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Altro che reparto Covid, allo spoke di Corigliano Rossano chiude l'Anestesia

Dopo “Titolo V” il difficile “day after” nello spoke di Corigliano Rossano. E mentre si costringe il personale a prestare servizio nell’ala dedicata al Coronavirus, dal primo dicembre si fermerà il…

Pubblicato il: 08/11/2020 – 7:21
Altro che reparto Covid, allo spoke di Corigliano Rossano chiude l'Anestesia

di Luca Latella
CORIGLIANO ROSSANO
Il day after è da sopravvissuti a uno tsunami. La trasmissione di Rai 3, “Titolo V” in “visita” anche a Corigliano Rossano ha investito addetti ai lavori ed ha innescato una miriade di reazioni e telefonate fra i vertici dell’Asp di Cosenza e direttori delle unità operative complesse dello spoke di Corigliano Rossano, nel tentativo di mettere una pezza, nonostante sia troppo tardi.
Qui, il reparto Covid in una struttura promiscua come l’ospedale di Rossano non lo voleva nessuno. Meglio dire, quasi nessuno, se si esclude qualche dirigente medico ed il sindaco. Le luci della ribalta sono state accese da tutta una serie di articoli del Corriere della Calabria, mentre l’eco fornita da “Titolo V” ha fatto il resto. Sono serviti per dire e mostrare cose che non funzionano da sempre e arcinote.
L’ambulanza proveniente da Amendolara, in attesa da tre ore al pronto soccorso, è prassi quotidiana. I colleghi di Rai Tre hanno colto quell’attimo che noi raccontiamo tutti i giorni. L’inadeguatezza del servizio sanitario di routine – quello quotidianamente erogato in Calabria, fatto di ore di attesa al pronto soccorso, addirittura di anni per un esame specialistico, di farmaci che mancano negli ospedali, di medici ripiegati su loro stessi per la stanchezza, di esiguità di personale e carenza di mezzi – è da sempre praticamente “familiare” ma come al solito, affinché commissari, dirigenti, amministratori della politica sanitaria regionale si accorgano dei problemi, ce le devono “suonare” da fuori.
Le “pezze” ordinate dall’alto si riverberano a cascata, in un grande scaricabarile, sui vertici aziendali, quelli ospedalieri, sui primari, su tutto quel personale che ora – dopo la trasmissione – sarà “costretto” da ordini di servizio a dover lavorare nel reparto Covid. Medici e infermieri impreparati alla lotta antivirus, ad indossare una tuta, a vestirla e soprattutto a svestirla dopo qualche ora passata nell’ala dell’ospedale di Rossano dedicata al coronavirus. In fondo è così che il virus Sars-Cov-2 potrebbe “evadere”, attaccato ad una giacca, alla suola di una scarpa che poi torna a casa, a una mano non perfettamente pulita. È per questi motivi che, appresa la lezione impartita dagli ospedali lombardi e dalle Rsa di tutta Italia, durante la prima ondata, il Ministero della Salute si è espresso contro le strutture promiscue.
All’ospedale di Rossano, per esempio, il virus non rimane pressurizzato, non ci sono stanze a pressione negativa previste nei reparti che si occupano anche solo come un ospizio di malattie infettive, e presenta problemi nel sistema di areazione.
Le telefonate partite dall’Asp e dirette al personale dello spoke di Corigliano Rossano per tentare di mettere quella pezza, sono servite solo a esacerbare gli animi ed a costringere personale impreparato a dover andare ad affrontare una guerra per la quale non è preparato. Qualcuno, da quel che si dice, farà ricorso alla Magistratura, altri proveranno a mettersi a riposo.
In città e sui social non si parla d’altro, come se – realmente – solo oggi ci si rendesse conto dello stato di salute della sanità calabrese o della piana di Sibari, ultima terra fra le ultime, in cui un medico come Martino Rizzo è costretto a sventolare bandiera bianca, a denunciare quotidianamente che non è più in grado di servire la sua gente, di provare ad arginare l’infezione e che le “canta” ai suoi capi in un gruppo su WhatsApp come dimostra sulla sua pagina Facebook.

Perché sono finiti i tamponi, o quelli eseguiti vengono rispediti indietro dal laboratorio di Cosenza. Si mormora ci siano circa 4000mila tamponi da processare, in attesa. Come in stand-by rimane – i vertici dell’Asp assicurano ancora per poco – il laboratorio tamponi previsto all’ospedale di Rossano.
Ascoltare il pianto – quello vero – di chi deve impartire quegli ordini in sostituzione all’assente (ieri, sabato) direzione sanitaria e disporre il sevizio nel reparto Covid a personale non preparato, è avvilente.
CHIUDE L’ANESTESIA E mentre si “costringe” il personale dello spoke a prestare servizio nel reparto Covid, ironia della sorte, dal primo dicembre il servizio di Anestesia non sarà più garantito per esiguità di personale. A parte l’emergenza sanitaria, dunque, niente più interventi ordinari.
Lo denunciano il segretario della Funzione Pubblica della Cgil, Vincenzo Casciaro, il coordinatore aziendale per l’Asp di Cosenza della Cgil medici, Giuseppe Angelo Vulcano – peraltro anche primario di Anestesia a rianimazione dello spoke di Corigliano Rossano che prima di tutti ha descritto l’ospedale come al “collasso” – e del segretario regionale Aaroi-Emac (Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza Area Critica) Domenico Minniti. I tre puntano il dito contro il commissario straordinario dell’Asp Cinzia Bettelini, che «trova modo di sottrarre risorse agli Ospedali Spoke di Rossano-Corigliano, Cetraro-Paola e Castrovillari e di sprecarle».
«Troverà modo, ci auguriamo – dicono i sindacalisti – di spiegarne al sindacato e ai lavoratori della sanità le motivazioni. Intanto nell’Ospedale Spoke di Rossano Corigliano dal primo dicembre non sarà possibile garantire il servizio di Anestesia per le attività di Ostetricia e per tutte le attività operatorie ordinarie» è la gravissima denuncia. Gli spoke di Corigliano Rossano, Paola Cetraro e Castrovillari secondo la Cgil, non riusciranno a garantire nemmeno l’ordinario.
«I medici – proseguono Vulcano, Minniti e Casciaro – in particolare quelli dell’area critica ma non solo, hanno garantito la continuità delle attività assistenziali ordinarie e d’urgenza, svolgendo molti turni in più di quelli dovuti. La mancata remunerazione di questo lavoro oltre l’orario di servizio risale al 2018 in barba agli accordi eppure i medici con sacrificio e responsabilità non hanno fatto mai mancare la propria opera nei confronti dei malati. Evidentemente ciò non è apprezzato dall’attuale direzione dell’Asp e di fronte a questo comportamento di chiusura e spreco, di cui è difficile capire il senso, il sindacato sarà costretto a chiedere ai medici di non svolgere prestazioni aggiuntive».
In tutto questo bailamme, pare che dei tre anestesisti rianimatori già in pensione e riassunti dall’Asp con un contratto di consulenza previsto dalla libera professione, nessuno presterà la propria opera nello spoke di Corigliano Rossano, sede – è bene ricordarlo – di un reparto-ospizio Covid che non cura perché i pazienti gravi vengono comunque inviati all’ospedale di Cosenza e che dal primo dicembre non potrà più operare perché mancano gli anestesisti. (l.latella@corrierecal.it)

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