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l’intervista

La «testimonianza militante» della Chiesa e «l’accoglienza del Sud». Schillaci a “20.20”: «Non abbiamo perso l’umanità»

Il vescovo di Lamezia Terme ospite del talk de L’altro Corriere Tv. «Bisogna essere credenti e credibili». E ricorda: «Riscoprire la fraternità»

Pubblicato il: 10/03/2022 – 7:01
di Giorgio Curcio
La «testimonianza militante» della Chiesa e «l’accoglienza del Sud». Schillaci a “20.20”: «Non abbiamo perso l’umanità»

LAMEZIA TERME «Nessuno se lo aspettava, per come almeno negli ultimi anni la criminalità si è mossa. Pensavamo che questa estrema ratio fosse stata abbandonata, invece purtroppo l’irrazionale è sempre dietro l’angolo. Un omicidio è sempre un omicidio e deve spingere tutti a riflettere, soprattutto per l’ora in cui è accaduto». Va dritto al punto Monsignor Giuseppe Schillaci, vescovo della Diocesi di Lamezia Terme, ospite dell’ultima puntata di “20.20”, il talk de L’altro Corriere Tv andato in onda ieri sera sul canale 16 e condotto da Danilo Monteleone e Ugo Floro.

«Non possiamo girarci dall’altra parte»

Un commento sentito, quasi doveroso, quello di Schillaci, visibilmente scosso per un episodio che, ricostruito nel dettaglio dagli inquirenti, spinge giù nel passato la città di Lamezia, tuttavia evidenziando la necessità di riaccendere il dialogo e il confronto. «Non abbiamo bisogno, ora, di girarci dall’altra parte – spiega Schillaci – non solo indietro, lasciandoci coinvolgere in una mentalità che porta all’indifferenza, che voglia essere invece sempre più attenta e capace di sviluppare dinamiche positive e propositive. Papa Francesco usa una frase molto bella, significativa di questi tempi e si augura di avere “degli occhi che ascoltano”, quando accadono questi fatti tutta la comunità si deve sentire interpellata, chiedendosi cosa si possa fare, proponendo e avviando percorsi».

La «testimonianza militante» della Chiesa

Dalla storia di Lamezia emergono poi dei dati indicativi e spartiacque: la prima testimonianza contro la ‘ndrangheta, arrivata dalla Chiesa e con don Giacomo Panizza, poi con Rocco Mangiardi che in aula in Tribunale ha avuto il coraggio di puntare il dito contro chi ha cercato di schiacciarlo. La Chiesa deve dare, dunque, ma è chiamata anche ad un’azione di testimonianza “militante”. «Una comunità non basta che sia credente – ricorda il vescovo di Lamezia Terme – ma anche credibile. E alla comunità lametina l’ho ricordato, bisogna saper rispondere partendo proprio da noi stessi, essendo in grado e capaci di dire “sono un credente credibile”». L’ultimo fatto di cronaca ha evidenziato come la tracotanza criminale non conosca confini, evidenziando anche il rischio di una città quasi “assuefatta” ormai a certi episodi di cronaca. Ma secondo Schillaci «il tempo che stiamo vivendo è davvero difficile, e non credo che si possa leggere un episodio del genere fuori dal contesto drammatico degli ultimi due anni, dalla pandemia alla guerra in Ucraina. Dentro questo contesto, l’episodio dell’altra sera interroga, lascia sconcerto, e l’ho colto in moltissime persone».

La guerra in Ucraina e l’accoglienza in Calabria

A proposito della guerra in Ucraina, non è rimasta certo indifferente la diocesi e la Caritas lametina. Solo ieri sono state accolte due mamme e tre bambine e «nei loro occhi, negli occhi di queste donne e bambini – spiega monsignor Schillaci – abbiamo letto la guerra, il disastro, la rottura di determinati legami e rapporti. Due mamme provenienti da Leopoli che si sono ritrovate qui e alle quali noi abbiamo aperto le porte. Abbiamo riscontrato fino a questo momento una grande disponibilità». «Da qui viene fuori il cuore della Calabria, il cuore accogliente del nostro Sud. Le famiglie sono pronte, in molti ci hanno contattato, le chiese, le parrocchie, tutti si sono mobilitati». «Credo sia solo questione di umanità, che per fortuna non abbiamo perso».
Una sorta di “doppia velocità” rispetto all’accoglienza degli altri migranti proveniente, ad esempio, dai paesi africani e dalla Siria. Ma Schillaci non si nasconde: «Ci sono dei luoghi comuni che influenzano e lasciano trasparire certe “resistenze” culturali, con la “paura” dell’Islam e chi viene da lontano, e lì dipingi l’altro come una sorta di nemico e si è portati a difendersi. Papa Francesco durante la pandemia ci ha offerto un testo straordinario, il “Fratelli tutti”, un modello per il mondo, non solo per l’Italia e l’Europa. E se sono importanti i valori come “libertà” e “uguaglianza” dovremmo riscoprire la “fraternità”». «In questo momento leggo questo slancio e su questo noi dobbiamo costruire».

Il caso Kirill e l’ideologia

Papa Francesco, ricalcando in circostanze simili la posizione di altri pontefici, ha tuonato contro la follia di questa guerra. Visione opposta rispetto a quella del Patriarca di Mosca, Kirill. Per Schillaci è un «dramma nel dramma, quando a farsi la guerra sono i Cristiani o quelli che si definiscono tali. Noi possiamo esserlo basando tutto sull’ideologia, bisogna però fare i conti con la realtà e se la fede diventa ideologia i rischi sono questi». «Il cristiano parte da una base comune che è Gesù Cristo, tutto deve (e dovrebbe) partire da qui, è su questo che si dialoga tra cristiani». Una guerra in Europa è un fatto serio, sebbene si sia portati a credere che si tratti di un caso “regionalistico”. È invece un focolaio che divampa, molto pericoloso. «Io mi auguro – ha detto Schillaci – che ci si renda conto di quello che sta accadendo. In questi giorni ho ripreso il discorso di Paolo VI all’Onu dove dice “mai più la guerra”, ovvero mai più gli uni contro gli altri ma gli uni per gli altri. Questa guerra deve farci capire che l’umanità si sviluppa quando riusciamo a farci coinvolgere dall’altro, aprirsi, capire, aprire orizzonti e prospettive. Una società che dà la possibilità a tutti». E poi la domanda: «Dove sono le donne? Vedo molti uomini seduti ai tavoli ma di donne non se ne vedono». (redazione@corrierecal.it)

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