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il maxi sequestro

La ‘ndrangheta nel settore turistico. Dal grande villaggio al lido (abusivo) mai demolito: la rete degli imprenditori asserviti ai clan

Fatta luce su una fitta rete di aziende e società inghiottite dalle cosche. E il confine sempre più sottile tra “vittime” e sistema criminale

Pubblicato il: 27/01/2023 – 8:00
di Giorgio Curcio
La ‘ndrangheta nel settore turistico. Dal grande villaggio al lido (abusivo) mai demolito: la rete degli imprenditori asserviti ai clan

VIBO VALENTIA Lo strapotere dei clan sulla “Costa degli Dei” esercitato non solo con la forza, le minacce e le imposizioni ma anche (e soprattutto) attraverso un numero sempre maggiore di imprenditori «asserviti» alle logiche criminali, contando su un ritorno economico quasi certo, spazzando via la concorrenza. Un dato, questo, emerso tra le carte dell’inchiesta “Olimpo” condotta dalla Dda di Catanzaro e messo nero su bianco nell’ordinanza del gip Chiara Esposito. Lo ha sottolineato anche Francesco Messina, direttore centrale Anticrimine della Polizia, nella conferenza stampa di ieri, parlando del sequestro di beni per un valore complessivo di 250 milioni di euro. Un sequestro, ha detto Messina che sottolinea come «le cosche possedessero il territorio» attraverso una «massiva attività di estorsione caratterizzata dall’assenza di denunce da parte degli imprenditori».

Gli interessi sulla costa

Ma, così come emerso dall’inchiesta “Imponimento”, alle battute finali il dibattimento in aula bunker e già definita la prima sentenza in abbreviato, i tentacoli delle consorterie criminali vibonesi, fra tutti i Mancuso di Limbadi, spingendosi oltre ai propri territori e in quelle “zone di mezzo” al confine tra Lamezia Terme e Pizzo, spartite con altre cosche, fra tutti gli Anello-Fruci di Filadelfia, riescono ad imporre il proprio predominio anche attraverso società gestite in modo occulto, a braccetto con imprenditori compiacenti.

I villaggi degli Stillitani

E non è un caso se tra le società sequestrate nel blitz “Olimpo” ci sia la “Garden Villas S.r.l.”, società il cui capitale sociale da 10.400 euro risulta suddiviso tra Francescantonio Stillitani, proprietario di una quota nominale pari al 33,335% del capitale sociale, Anna Ruperto proprietaria del 33,330%, Emanuele Stillitani, proprietario dì una quota nominale pari al 14,660% del capitale sociale e Clara Lucianò, proprietaria di una quota nominale pari al 18,675% del capitale sociale. Società che, come ricostruito in fase di indagine, detiene l’intero capitale sociale della “Garden Sud S.r.l.” e della “Plumeria S.r.l.”, entrambe sequestrate. I fratelli Stillitani, infatti, sono già a processo per gli affari legati ai villaggi turistici sulla costa tirrenica calabrese. Nel corso dell’indagine, così come riportato nell’ordinanza firmata dal gip, è emerso che la fase di insediamento della Tui a Pizzo, proprio presso il complesso turistico di proprietà dei fratelli Stillitani, «risentisse delle prerogative affaristiche degli imprenditori allineati con Vincenzo Calafati, in ordine alla prospettiva di una possibile estromissione degli Accorinti dal villaggio». Nello specifico, è stato documentato che le due società, Garden Sud Srl e Piumeria Srl, facenti capo agli Stillitani, erano contratte dalla Garden Villas Srl ed hanno garantito la copertura contrattuale ad una «infiltrazione mafiosa assunta a fattore di produzione, occupandosi — e talvolta imponendo — tutta una serie di forniture in favore della società Tui Magic Life di Pizzo».

Garden Sud e Tui Magic Life Calabria

A proposito dalla “Garden Sud S.r.l.”, quella finita sotto sequestro è una società a socio unico con un capitale sociale di 7,8 milioni di euro intestato proprio alla “Garden Villas S.r.l.”. I sigilli disposti dal gip includono il complesso immobiliare turistico-alberghiero ex “Napitia” con insegna “Tui Magic Life Calabria”, situato in località Difesa a Pizzo. E poi, riconducibile alla “Garden Sud S.r.l.” c’è la società “Golfo del Sole S.r.l.”, con sede legale a Pizzo, con capitale sociale da 10mila euro intestato per il 44% proprio alla “Garden Sud S.r.l.”, per il 28% a Francescantonio Stillitani e per il restante 28% al fratello Emanuele, con relativo compendio aziendale che vede incluso il complesso immobiliare turistico alberghiero “Garden Resort Calabria” a Curinga.

