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l’inchiesta

«Vi tagliamo la testa». Il pizzo, l’usura e le minacce. E l’escavatore “prestato” al boss come garanzia

Da 500mila lire a 270 euro. Questa la quota mensile da pagare agli Scerbo. I debiti, i prestiti e la moto ceduta al boss

Pubblicato il: 30/03/2021 – 20:33
di Giorgio Curcio
«Vi tagliamo la testa». Il pizzo, l’usura e le minacce. E l’escavatore “prestato” al boss come garanzia

CATANZARO Costretto a pagare mensilmente prima 500 mila lire, poi 270 euro. È una delle vicende estorsive ricostruite dagli inquirenti e riportate nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta “Big Bang”, coordinate dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro dedicato alla provincia di Catanzaro, Veronica Calcagno, e dai sostituti della Dda dedicati alla provincia di Crotone, Domenico Guarascio e Paolo Sirleo, e che ha portato all’arresto di 13 persone tra Cutro e San Leonardo e tutti legati al clan alle famiglie Mannolo-Scerbo-Zoffreo-Falcone.

L’imprenditore agricolo vessato

A raccontarla è stata un imprenditore, titolare di un’azienda agricola di Sellia Marina. Versamenti di denaro mensili, certo, ma non solo. Tutto era partito a metà anni ’90 con alcuni atti intimidatori: dalle telefonate minatorie fino al deposito di un bidone contenente liquido infiammabile presso l’azienda, fino a costringere l’imprenditore a vendere il proprio ciclomotore pur di pagare le somme richieste. Protagonisti degli atti intimidatori ed estorsivi sono, per gli inquirenti, Pietro Scerbo e il nipote Mario Scerbo, entrambi finiti in carcere. Sono le conversazioni captate dagli inquirenti sull’utenza telefonica della vittima a mettere in luce lo stato di assoggettamento sin dagli anni ’90, costretto a pagare una somma di denaro mensile agli Scerbo, oltre ad essere loro vittima di usura. 

big bang

Il “potere” degli Scerbo

«Ho subito negli anni ‘90, all’apertura dell’attività, un atto intimidatorio: mi hanno fatto trovare davanti all’azienda un bidone con del liquido infiammabile ed un accendino. Subito dopo ricevevo delle telefonate che mi intimavano il pagamento di un pizzo. In quell’occasione non denunciai nulla perché avevo paura e accettai di pagare 500.000 lire al mese a Pietro Scerbo di San Leonardo di Cutro, lo zio di Mario». La vittima racconta poi che quanto venne ucciso Francesco Scerbo nel 2004, per un paio di mesi nessuno si presentò da lui a riscuotere il pizzo, fino all’arrivo del nipote Mario « al quale – racconta – ho continuato a pagare la quota del pizzo che ormai in euro era di 270 euro mensili». 

«Vi tagliamo la testa»

«Le telefonate minatorie le ha ricevute mio fratello, che era quello che si occupava direttamente del vivaio, mentre io mi sono sempre occupato dell’attività commerciale». Questo il racconto del fratello dell’imprenditore agricolo vittima delle richieste di pizzo e delle intimidazioni degli Scerbo. «Ricordo – spiega agli inquirenti – che con queste telefonate venivamo minacciati di morte con frasi del tipo “…vi tagliamo la testa… “. Da quel momento mio padre e mio fratello hanno pagato a questi soggetti, che io non ho mai visto». Richieste iniziali che risalgono al 1995/96, con i pagamenti andati avanti fino al 2007 fino a quanto è morto il padre dei due imprenditori. «Tuttavia non non ho la certezza che mio fratello non abbia più pagato anche perché, come già detto, lui si occupava più specificatamente del vivaio».

Il prestito e la moto “sacrificata” 

Ma è proprio l’imprenditore agricolo, vittima delle vessazioni degli Scerbo, a raccontare agli inquirenti gli episodi inquietanti legati in particolare ad un prestito usurario, elargito da Mario Scerbo, così come ampiamente riportato nella richiesta firmata dal giudice. Tutto ha inizio nel 2009 quando, in seguito ad una crisi finanziaria, l’imprenditore si è trovato costretto a chiedere un aiuto finanziario proprio a Mario Scerbo, il quale, racconta, «mi fece aspettare due giorni e successivamente mi consegnò 10.000 euro a fronte del pagamento di 1.000 euro mensili per i soli interessi che ancora devo finire di pagare». Un vero trattamento di favore quel “10%” di interesse che, per gli altri, era pari invece al 20%. «Per alcuni mesi – racconta la vittima –  ho dovuto pagare sia il pizzo di 270 euro che i mille euro del prestito ogni mese». Una spesa evidentemente troppo gravosa, al punto che l’imprenditore agricolo ha dovuto dare in cambio la propria moto, una Yamaha, «alla quale – racconta – ero molto affezionato». Una cessione senza alcun passaggio di proprietà ufficiale ma la moto, di fatto, finì nelle mani di Mario Scerbo in attesa di trovare un acquirente. 

I versamenti 

«Ho pagato dall’apertura dell’attività per circa vent’anni 270 euro al mese di pizzo (preciso 500mila lire e successivamente all’entrata dell’euro 270 euro) per un totale di 65.000euro circa. Per un anno ho pagato 1.000 euro di interessi del prestito più 270 euro di pizzo per un totale di 15.000 euro circa. Dal 2013 al 2014 mille euro al mese di interessi per un totale di 12.000; dal 2014 al 2016 siccome avevo versato 4mila euro di quota capitale, pagavo 600 euro al mese per un totale di 12.000. Nel 2016 siccome ho versato 3mila euro di capitale con una rata di 300 euro per un totale di 4mila euro. Infine a seguito dell’accordo di rientro del capitale sto pagando 250 euro al mese di cui mancano ancora 500 euro al raggiungimento dei 4.800 euro. Il totale è di oltre 115.000 euro a cui si aggiunge il costo dell’escavatore». 

Le immagini e l’escavatore “in prestito”

Versamenti di denaro che proseguivano tuttora. Dopo le dichiarazioni dell’imprenditore, infatti, gli investigatori decidono di installare delle telecamere per riprendere proprio quei luoghi dove solitamente avvenivano i pagamenti di 250 euro al mese a Mario Scerbo. È il 31 maggio 2019 e gli inquirenti, oltre a documentare lo scambio di denaro, captano anche la richiesta da parte dell’imprenditore a Mario Scerbo e che riguarda l’impossessamento di un mezzo di proprietà della vittima: «Oh… Mario…!!! ma… mi serve l’escavatore 3 o 4 giorni come facciamo… ?».  Effettivamente l’escavatore verrà riconsegnato all’imprenditore a luglio del 2019 ma, agli inizi di dicembre, lo stesso mezzo finirà di nuovo “in prestito” nelle mani di Mario Scerbo. «È venuto – racconta ancora la vittima – presso la mia azienda e mi chiese in prestito l’escavatore per una settimana, dopo di che non ha voluto più restituirmelo. Nonostante abbia più volte richiesto a Mario Scerbo sia telefonicamente, sia per messaggio  che di persona, non ha mai voluto restituirmelo». Scerbo, nonostante le ossessive richieste della vittima, non aveva alcuna intenzione di restituire il mezzo, considerandolo “una garanzia” del debito della vittima nei suoi confronti. (redazione@corrierecal.it)

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