementi riformatori che occorrono per non tradurre un «contratto» in quei soliti inadempimenti della politica, spesso dolosamente voluti per non avere avuto il coraggio di intervenire su chi nella sanità ha fatto il proprio business e goduto delle comodità proprie dei rapporti parasubordinati. Dunque, occorrono consistenti ritocchi legislativi in materia di convenzioni e di accreditamento/contratti.
In questo, la politica del Governo del cambiamento! Non farlo sarebbero, le solite chiacchiere.
(Anticipazione di un articolo che uscirà lunedì 3 giugno su Il Sole 24 Ore-Sanità)

*docente Unical

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