Destinazione Calabria e Calafati

Finita sotto sequestro anche la “Destinazione Calabria S.r.l.” con sede a Santa Domenica di Ricadi, nel Vibonese, con capitale sociale da 10.400 euro, del quale sono soci Vincenzo Calafati al 99% e Rossella Naso per il restante 1%, con relativo compendio aziendale e fabbricati. Con riferimento alla società “Destinazione Calabria S.r.I.”, dagli atti d’indagine emerge come Vincenzo Calafati, finito in carcere, «fosse il titolare ed amministratore della stessa ed attraverso di essa risultasse essere inserito nella gestione della società Tui Magic Life di Pizzo». Ma non solo. Secondo l’accusa Calafati era, di fatto, l’intermediario degli esponenti dei clan di ‘ndrangheta sul territorio e, in più di un’occasione, si sarebbe adoperato ad avviare una interlocuzione con il gruppo turistico “Tui” «funzionale ad agevolare la mediazione con le consorterie locali». Secondo l’accusa, quindi, l’esercizio di impresa rappresentava per l’indagato «l’espressione del suo accreditamento presso i maggiorenti della criminalità organizzata, dal momento che è emerso come lo stesso orienti ed indirizzi le scelte imprenditoriali secondo la bussola della ‘ndrangheta». Così come scrive il gip nell’ordinanza, la società in questione rappresentava uno degli strumenti attraverso i quali si manifestava l’ingerenza delle consorterie criminali nel tessuto imprenditoriale locale. E cita un esempio: un contratto del 31 maggio del 2018, stipulato tra Calafati e Andreas Pospiech, in qualità di parte Tui, con il quale venivano riconosciuti alla società “Destinazione Calabria” ampi margini operativi nel sostegno dell’attività di avvio e futura gestione del Resort di Pizzo.

Il lido abusivo mai demolito

Tra le società finite sotto sequestro c’è anche l’impresa individuale “Mazzitelli Anna Lisa” con insegna “La Capannella” in Contrada Riaci di Tropea, consistente in un bar-ristorante-rosticceria che, dagli atti d’indagine, risulta intestata solo formalmente alla sua titolare mentre il regista occulto era il cugino, Francesco Lo Scalzo, cl. ’82 di Tropea, finito in carcere. Si tratta di in uno stabilimento balneare del tutto abusivo, esercitato in assenza delle concessioni edilizia e demaniale, nonostante l’emanazione di un ordine di demolizione emesso dal Comune di Tropea il 20 novembre 2013. Che il vero gestore fosse Francesco Lo Scalzo gli inquirenti lo desumono da una serie di elementi. Ci sono le dichiarazioni rese dal padre, Antonio, risalenti addirittura al 24 agosto del 2003 dopo il tentato omicidio di Pietro Iannello. C’è poi una richiesta da parte di Lo Scalzo di eseguire la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Tropea, emessa a suo carico proprio a “La Capannella”. Ma anche le denunce e i controlli della Capitaneria di Porto che, in più occasioni, hanno denunciato Lo Scalzo per occupazione abusiva di area demaniale ed allestimento abusivo di un lido balneare, con sequestro degli arredi balneari e intercettazioni dalle quali emerge che lo stesso si interessasse di ricevere la merce e le forniture necessarie. Le indagini hanno documentato come il potere di fatto di Lo Scalzo si «esplichi su tale attività commerciale e sulla porzione di spiaggia antistante» in assenza dei titoli autorizzativi creando uno stato di soggezione negli imprenditori confinanti ed alterando, così, la libera concorrenza.

Il riciclaggio di macchine operatrici

C’è poi l’impresa individuale di Paolo Ripepi, cl. ’65 di Ricadi, finito in carcere, anche questa finita sotto sequestro. Dagli atti di indagine è emersa la sussistenza di un’associazione a delinquere, dotata di struttura organizzativa, messa in piedi per creare un canale illecito di approvvigionamento e riciclaggio di macchine operatrici e forniture nel settore dei ricambi, da immettere, poi, nel mercato. Così come riporta il gip nell’ordinanza, Ripepi avrebbe dissimulato le proprie attività illecite anche sfruttando il know how e l’operatività vantata nel tessuto imprenditoriale legale di appartenenza e come, quindi, l’esercizio di impresa fosse «funzionale alla perpetrazione dei reati allo stesso ascritti in punto di gravità indiziaria». Insomma, una fitta rete di aziende e società inghiottite dai clan. E il confine sempre più sottile tra “vittima” e parte del sistema criminale. (g.curcio@corrierecal.it)

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