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OSSESSIONE | I narcos evitavano il porto di Gioia Tauro

Le intercettazioni captate dalla Dda di Catanzaro rivelano i mutamenti di strategia dei trafficanti legati alla ‘ndrangheta: «Hanno montato le telecamere. Servono le persone giuste». Le liti tra i …

Pubblicato il: 31/01/2019 – 13:26
OSSESSIONE | I narcos evitavano il porto di Gioia Tauro

LAMEZIA TERME Ci sono i clan della Locride e quelli della Piana. E poi ci sono gli uomini dei Mancuso che dal Vibonese arrivano in Lombardia, in Olanda e in Sudamerica. Facendo affari sia con i “compari” del mandamento jonico che con quelli del tirrenico. Gli scenari che emergono dall’operazione “Ossessione” a volte ricordano le sceneggiature delle serie di Netflix sul narcotraffico, ma nelle oltre 800 pagine del decreto di fermo scritto dai magistrati della Dda di Catanzaro c’è ben poco di cinematografico. La realtà dei narcos calabresi è fatta di viaggi e spostamenti febbrili, di trattative a volte esasperanti, di donne che devono prestarsi a fare da portavoce per i loro uomini. E si parla sempre e solo di soldi. Di tanti soldi, che a volte generano persino liti tra fratelli e che spesso servono a corrompere uomini dello Stato senza i quali difficilmente si riuscirebbe a far sbarcare dalle navi quintali di cocaina e di hashish. Ma non tutti i porti sono uguali e le opportunità, per i trafficanti legati alla ‘ndrangheta, seguono rotte che cambiano velocemente nel corso degli anni.
«HANNO MONTATO LE TELECAMERE» Il porto di Gioia Tauro è stato – e probabilmente in qualche misura è ancora – lo snodo attraverso cui le holding della ‘ndrangheta hanno fatto arrivare in Europa grandi quantità di cocaina. Qualcosa però negli ultimi tempi dev’essere cambiato. Di recente il Corriere della Calabria ha raccontato (qui l’articolo sul dossier di “Italian port security”) di come i clan abbiano attuato una diversificazione degli scali: in sostanza la stretta sui controlli a Gioia Tauro ha spinto le ‘ndrine verso Genova, La Spezia, Vado Ligure, Livorno e Venezia. Un mutamento che emerge anche dalle carte dell’inchiesta sui narcos legati ai Mancuso che, secondo gli inquirenti, erano anche in grado di comprare (lo abbiamo raccontato qui) la compiacenza di alcuni militari della Guardia di finanza in servizio al porto di Genova. Un cambio di strategia che si legge pure nelle conversazioni intercettate tra alcuni dei presunti componenti della rete criminale colpita dall’operazione dei giorni scorsi.
Due dei fermati sono in auto. Uno dei tre fratelli Costantino, Fabio, parla con Giuseppe Campisi, che è fratello di Domenico, un broker di primo piano della cocaina ucciso nel 2011 in un agguato a Nicotera. I due parlano delle «possibili metodologie di importazione» facendo riferimento al porto di Gioia Tauro: «…hanno cambiato, Reggio lo ha cambiato…hanno montato le telecamere…i ragazzi ora non li conosci più…devi andare dalla gente che la cosa la tira fuori e si può andare…». Secondo gli inquirenti, stanno commentando «le difficoltà di potersi servire del predetto sedimento portuale, a causa dell’installazione di telecamere di videosorveglianza e della contestuale necessità di doversi rivolgere alle “persone giuste” in grado di poter garantire il recupero in sicurezza del carico di droga».
AFFARI IN ALTO MARE Al centro dell’inchiesta condotta sul campo dalla Guardia di finanza ci sono proprio i tre fratelli Costantino (Fabio, Giuseppe e Salvatore Antonino), noti a Nicotera con il soprannome di “Fiffiettu”. Secondo Emanuele Mancuso, rampollo di ‘ndrangheta diventato il primo pentito eccellente della sua famiglia (qui le sue dichiarazioni), sono vicini, anzi parenti, di uno dei capi storici del clan di Limbadi e Nicotera, lo “zio Antonio” che molti chiamano “don Paperone”.
