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«Alchimie e Gattopardi, Vibo merita di più»

di Antonio Viscomi*

Pubblicato il: 25/02/2019 – 13:23
«Alchimie e Gattopardi, Vibo merita di più»

Vorrei dirlo con chiarezza: quello che sta succedendo nella politica vibonese in questi ultimi giorni, per come è raccontato dai giornali, andrebbe studiato a fondo perché spiega meglio di tante parole le ragioni che allontanano le persone dalla politica e anzi le inducono a pensare che la politica sia affare privato di pochi. Cambi di casacca, traslochi dall’una all’altra parte – annunciati, dichiarati o soltanto ipotizzati – doppia morale di chi rimprovera ai nemici ciò che invece loda negli amici, partiti pensati e utilizzati come taxi, alchimie di potere realizzate al chiuso di segrete stanze, individualità pure apprezzabili che si trasformano però in individualismi sfrenati, tutte queste cose fanno ricordare la regola d’oro del Gattopardo: “tutto cambi perché nulla cambi”.
Sicuramente, continuando così, nulla cambierà per i cittadini di una città che, per storia e tradizione, non merita di stare sempre agli ultimi posti di tutte le classifiche e che pure in questi posti è stata e continua ad essere ancora confinata non per immutabile destino divino ma per scelte precise, e che peraltro ancora oggi, a quanto si legge sui giornali, rischia una seconda procedura di dissesto.
È difficile non rimpiangere i tempi – che Vibo ha pure ben conosciuto – di una politica basata sul confronto, anche aspro, di visioni, di ideali, di valori. E’ difficile non rimpiangere il tempo in cui i partiti non erano considerati proprietà privata ma comunità di uomini e donne desiderosi di scrivere insieme una nuova pagina nella vita della loro comunità. Perché il punto è proprio questo: avere una visione di sviluppo della propria comunità, reale, sostenibile, capace di stare al passo con i tempi, innovativa, credibile e soprattutto coerente con i propri valori di riferimento. Senza una visione e senza valori non si va da nessuna parte e la politica si trasforma in una pratica da gestione di condominio. Se poi ci si mette pure la criminalità organizzata, con o senza doppiopetto grigio, allora è veramente finita.
Ecco, essere arrivati a questo punto è la colpa più grave di chi ha operato per distruggere la vitalità della politica e dei partiti, e del partito democratico in particolare, che qui più mi interessa. E mentre gestisce il condominio trascura di considerare le questioni della sanità (della sanità, dico, non dei primari) o della mobilità o del disagio giovanile, o quelle delle imprese che chiudono l’attività sconfitte dal mercato e dalla criminalità e anche di quelle che invece vincono il mercato nonostante la criminalità, e ancora le questioni del porto e delle filiere formative necessarie per sostenerne l’attività, quelle dell’integrazione amministrativa con i comuni vicini o del sistema scolastico cittadino e così via.
Mille problemi quotidiani che non possono essere risolti se non si ha una visione di sistema e di lungo respiro. È questo il punto primo da mettere in gioco. Non il tema delle alleanze con-chi-ci-sta, ma quello di una nuova visione di città su cui costruire l’iniziativa politica e ricercare – ma solo dopo – alleanze strategiche: questo è il vero discrimine nell’attuale fase della politica.
Un partito, un qualunque partito, dovrebbe essere in grado di elaborare una visione di città; se non lo fa o non è in grado di farlo, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona, vuol dire che la gestione del condominio è più importante di tutto il resto. Molto partito alle primarie, poco partito nella società e alle elezioni: questo è il sistema usale. E quando non c’è una visione, l’unica alternativa è impadronirsi degli apparati per ridurre la democrazia interna, trovare alleanze a prescindere e ampliare a dismisura il numero delle liste giocando cosi su altri fattori. Arrivando anche a nascondere il simbolo del proprio partito. Rinunciando all’identità in nome di un civismo che non parte dalla società ma purtroppo dai luoghi del potere, dall’accordo di pochi, dalla spartizione delle posizioni di potere. Se poi la gente gira le spalle e va via, mi sembra il minimo che possa accadere, quando invece i primi ad andare via dovrebbero essere proprio coloro che hanno originato questa disaffezione dei cittadini.
Un partito che ha una identità non ha difficoltà ad aprirsi alle altre esperienze, perché sa di poter dialogare senza perdere né la propria storia né i propri valori di fondo, perché i valori non sono uguali per tutti. Un partito che ha una identità può, anzi deve promuovere occasioni di incontro trasparente e aperto con tutte le soggettività sociali e culturali presenti in una comunità e questo proprio per elaborare una idea di città e tracciare la strada da seguire. Prima che del nome di un sindaco abbiamo bisogno di una visione di città. Nel secolo scorso si sarebbe chiamata conferenza programmatica. Ma il titolo oggi sarebbe segnato dal suono inutilmente ampolloso. E tuttavia non è importante il nome perché abbiamo comunque bisogno, come non mai, di parlare insieme con tutte le esperienza associative, laiche ed ecclesiali, con le organizzazioni di rappresentanza di interessi, con i soggetti del volontariato e del terzo settore, con i movimenti interessati alla lotta alla criminalità, con tutti, insomma, per elaborare una visione condivisa del futuro di una comunità.
Promuovere questo incontro e riportare la politica tra la gente è il compito del Partito democratico e Vibo può diventare per questo una esperienza esemplare per il sistema politico locale e regionale, che certo non può né deve lasciare indifferente il Commissario regionale, a cui tocca il gravoso compito di far ripartire l’iniziativa politica di un partito di cui ancora oggi c’è bisogno.

*Deputato Pd

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