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Agli albori della mala confederata cosentina. Dalla «meta-associazione» al trait d’union di due clan

Le inchieste “Tamburo” e “Testa del Serpente” citano la presenza di un patto federativo tra cosche. Al centro del processo “Reset”

Pubblicato il: 01/12/2023 – 6:36
di Fabio Benincasa
Agli albori della mala confederata cosentina. Dalla «meta-associazione» al trait d’union di due clan

COSENZA Lo scontro tra accusa e difese nel processo scaturito dall’inchiesta “Reset” contro la mala bruzia è legato all’esistenza o meno della Confederazione di ‘ndrangheta cosentina. Esistono tanti gruppi criminali, divisi nell’organizzazione ma accomunati dalla volontà di sostenersi attraverso attività illecite? Oppure esiste una unica entità in grado di accogliere e condividere sinergicamente la mission criminale di tutte le famiglie più influenti? In aula bunker a Lamezia Terme – dove si celebra il procedimento con rito ordinario nei confronti degli imputati giudicati dal Tribunale di Cosenza in composizione collegiale – i primi testimoni chiamati a dar conto delle attività investigative svolte suggeriscono la presenza di una “Confederazione” che metterebbe insieme più gruppi criminali presenti a Cosenza e nell’hinterland bruzio e che «compare per la prima volta con l’operazione “Tamburo». «Abbiamo le prime tracce della nascita della Confederazione, della bacinella comune e della legittimazione degli Zingari all’epoca guidati da Franco Bevilacqua, detto “Franchino i Mafalda”», dice il dirigente della polizia di Stato Fabio Catalano. Ecco cosa dice la Corte di Cassazione sul processo “Tamburo“. «I fatti oggetto del presente procedimento – che ha dato luogo ad un’ordinanza di custodia cautelare eseguita nel novembre 2002 nei confronti di numerosi soggetti sottoposti ad indagine (…) si inseriscono nell’ambito delle attività economiche e dei lavori di appalto e subappalto riguardanti i lavori di ricostruzione del tratto autostradale Salerno-Reggio Calabria con specifico riferimento al territorio della provincia di Cosenza. Secondo l’originaria impostazione accusatoria tra il gennaio
1999 e il novembre 2002 esponenti di gruppi mafiosi già operanti in vari centri della Calabria (Cosenza, Cassano Ionico, Castrovillari, Lamezia e Cirò) si sarebbero federati con altri soggetti aventi precedenti specifici, con imprenditori e loro collaboratori, e con altri soggetti incaricati specificamente di compiere azioni estorsive in una sorta di meta-associazione per infiltrarsi nella gestione degli appalti e dei subappalti, realizzando anche numerose estorsioni e tentate estorsioni».
Quanto dichiarato dal dirigente di polizia, viene sostanzialmente ribadito anche dal maggiore dei carabinieri, Giuseppe Sacco, secondo il quale – oggi – sarebbero «due le anime, una degli “Italiani” con sottogruppi “Porcaro e D’Ambrosio” e una degli “Zingari” con la famiglia Abbruzzese» a costituire il nucleo centrale della ‘ndrangheta confederata. Per le difese, questa sorta di sindacato della mala è assolutamente inesistente. Il dibattito resta aperto e udienza dopo udienza, resterà il tema più dibattuto fino alla fine del procedimento. Una sentenza, a dire il vero, è stata già emessa al termine del processo di primo grado scaturito dall’inchiesta “Testa del Serpente“.

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Roberto Porcaro

Nelle motivazioni, depositate lo scorso 13 ottobre 2023, il Collegio giudicante evidenzia un passaggio importante: «Il portato istruttorio evidenzia l’esistenza della Confederazione che agiva per il tramite di Porcaro Roberto, figura di spicco della cosca Lanzino-Ruà-Patitucci nel periodo di riferimento (2018- 2019) e trait d’union delle due consorterie degli “Italiani” e degli “Zingari”». Secondo i giudici, «la nota cosca Lanzino-Ruà-Patitucci stipulava accordi con l’organizzazione criminale del clan dei Banana non ancora acclarata giudizialmente spartendosi il territorio ove le consorterie operavano specularmente: in ragione di tale accordo ai Banana era riservato, in via esclusiva, lo spaccio locale dell’eroina, mentre il traffico di cocaina era di sola pertinenza del clan degli “Italiani”».

