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«Riforma degli enti locali, la semplificazione può diventare confusione»

La semplificazione su carta si trasformerà in una maggiore confusione tra l’esercizio delle funzioni fondamentali proprie degli enti locali. E’ quanto è legittimo pensare dalle notizie che si appr…

Pubblicato il: 18/10/2021 – 7:03
di Ettore Jorio*
«Riforma degli enti locali, la semplificazione può diventare confusione»

La semplificazione su carta si trasformerà in una maggiore confusione tra l’esercizio delle funzioni fondamentali proprie degli enti locali. E’ quanto è legittimo pensare dalle notizie che si apprendono via via in tema di riforma di Comuni, Province e Città Metropolitane, e quindi di riscrittura del TUOEL (si vede NT Plus EELL & Edilizia 15 ottobre). Il maggiore gap è rappresentato dalla mancata abrogazione delle Province, che non si ha il coraggio di cancellare dall’ordinamento nonostante la loro caratteristica di generare spese ingenti e apparati inutili a fronte di un superfluo assoluto, fatto di compiti altrove attribuibili.

Area vasta, ma dov’è e cos’è?

Piuttosto, occorrerebbe meglio definire le competenze affidate alle 14 Città metropolitane, concepibili nella loro primitiva individuata decina, divenute poi un surrogato bifronte, del quale non si comprende neppure di cosa (mezzo comune e mezza provincia) con dei compiti che si sovrappongono illogicamente. Invece di pensare, e bene, nel senso di definire l’area vasta – vero strumento di novità della Delrio (L. n. 56/2014), ma ivi lasciata nella nebbia della non definizione – individuandone ottimali procedure e criteri istitutivi e competenze ben cristallizzate nell’esercizio della legislazione esclusiva statale (art. 117, comma 2, lettera p, Cost), si riforma senza il necessario decisionismo indispensabile per l’ordinamento territoriale. Ciò allo scopo di non scontentare alcuno e di lasciare poltrone disponibili sulle quali negoziare così come si fa tra collezionisti di francobolli.

Il comune l’ideale canna da pesca

Il sistema degli enti locali intanto è valido in quanto costituisce – per usare un linguaggio tipico di Deng Xiaoping – il finale della canna da pesca che riesce a portare da mangiare (senza l’amo) al più piccolo pesce che nuota in periferia, dando così pratica attuazione a quella sussidiarietà istituzionale o verticale (come dir si voglia) senza la quale le distanze tra ciò che si decide e ciò che viene reso esigibile alla collettività deve fare i conti con lontananze siderali.

Le fusioni, spesso fonte di guai ulteriori

Nei tredici articoli, che concretizzerebbero il nuovo Testo Unico degli enti locali, è riservato un importante spazio alla delega attribuita al Governo di (ri)disciplinare le fusioni tra Comuni, spesso causa di ulteriori problemi piuttosto che di soluzioni gratificanti per i cittadini e per i bilanci di frequente in netto peggioramento, a causa di errate valutazioni di esclusioni di responsabilità degli amministratori dei comuni fusi. Ciò rappresenta il modo – che fa da pendant con la ratio di guadagnare sul piano di gestione sistemica attraverso l’incentivazione dell’area vasta – per favorire una sorta di «spending review» istituzionale, generativa di una sensibile economia di scala nella conduzione della res pubblica locale e di uno strumento che, nel contempo, qualifichi il suo prodotto amministrativo. Il tutto tradotto in una maggiore e migliore resa dei servizi pubblici a maggiore istanza e delle prestazioni essenziali, costituzionalmente previste.

Il Sindaco esentato da responsabilità

Nel progetto di revisione diretta del TUOEL, è altresì prevista una sorta di deresponsabilizzazione dei sindaci, quanto a quelle riferite alla gestione dell’Ente, attribuite tutte esclusivamente in capo ai dirigenti. Trattasi di una profonda riscrittura del vigente art. 50 del D. Lgs. 267/2000 e, con essa, di una diretta riconduzione alla dirigenza, di diretta nomina dei primi cittadini, di tutta la responsabilità gestoria. Un’opzione, questa, che fa pari con quanto sancito nel testo unico del pubblico impiego (d.lgs. 165/2001 e s.m.i.) che assegna all’organo elettivo solo compiti politici, ovverosia di definizione degli obiettivi e dei programmi nonché dei controlli sui risultati burocratici, e ai dirigenti nominati il complesso dell’attività amministrativa, che impegna l’Ente verso l’esterno, e di gestoria e di controllo, comportante poteri di spesa, di organizzazione di tutte le risorse nonché di verifica dell’operato generale.

Più difficile fare il dirigente

A ben vedere, sembra essere in via d’arrivo un provvedimento riformatore per molti versi rivoluzionario che, omogeneizzando il sistema locale alla disciplina del pubblico impiego in generale, renderà – da una parte – una vita più facile ai Sindaci e – dall’altra – comporterà ai dirigenti qualche impegno in più, primo fra tutto quello di opporre all’organo politico tanti no nel quotidiano. Questi ultimi dovranno, infatti, e con le attuali casse semi vuote di tanti Comuni, assumere un compito difficile, quasi impossibile. Di provvedere all’essenziale stando ben lontani dal «superfluo», quello che ha condotto molti enti locali ad esso avvezzi al dissesto e al predissesto.

*Unical

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