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Cronistoria di una (tentata) estorsione. «Se mangiamo noi, mangiano tutti»

Nelle carte dell’inchiesta “Mbasciata” il racconto delle minacce subite da due imprenditori del Vibonese. «Lo sai come funziona, dove vai devi bussare per un caffè. Lo sapete che altrimenti prima o…

Pubblicato il: 14/02/2019 – 19:18
Cronistoria di una (tentata) estorsione. «Se mangiamo noi, mangiano tutti»

VIBO VALENTIA Sono fratelli, vengono da un paesino dell’entroterra e fanno gli imprenditori. A Vibo per qualcuno sono «forestieri» ma loro sanno già «come funziona» lì. Gliel’hanno fatto capire nel 2015 con una bottiglia piena di liquido infiammabile e due cartucce calibro 12 lasciate in un loro cantiere. Anche l’anno successivo qualcuno li ha omaggiati di un’altra bottiglia incendiaria. Sanno «come funziona», sì, ma non accettano il «sistema». E denunciano tutto. Così sono finiti in carcere (qui i dettagli) il 50enne Emilio Pisano e il 65enne Vincenzo Puntoriero, accusati di tentata estorsione continuata, aggravata dal metodo mafioso, nei confronti dei due fratelli imprenditori che, nell’inverno dell’anno scorso, stavano eseguendo dei lavori pubblici nel centro di Vibo, tra piazza Municipio e via Terravecchia. Un appalto non di grossa entità, tanto da essere oggetto di affidamento diretto, dietro cui però si nasconde una storia emblematica di come vanno certe cose nel Vibonese, dove c’è chi lavora e chi pretende di intascarsi il frutto delle fatiche degli altri.
IL SISTEMA La storia sta tutta in una settimana, la seconda settimana di febbraio del 2018. La si può leggere nelle carte dell’inchiesta “Mbasciata”, in cui sono confluite le risultanze investigative raccolte dai carabinieri di Serra San Bruno sotto il coordinamento della Dda di Catanzaro.
Il 7 febbraio, intorno alle 18,30, mentre uno dei due imprenditori è nel cortile di casa del vicino riceve la visita di Pisano: gli chiede se sta effettuando dei lavori nel capoluogo di provincia, precisa che ci sono «gli amici di Vibo» che lo stanno cercando e gli chiede se stia pagando qualcuno.
Il 10 febbraio arriva all’imprenditore una telefonata dal suo commercialista: gli dice di andare al suo studio perché ha ricevuto la visita di quattro persone che gli hanno detto di riferirgli di tornare a parlare con la stessa persona con cui aveva già parlato. Lo stesso giorno i due fratelli vanno a casa di Pisano e lui avverte: «Lo sai come funziona, dove vai devi bussare per un caffè. Posso aiutarvi con gli amici di Vibo, sono amici miei. Lo sapete che altrimenti come arrivate prima o poi vi pittano. Se mangiamo noi, mangiano tutti». Se invece si fossero rivelati «inaffidabili» gli avrebbero «fatto qualcosa» dovunque sarebbero andati a lavorare: «Però sai cosa succede? Devi stare tranquillo – dice ancora Pisano – le cose stringono, l’inaffidabilità vedi che è una cosa brutta. Per tanti paesani nostri ho dovuto garantire nel senso dice “lo conoscete voi che tipo è?”, “fallo passare che non c’è problema”. (…) Tu capisci che oramai il sistema è così, non lo togli tu e non lo tolgo io neanche».
L’AMBASCIATA Il 12 febbraio Pisano va a casa dell’imprenditore: gli dice che ha parlato con «gli amici di Vibo» e che questi inizialmente hanno avanzato una richiesta consistente. Ma lui, con la sua mediazione, dice di essere riuscito a strappare una cifra più bassa. Indica il due con le dita della mano e, quando la vittima gli chiede se si parla di 2mila euro, Pisano annuisce. Aggiunge che in qualsiasi zona avesse lavorato avrebbe dovuto parlare con lui e che era meglio risolvere subito la questione. L’ambasciata insomma è fatta. Solo che la vittima ha registrato le conversazioni con il suo smartphone.
Il 15 febbraio il commercialista telefona di nuovo all’imprenditore: la sera prima alcuni “signori” lo hanno incontrato e gli hanno detto che volevano una risposta urgente. Lo stesso giorno l’imprenditore va dal commercialista ma vicino allo studio viene avvicinato da Vincenzo Puntoriero, in seguito riconosciuto dalle immagini di videosorveglianza di alcuni negozi che si trovano nei pressi. L’uomo si presenta come un ambasciatore disinteressato e gli riferisce tutto il «loro» disappunto per il suo temporeggiare rispetto alle richieste: «Sai, io non c’entro niente in questa storia ma ti porto solo un’ambasciata per rispetto del commercialista… a loro non piace la risposta che gli avete dato e ne vogliono una subito…o si o no!».
LE «FAMIGLIE BISOGNOSE» La mattina del giorno dopo – è il 16 febbraio – l’imprenditore si accorge che tre uomini, nei pressi del cantiere in piazza Municipio, lo guardano «con invadenza». Si allontana con la sua auto ma prima riesce a fotografarli. Uno di loro se ne accorge e tenta di fare la stessa cosa con lui. Poco dopo l’imprenditore torna sul posto e uno dei tre gli si avvicina: «Ma come mai ci stai osservando da stamattina, sei uno sbirro?». L’uomo si presenta, si informa sui lavori in corso e chiede all’imprenditore se sia stato avvicinato da qualcuno visto che «ci sono tante famiglie bisognose». «Sicuramente verrà qualcuno», aggiunge. Quindi si dichiara disponibile a evitargli fastidi e dice di essere appena uscito di galera.
L’uomo è uno dei tre indagati a piede libero per cui il Gip distrettuale non ha concesso l’arresto per mancanza di gravità indiziaria. Secondo il pentito Andrea Mantella tutti e tre hanno a che fare con il clan Lo Bianco, ma il Gip sottolinea che la vicenda dei tre uomini che erano in piazza Municipio e quella di Puntoriero e Pisano – per la quale parla invece di elementi «granitici» – potrebbero non essere collegate. E che per la vicenda che ha portato ai due arresti non sussiste, quantomeno sotto il profilo della gravità indiziaria, la finalità di agevolare la cosca Lo Bianco evocata dal pm poiché non sono stati ravvisati «significativi collegamenti» con il clan locale. C’è però per il giudice l’aggravante del metodo mafioso che i due avrebbero adottato e che l’imprenditore, lo stesso giorno in cui viene avvicinato mentre va dal commercialista, va a denunciare ai carabinieri. Esattamente un anno dopo scattano gli arresti.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it

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