Dalle bande ai gruppi istituzionalizzati

Ciò che appare evidente è come la mala cosentina sia cambiata rispetto agli anni delle scorribamde tra fazioni “bastarde”. Il pentito Franco Pino ha avuto modo di ricordare quando «a Cosenza, le bande si scioglievano e poi si raggruppavano». Pino nei verbali resi dopo la decisione di collaborare con la giustizia, non solo ripercorre la trasformazione e l’evoluzione della mala bruzia – offrendo una chiave di lettura più nitida in seno alla formazione dei due gruppi organizzati (Perna-Pranno e Pino-Sena) – ma identifica nella «morte violenta di Luigi Palermo detto U Zorro» il crocevia del processo di «istituzionalizzazione dei gruppi criminali». Sul punto, tuttavia, occorre citare almeno due diversi interventi da parte di chi ha avuo un ruolo cardine nel crimine bruzio. Francesco Patitucci, ex capo del clan degli “Italiani“, in una recente udienza del processo scaturito dall’inchiesta “Bianco e Nero“, ha inteso rendere dichiarazioni spontanee tentando di confutare la tesi della presenza della “Confederazione” di ‘ndrangheta cosentina. «Non ne ho mai sentito parlare» ha tuonato il boss, oggi al 41 bis. Dall’altra parte, invece, la tesi sostenuta con forza dal pentito Daniele Lamanna, secondo il quale «la Confederazione è stata attiva fino al 2014».

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Da sx Daniele Lamanna e Francesco Patitucci

Gli elementi caratterizzanti

Quali sono gli elementi cha consentono di ipotizzare e certificare l’esistenza di un patto federativo tra cosche? E’ l’istituzione della “bacinella comune”, che raccoglierebbe i proventi degli affari sporchi dei malandrini cosentini. I danari accumulati servirebbero a pagare stipendi, garantire un contributo ai compari finiti in galera ed alle loro famiglie e una parte, probabilmente, viene reinvestita e ripulita. L’istituzione di una “cassa comune” è uno dei principali elementi che consentono agli investigatori antimafia di ipotizzare l’esistenza di una organizzazione criminale, legata da vincoli associativi. Lo ha ribadito nella sua lunga requisitoria anche il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, Alessandro Riello, quando ha invocato pene pesantissime nei confronti degli imputati del processo “Valle dell’Esaro”, ipotizzando l’esistenza di un gruppo criminale associato e coeso. Ad oggi, il “gruppo Presta” non è riconosciuto dal punto di vista giuridico.

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Il collaboratore di giustizia Roberto Presta

Di “bacinella” si parla soprattutto in riferimento alle ricostruzioni e dichiarazioni offerte dai pentiti cosentini e finite al centro dell’inchiesta “Reset”. Nel supporre l’esistenza di una “Confederazione di ‘ndrangheta” che vedrebbe insieme sette diversi gruppi criminali presenti sul territorio bruzio, spesso si fa ricorso alla cassa comune dove sarebbero finiti i proventi di attività illecite commesse dai vari gruppi operativi. Un filo diretto che legherebbe le famiglie gravitanti nell’orbita criminale cosentina, decise a riporre nel cassetto pistole e fucili a favore di una pax siglata in nome del denaro e degli affari.

L’assetto strutturale della Confederazione

Stabiliti gli asset, occorrerà comprendere chi sia o chi siano i capi della presunta federazione. All’esito dell’attività di indagine, la polizia di Cosenza ha ricostruito l’esistenza – grazie anche alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia – di una «Confederazione criminale facente capo ai gruppi degli “Italiani” e degli “Zingari” con la presenza di sottogruppi». E’ il dirigente di polizia, Fabio Catalano, a fornire una mappa dei gruppi gravitanti nell’orbita criminale bruzia. «Gli “Italiani” guidati dal sodalizio Lanzino-Ruà-Patitucci e coadiuvati dai sottogruppi guidati dall’esponente di vertice e quindi quelli che fanno riferimento a Roberto Porcaro, Mario Piromallo, Salvatore Ariello, Michele Di Puppo. In quota “zingara” troviamo gli Abbruzzse-Banana, il gruppo degli ex “Rango-Zingari” e il gruppo guidato da Antonio Abruzzese alias “Strusciatappine”». A questi si aggiungerebbero i gruppi dell’hinterland, i Chirillo e quello che fa riferimento alla famiglia Presta, al centro del procedimento scaturito dall’inchiesta denominata “Valle dell’Esaro”. (redazione@corrierecal.it)

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