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la riflessione

«La Calabria che verrà: meno ritorni, aspettando la squadra del re»

Una crepa minuscola: come la pietruzza che segna il parabrezza; si allarga, si allarga. C’è un disamore tra la diaspora e la madre patria, si è aperto col primo covid: Jole, spinta dai calabresi, …

Pubblicato il: 31/12/2021 – 12:32
di Gioacchino Criaco*
«La Calabria che verrà: meno ritorni, aspettando la squadra del re»

Una crepa minuscola: come la pietruzza che segna il parabrezza; si allarga, si allarga. C’è un disamore tra la diaspora e la madre patria, si è aperto col primo covid: Jole, spinta dai calabresi, voleva l’esercito sul Pollino; Falcomatà opponeva il proprio corpo, e il ciuffo, al rifugio di chi scappava in Sicilia; i compagnucci, Riace Style, nascondevano le ciambelle di salvataggio ai richiedenti asilo calabresi: non ai figli di papà, ma a quelli rimasti senza lavoro, senza alloggio, senza soldi. Come leghisti qualunque, tanti, quasi tutti.
Tornano in meno i calabresi di fuori, quest’anno ce ne stanno pochi per le feste. Anche quel disamore c’entra. Intanto, si sentono i “Mannaia”. Ad ogni nuova nomina un’imprecazione: un capo gabinetto, un segretario generale, un portaborse, un autista. Una figura apicale o l’ultimo rincalzo. In nessun posto, come in Calabria, c’è un’attesa così “generale”, dopo ogni successione politica locale, dal comune alla regione. In nessuna regione si guarda con tanta illusione o disillusione a un presidente nuovo, una nuova assemblea, giunta, perché in nessuna regione c’è una dipendenza così totalizzante dalla politica regionale. Chiunque abbia contribuito alla vittoria, in qualunque modo, qualsiasi proporzione, si sente, di diritto, un “papabile” a una nomina, una chiamata; un posto importante o uno strapuntino.
Le nomine, le cooptazioni, ovviamente, non sono infinite; al contrario: sono molto limitate. Per questo le fila dei delusi si ingrossano, si assommano a quelle degli sconfitti e andranno a costituire la base dell’alternanza. Eh, terra di bisogno. Non tutti, ma molti, sono in attesa, ad ogni designazione, chiamata, barrano una casella. Man mano si forma la squadra. A essa andranno i meriti per ciò che si farà, i demeriti per i fallimenti. E una squadra regionale, davvero potrebbe fare molto. Ma non esiste una squadra regionale che possa fare tutto. Per fare tutto servono altre condizioni, occorrono elementi ulteriori. La politica arriva in un vuoto che in gran parte essa stessa ha creato. Ma un vuoto così grande, come quello calabrese, porta responsabilità vaste, quasi generali. Occhiuto non può risollevare la Calabria in 5 anni, non possono assessori, consiglieri. L’unica grande impresa che una politica regionale potrebbe fare è: cominciare un percorso diverso. Fare i primi passi verso una strada nuova.
La squadra può essere solo un indizio. E un indizio per essere significativo, per la direzione, non è un nome, due, tre. La squadra, quando le imprecazioni dei delusi saranno finite, indicherà la direzione. Allora le profezie saranno facili. Allora, si smetterà di guardare a un presidente come a un re. Allora, si capirà che a un presidente bisogna indirizzare istanze sociali, richieste politiche. Non desideri, aspirazioni, legittimazioni. L’unica strada percorribile, può essere quella verso la normalità. L’unica strada buona è quella che affossa il vecchio. Le generalità dei chiamati, dei nominati. La squadra che verrà. Saranno buone per sapere se si continuerà ad abitare nel feudo, o, finalmente, si andrà oltre.

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