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il processo

Rinascita Scott, l’affare del caro estinto. «Rubavano anche i denti d’oro ai morti»

Mantella racconta come le ditte vicine ai clan si «dividevano» le salme dell’obitorio. Le ambulanze usate per trasportare droga e latitanti

Pubblicato il: 13/05/2021 – 21:41
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, l’affare del caro estinto. «Rubavano anche i denti d’oro ai morti»

LAMEZIA TERME Agenzie funebri a disposizione delle cosche, pronte a dividere il lucroso affare del caro estinto a Vibo Valentia con le famiglie di ‘ndrangheta, pronte a mettere a disposizione le ambulanze per i viaggi carbonari dei sorvegliati speciali che con questo stratagemma non venivano fermati dalle forze dell’ordine. Erano tre le ditte impastate con i clan ha raccontato nel corso del processo Rinascita-Scott il collaboratore di giustizia Andrea Mantella, 49 anni, ex braccio armato del Lo Bianco-Barba e poi a capo di un gruppo autonomo. «I fratelli Curello erano legatissimi a Saverio Razionale e Gregorio Gasparro alias “U Ruzzu u gattu”. Erano funzionali alle necessità dei Bonavota e anche dei Piscipisani. In realtà l’azienda dei Curello era cosa di Razionale e Gasparro». Altra ditta era quella dei fratelli Baldo «che operavano in piazza San Leoluca a Vibo Valentia erano legati ai Fiarè». Poi c’era la ditta di Orazio Lo Bianco e Rosario Pugliese alias “Cassarola”.

Rubavano i denti d’oro ai morti


Il grosso degli affari per le imprese di pompe funebri arrivava dall’obitorio dell’ospedale dove stava un certo Leo Parisi (non è imputato né risulta indagato) «che stava addosso ai morti come un avvoltoio» e che veniva pagato dalle ditte. Mantella racconta che le tre ditte facevano a turno: una settimana i morti se li prendeva una ditta e la settimana dopo un’altra. «Quando arrivavano i familiari la salma era sistemata con la ditta designata secondo gli accordi che le agenzie avevano preso», dice il collaboratore rispondendo alle domande del sostituto procuratore Annamaria Frustaci. Prima di sistemare la salma si accertavano se il defunto avesse dei protesi d’oro che, in caso affermativo, venivano estratte per farne ulteriore bottino.
I soldi dei Curello andavano divisi con Razionale Gasparro e Nazzareno Felice che era il factotum di Razionale. I soldi di Baldo andavano divisi con la famiglia Fiarè. E poi c’erano Orazio Lo Bianco e Rosario Pugliese alias “Cassarola”. Però, specifica Mantella, se una famiglia decideva che il funerale andava fatto dalla ditta di Lopreiato allora gli altri non si contrapponevano perché «Lopreiato era sponsorizzato dalla famiglia Bonavota, era una testa di legno di Pasquale Bonavota».

Le ambulanze usate come corrieri


Per evitare di essere fermato e potersi contemporaneamente spostare Mantella era solito usare le ambulanze dei Curello. Soprattutto nella tratta Vibo-Cosenza. Il suo braccio destro, Salvatore Morelli, andava a chiedere l’ambulanza che veniva messa gratuitamente a disposizione. «Le ambulanze le usavano anche per fare qualche passaggio di droga», racconta Mantella. Il collaboratore non era l’unico ad adoperare questo stratagemma. «L’ambulanza la usava anche Razionale per andare da Vibo a Roma», afferma il collaboratore.

Il “soggiorno” di Peppe De Stefano nel resort degli Stillitani


Un mezzo utile e insospettabile che i Bonavota avevano messo a disposizione del capo cosca di Reggio Calabria Peppe De Stefano che era stato latitante, ospite della cosca di Sant’Onofrio, prima in alcune villette poi «all’interno del resort degli Stillitani» sulla costa vibonese. Francesco Fortuna e Onofrio Barbieri avevano la tutela di De Stefano. «Vincenzino Fruci vigilava che non ci fosse niente fuori posto». Fruci non è imputato in Rinascita Scott ma è imputato nel processo, in fase preliminare, “Imponimento” considerato al vertice del sodalizio Anello-Fruci. Mantella racconta di essere stato testimone diretto della presenza di Peppe De Stefano. «Io ero lì con i Bonavota – racconta –, una volta andammo a “Pianeta casa” a prendere delle biciclette perché De Stefano doveva fare delle passeggiate con la sua famiglia». Poi il boss di Reggio venne confinato all’interno del resort e «c’era un tale Facciolo che era funzionale e parente dei Bonavota». Quando De Stefano doveva ritornare a Reggio i Bonavota fornivano l’ambulanza, «dentro c’erano due persone armate e davanti viaggiava una macchina con altri uomini armati».

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