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L’omicidio (senza colpevoli) del direttore sportivo del Locri Stefano Carnuccio: un mistero lungo 31 anni

La sera del 26 dicembre 1992 l’uomo venne trafitto da 16 colpi di pistola. Tante le ipotesi investigative fino all’archiviazione del caso

Pubblicato il: 25/06/2023 – 19:06
di Francesco Veltri
L’omicidio (senza colpevoli) del direttore sportivo del Locri Stefano Carnuccio: un mistero lungo 31 anni

COSENZA Stefano Carnuccio era un uomo buono, onesto, professionale come pochi, elegante nei modi e nel vestire, lontano anni luce dagli ambienti criminali che da diversi anni sporcavano la sua amata Locri di delitti (alcuni dei quali misteriosi) e malaffare. La sera in cui è stato trovato a terra esanime, in una pozza di sangue, a pochi metri dalla sua abitazione nella centralissima via Scaglione, era da poco passato il Natale: sabato 26 dicembre 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Aveva 58 anni, non era sposato e viveva insieme ai genitori. Laureato in Chimica, faceva l’informatore scientifico per una grossa azienda farmaceutica del nord Italia. Ma la sua vera passione non era quella: da tempo era il direttore sportivo della squadra della sua città, il Locri, promosso in Eccellenza da un paio d’anni e con l’ambizione di raggiungere presto la serie D. Il calcio ricopriva un ruolo importante della sua esistenza, se avesse potuto si sarebbe dedicato solo all’attività di dirigente e scopritore di talenti calabresi da trasferire nei grossi club di serie A. Era infatti un osservatore della Juventus, alla quale indicava di continuo giovanissimi atleti che riteneva pronti per il salto di qualità. Il suo primo pensiero, però, era per il Locri. Sognava ad occhi aperti, voleva portarlo in alto e anche per questo era molto apprezzato da una comunità che, proprio grazie allo sport più amato del Paese, sperava di dare un volto nuovo a un territorio travolto dai lutti (per mano della ‘ndrangheta), dal terrore e dal degrado socio-economico.

L’agguato di Santo Stefano

Quella sera pioveva a dirotto a Locri e Stefano Carnuccio stava tornando a casa. Un giro in città, a salutare parenti e amici com’era solito fare nei giorni di festa. Mai avrebbe potuto immaginare che ad attenderlo vicino alla sua abitazione, ci fosse qualcuno pronto a scaricargli addosso 16 colpi di pistola. In realtà, dalle indagini avviate dopo la sua morte, probabilmente l’obiettivo dell’assassino (o degli assassini) era spaventarlo. Un avvertimento eclatante, in grande stile che non avrebbe dovuto concludersi in quel modo. Qualcosa andò storto: una scarica furiosa alle gambe del dirigente del Locri, forse da due posizioni diverse (ecco il motivo della possibilità di due uomini sul luogo dell’agguato), finì per recidergli l’arteria femorale: una lesione fatale. Sedici colpi di pistola, esplosi in una serata silenziosa, grigia, di festa, quasi somiglianti ai rimbombi dei fuochi d’artificio che nei giorni successivi avrebbero accolto l’arrivo dell’anno nuovo. Proprio quei botti, che qualcuno, forse per paura, avrà utilizzato come scusa per pulirsi la coscienza, spinse molti residenti della zona a non affacciarsi, a farsi i fatti propri, a non parlare, a non avvicinarsi a quell’uomo riverso a terra per chissà quale ragione.
È morto così Stefano Carnuccio, da solo, senza l’aiuto di nessuno. Dopo l’agguato – raccontano le cronache dell’epoca – sul luogo della tragedia arrivarono i carabinieri che operavano nella zona. Qualche domanda ai pochi curiosi avvicinatisi al cadavere coperto da un lenzuolo bianco, che confermarono di non aver visto nulla.

Le indagini e l’archiviazione del caso senza colpevoli

Le indagini su quell’omicidio misterioso che aveva colpito un uomo benvoluto da tutti in città e non legato agli ambienti malavitosi, portarono inizialmente a pensare che di fronte a Carnuccio si fosse presentato un solo sicario, munito di una pistola calibro 7.65 con caricatore bifilare di 15 cartucce più una in canna. Numerose le ipotesi vagliate dagli inquirenti, nessun movente, nessuna prova. Si pensò alla vendetta di un calciatore che non era stato preso in considerazione da Carnuccio per il suo Locri, all’intramontabile delitto a sfondo passionale oppure a problemi di lavoro legati ai suoi rapporti con gli ambienti della sanità locale. C’è chi tirò fuori persino l’eventualità che alcuni trafficanti di droga potessero aver chiesto al chimico specifici farmaci per il “taglio” di una partita di eroina e dopo il suo rifiuto si sarebbero vendicati. Quest’ultima pista venne smontata dal cugino di Carnuccio, Filippo Polifroni: «Stefano non ha mai svolto tali attività, era un ricercatore medico-scientifico, un uomo tranquillo – dichiarò ai giornalisti delle grandi testate che giunsero a Locri anche da Roma –, sapeva selezionare le amicizie. Aveva trascorso le festività natalizie in famiglia. La sua morte ci ha lasciato allibiti proprio perché non riusciamo a darci una spiegazione».
Congetture, alcune delle quali fantasiose, fragili, e piste che non portarono da nessuna parte. Alla fine il caso venne archiviato. A distanza di 31 anni, della tragedia locrese di Santo Stefano resta solo una tribuna dello stadio cittadino intitolata al dirigente che voleva portare il Locri in alto, e il silenzio di quella terribile serata di pioggia, squarciato dagli spari di killer invisibili. Proprio come Vincenzo Cotroneo, altro uomo importante del calcio locrese ucciso nel 2006 a soli 28 anni.

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