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«Le zone rosse rischiano di alimentare il lavoro sommerso»

La pesante crisi economica in corso contribuisce ad accrescere il numero dei lavoratori in nero presente in Italia. Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA che, nel ricordare come l’emergenza sanit…

Pubblicato il: 03/04/2021 – 19:58
di Giusy Raffaele
«Le zone rosse rischiano di alimentare il lavoro sommerso»

La pesante crisi economica in corso contribuisce ad accrescere il numero dei lavoratori in nero presente in Italia. Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA che, nel ricordare come l’emergenza sanitaria ha provocato una perdita di circa 450 mila posti di lavoro, si è soffermato sui probabili rischi delle chiusure imposte nelle ultime settimane. Difficilmente quantificabile sarà il numero degli addetti del settore alberghiero e della ristorazione e altrettante finte parrucchiere ed estetiste che quotidianamente si recheranno nelle case degli italiani ad esercitare (in assenza di requisiti professionali e non rispettando le norme di sicurezza) i servizi e le prestazioni più disparate, contribuendo in tal modo alla diffusione del virus.
I famosi invisibili che già prima del Covid, erano circa 3,2 milioni, corrispondente ad un valore aggiunto in nero di circa 77,8 miliardi di euro. Per la Cgia la decisione del governo Draghi di chiudere in zona rossa il settore benessere è «immotivata». Anche perché, viene spiegato, «le attività di acconciatura e di estetica dal maggio dell’anno scorso hanno applicato con la massima diligenza le linee guida dettate dalle autorità sanitarie e dal Governo precedente, intensificando le già rigide misure previste dal settore sul piano igienico-sanitario e si sono riorganizzate per garantire la massima tutela della salute degli imprenditori, dei loro collaboratori e dei clienti. Lavorando su prenotazione e avendo investito notevolmente in prevenzione», prosegue la nota, «non risulta che in nessuna parte del Paese si siano verificati dei focolai di contagio presso queste attività tale da giustificare la decisione di chiudere tutto».
Nei prossimi mesi, secondo Cgia, la situazione è destinata a peggiorare. Con lo sblocco dei licenziamenti previsti in una prima fase a fine giugno, per coloro che lavorano nelle Pmi e nelle grandi imprese, e successivamente in autunno, per quelli che sono occupati nelle micro e piccolissime aziende, è verosimile che il numero dei senza lavoro aumenti in misura importante. È altrettanto verosimile che queste persone non riuscendo a trovare una nuova occupazione saranno costrette a optare per un lavoro irregolare o si improvviseranno come abusivi per poter sopravvivere. A livello territoriale le regioni del Mezzogiorno sono quelle più «a rischio sommerso».
Secondo l’ultima stima redatta dell’Istat e relativa al 2018, in Calabria il tasso di irregolarità registrato è pari al 22,1 per cento (136.200 irregolari), in Campania al 19,4 per cento (362.500 lavoratori in nero), in Sicilia al 18,7 per cento (283.700), in Puglia al 16,1 per cento (222.700) e in Sardegna del 15,7 per cento (95.500) rispetto ad una media nazionale pari al 12,9 per cento. Mentre le situazioni più virtuose si registrano nel Nordest, con il Veneto al 9 per cento (207.300) e Bolzano all’8,9 per cento (27.000).

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