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il processo

Rinascita Scott, il delfino morto per spaventare Patania e la latitanza favorita da Rocco Anello

Il pentito Camillò racconta l’episodio della tentata estorsione all’imprenditore (poi arrestato). «Volevano 2mila euro al mese di tangente»

Pubblicato il: 25/10/2021 – 16:45
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, il delfino morto per spaventare Patania e la latitanza favorita da Rocco Anello

LAMEZIA TERME L’episodio risale al 22 marzo 2017. Nel corso della mattina, un piccolo delfino morto venne trovato davanti alla saracinesca dell’ufficio dell’imprenditore edile Francesco Michelino Patania, ex presidente della Vibonese calcio e titolare della “Patania costruzioni”. Della tentata estorsione sono accusati Salvatore Morelli, Michele Pugliese Carchedi e Domenico Tomaino. Mentre la vittima, Francesco Michelino Patania, è accusato di essere partecipe alla ‘ndrina dei Lo Bianco-Barba, gruppo dal quale si erano sganciati l’attuale collaboratore di giustizia Andrea Mantella e Salvatore Morelli. L’argomento di quella estorsione ritorna nelle parole del collaboratore  di giustizia Michele Camillò, nel corso del processo Rinascita-Scott. Camillò, rispondendo alle domande del pm Antonio De Bernardo racconta di avere appreso in carcere particolari di quella tentata estorsione dallo stesso Patania al quale il gruppo di Morelli aveva chiesto 2mila euro al mese di tangente.

La carcassa di un delfino davanti al cancello dell’azienda

«Quando siamo stati arrestati per Rinascita Scott – racconta Camillò – nel carcere di Lecce Francesco Patania mi disse che aveva visto a Michele Pugliese Carchedi al carcere di Vibo che non lo aveva salutato per vergogna, perché era stato lui con Tomaino Domenico, detto “Il lupo” a mettergli la carcassa del delfino davanti all’azienda e mi disse: “Mi hanno creato anche problemi con la polizia”. Patania – prosegue il collaboratore – mi riferì che un giorno andò da lui Domenico Tomaino, chiedendo la somma di 2mila euro al mese in quanto già lui questa somma l’aveva data ad Andrea Mantella. Patania disse che non esisteva proprio, che poteva solo fargli “un regalo” ma non andava oltre. A distanza di pochi giorni si è trovato la carcassa del delfino piantata davanti al cancello dell’azienda. Dopo un paio di giorni si incontra con Salvatore Morelli e gli dice che poteva evitare di mettergli la carcassa dicendo che non poteva dare i soldi ma gli poteva fare solo un regalo in segno di cortesia per l’associazione. Morelli ribadì che volevano le 2mila euro come avveniva con Andrea Mantella». L’episodio, a detta di Camillò, si spense con il rifiuto di Patania. Michele Camillò non sa spiegare come Patania sapesse che a mettere materialmente la carcassa del delfino fossero stati Michele Pugliese Carchedi e Domenico Tomaino. Lo suppone dal fatto che Pugliese Carchedi si fosse vergognato di salutare Patania in carcere. 

Domenico Prestia, uomo dei Lo Bianco-Barba

«Un fatto che ricordo di Mimmo Prestia riguarda un giorno in cui mi chiamò nel 2013/14 per recarmi ai parcheggi della Prefettura, zona Santa Maria. Quanto arrivai incontrai Domenico Prestia, Pasqualino Callipo, Vincenzo Lo Gatto, Totò Macrì e Bartolomeo Arena. Mi dissero che stavano facendo una colletta per i carcerati dicendo a me di avvisare mio cugino Marco e mio cugino Domenico detto “il Longo”. Ognuno doveva dare quanto poteva. Io mi recai da Marco Pardea, da Domenico Pardea detto “il longo”, da Giuseppe Franzè e da Antonio Franzè». Michele Camillò racconta di non essere stato inizialmente d’accordo con questa raccolta di denaro perché i Lo Bianco-Barba pretendevano denaro quando, in realtà, non lasciavano terreno al gruppo dei Camillò-Pardea per le estorsioni, monopolizzando ogni settore. Ma dovette cedere visto che la colletta comprendeva il mantenimento anche dei detenuti del suo gruppo. Secondo Camillò, Prestia all’interno della ‘ndrangheta vibonese si collocava nel gruppo dei Lo Bianco-Barba intrattenendo maggiori rapporti con Enzo Barba, Salvatore Furlano, Antonio Lo Bianco

La latitanza di Morelli e Pardea favorita da Rocco Anello

Nel corso del riconoscimento fotografico Michele Camillò riconosce Rocco Anello, boss di Filadelfia. Dice di non averlo mai incontrato ma di averne sentito parlare da Bartolomeo Arena e da Francesco Antonio Pardea. «In una occasione – dice – vidi pure parlare mio padre (Domenico Camillò classe ’41, ndr) con Tommaso Anello (fratello di Rocco Anello, ndr). In merito a quell’incontro Bartolomeo Arena mi raccontò che Rocco Anello aveva prestato dei soldi sia a mio cugino Francesco Antonio Pardea che a Salvatore Morelli. Salvatore Morelli aveva pagato il debito, mio cugino aveva dato un assegno ma ci furono problemi e per questo motivo Tommaso Anello si era presentato da mio padre». «Gli Anello e mio padre erano amici di vecchia data e mio padre era amareggiato di queste figure che faceva attraverso il nipote».
«Bartolomeo Arena – prosegue Camillò – mi riferì che un anno Rocco Anello aiutò in una latitanza sia Salvatore Morelli che Francesco Antonio Pardea». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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