Secondo Antonio Femia, altro pentito i cui verbali sono finiti nell’inchiesta, Pino Costantino «faceva la bella vita», aveva una barca e «nel 2012 aveva addirittura saputo di essere intercettato sulla barca perché il soggetto che gli aveva venduto la barca a Lamezia, lo aveva avvisato del fatto che la “Legge” gli aveva richiesto la scheda tecnica dell’imbarcazione…». La stessa cosa sarebbe successa sulla sua auto: «Il concessionario che gli aveva venduto la Golf lo informò che nella macchina che gli era arrivata da poco era stata montata una microspia». «Queste cose – racconta Femia – me le disse lo stesso Pino… ricordo, infatti, che una volta che andai a trovarlo a Vibo, andammo in barca… in alto mare io iniziai a parlare dei nostri affari e notai che lui diceva che la radio aveva problemi e mi fece cenno di stare zitto…allora Pino mi invitò a tuffarmi in acqua per parlare delle nostre questioni ed affrontammo tutti i discorsi in acqua».
FRATELLI COLTELLI Femia racconta pure che Tonino Costantino non esita a spendere il nome dei Mancuso, ma non sempre i tre fratelli si muovono in sinergia tra loro. Anzi, a volte litigano fra loro. A febbraio del 2018 c’è un problema di soldi tra Giuseppe e Fabio e i toni, nelle conversazioni che i due hanno con altre persone, anche con familiari, si alzano parecchio, tanto che a un certo punto è la madre a intervenire lamentando addirittura «di non averli denunciati entrambi». Secondo gli inquirenti i soldi in questione riguardano una partita di droga consegnata da Fabio in conto vendita a Giuseppe. Il primo si lamenta che il fratello lo ha messo «in guai seri»: «Gli ho fatto guadagnare senza fare niente 18mila euro portati a casa… e non vuole darmi i soldi neanche per il capitato (fon.)…e io mi acchiappo con i cristiani». Dal canto suo Giuseppe, parlando con la compagna, dice: «Lo sai perché è miserabile? Perché è andato dai miei amici a ritirare il tutto…il mio! Siccome io… non me li sono tenuti, io non mi sono tenuto soldi..giusto? Perché questo me li dà e io non glieli ridavo. Lui dovrebbe essere andato là, per prendersi i soldi giusti, e se si prende pure i miei, gli taglio la testa!».
DA COSA NOSTRA AL “GORDO” I contatti della rete sono molteplici e tutti, secondo gli inquirenti, sono di alto rango criminale. Tra i fermati, per esempio, c’è Francesco Scaglione, un 59enne di origini palermitane che vive nell’hinterland milanese e che, pur non avendo precedenti in materia di narcotraffico, è ritenuto dagli inquirenti «soggetto assai vicino agli ambienti di Cosa nostra».
Ma nella «multinazionale del narcotraffico» un ruolo centrale lo avrebbero due donne. Innanzitutto la 69enne Clara Ines Garcia Rebolledo, a cui subentra poi la nipote Gina Alessandra Forgione. Venezuelane, entrambe sarebbero broker «di primissimo livello» del narcotraffico, legate ai più potenti cartelli Sudamericani (Venezuela, Colombia, Repubblica Dominicana ed Ecuador) da cui i narcos calabresi, grazie alla loro mediazione, acquistano la cocaina. Oltre ai contatti con Julio Murillo Figueroa – personaggio che avrebbe lavorato con i guerriglieri americani e ancor prima con Pablo Escobar – c’è un episodio che fa capire il livello a cui le due donne sono abituate a muoversi. A un certo punto in Venezuela avviene un omicidio eccellente che fa saltare i piani della rete criminale. La vittima è uno dei padrini sudamericani che avrebbe dovuto rifornire i narcos calabresi di un carico da far arrivare in Italia. Ma l’agguato fa saltare tutto. Il boss viene chiamato “El Gordo”, la sua vera identità non è stata finora appurata ma probabilmente è rimasto vittima dello scontro tra narcotrafficanti venezuelani e colombiani. È Clara a raccontare ai narcos nostrani dell’agguato: «Lo hanno ammazzato sabato mattina, lo seppelliranno domani, stanno aspettando che venga la figlia dal Sud Africa… Questo è terribile amico, è meglio stare tranquilli». E anche il foggiano Michele Viscotti commenta l’accaduto con Fabio Costantino: «Pensa che hanno ammazzato ad uno che c’aveva 6 guardie del corpo…».

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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