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il processo

“Re Nudo”, il castello accusatorio e il mancato utilizzo delle intercettazioni

L’assessore di Diamante assolta nel processo esulta sui social: «fiduciosa nella magistratura». L’inutilizzabilità delle captazioni ha pesato sulla decisione del gup

Pubblicato il: 11/06/2021 – 11:33
di Fabio Benincasa
“Re Nudo”, il castello accusatorio e il mancato utilizzo delle intercettazioni

PAOLA «Ho riposto fiducia nella magistratura sin dal primo momento e con lo stesso sentimento vi annuncio di essere stata assolta perché’ il fatto non sussiste». E’ soddisfatta e sollevata, Francesca Amoroso l’assessore comunale di Diamante coinvolta nell’operazione denominata “Re Nudo”. Per lei, il pm della Procura di Paola Maria Francesca Cerchiara aveva invocato una pena di 2 anni e 4 mesi. I difensori dell’imputata, gli avvocati Carratelli e Branda, hanno respinto le accuse della Procura e sostenuto l’innocenza della loro cliente. Una strategia difensiva che ha convinto il gup del Tribunale di Paola, Maria Grazia Elia a procedere con l’assoluzione ritenendola estranea alle contestazioni mosse dall’accusa. Amoroso nel suo breve post su facebook ha ringraziato anche il sindaco di Diamante Ernesto Magorno che «mai mi ha fatto mancare la sua fiducia e il suo sostegno. Ringrazio l’Amministrazione Comunale».

Il castello accusatorio minato dalle intercettazioni

Il gup Elia, nel corso delle udienze preliminari, aveva disposto il divieto di utilizzazione di gran parte delle captazioni raccolte dagli investigatori e sui si poggiavano le accuse rivolte agli imputati coinvolti nel procedimento su un presunto sistema di corruzione nella sanità del tirreno cosentino. Per il gup, non è stato possibile utilizzare le intercettazioni nei «procedimenti diversi da quelli per i quali le stesse sono state autorizzate, salvo quelle che risultino indispensabili per l’accertamento dei reati per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza». La decisione del Giudice dell’udienza preliminare, aveva dunque anticipato quanto poi si è verificato nel corso dell’ultima udienza. L’inutilizzabilità della quasi totalità degli atti dal contenuto intercettivo presenti nel fascicolo del pm Maria Francesca Cerchiara ha portato al crollo di ben 142 capi d’accusa nei confronti di uno dei principali indagati, Mario Russo ex sindaco di Scalea e coinvolto nell’inchiesta in qualità di dirigente dell’unità di medicina legale dell’Asp di Cosenza. Secondo l’accusa, dalla sua scrivania passavano anche le autorizzazioni per i rinnovi della patente di guida, oltre a quelle per il rilascio dei certificati per l’idoneità nella detenzione ed il porto di armi. Tutti reati che l’imputato (rinviato a giudizio) avrebbe commesso per il proprio arricchimento illecito e per mantenere ed incrementare il pacchetto di voti in occasione delle varie consultazioni elettorali. Insieme a quella di Russo, sono state molteplici le posizioni degli indagati completamente stravolte. Sono caduti in tutto 295 capi d’accusa, e su questo ovviamente pesa come un macigno il ruolo svolto (o forse sarebbe più corretto dire non svolto) dalle intercettazioni. Tutto è partito dalla decisione della Cassazione in merito alla posizione di altri due imputati rinviati a giudizio, Coccimiglio e Vitale (leggi qui). Su 88 indagati, sono state 45 le assoluzioni, 14 le posizioni riviste. E’ stato inoltre disposta la restituzione dei beni sottoposti a sequestro nei confronti di Russo, Coccimiglio e Vitale.

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