La ’ndrangheta e i «confini mobili della legalità», tra zona grigia e consenso invisibile
Lectio magistrali di Rocco Sciarrone all’Unical. «Bisogna ripensare l’antimafia, il problema della ‘ndrangheta è soprattutto politico»

COSENZA Il sociologo americano Robert K. Merton parlava di ritualismo dannoso, uno dei cinque modelli di adattamento alla devianza. L’assuefazione e la sottovalutazione del fenomeno ‘ndranghetista, conduce oggi ad una necessaria e obbligatoria riflessione in un territorio, quello calabrese, nel quale l’agire mafioso non può essere solo ridotto ad un mero fenomeno criminale, ma rappresenta il potere che Weber intendeva come capacità di imporsi e di acquisire consenso. E la ‘ndrangheta riesce a infiltrarsi con semplicità, talvolta estrema, nell’economia legale infettando e drogando il mercato e trovando porte aperte anche nell’area grigia, quel mondo di mezzo animato da professionisti e colletti bianchi. Oggi, senza dubbio, la ‘ndrangheta è diffusa in tutta la regione calabrese, ma non solo. Le ramificazioni e i “locali” sono attivi in tutto il mondo. La colpevole sottovalutazione del fenomeno mafioso, ha provocato un enorme ritardo di conoscenza che si traduce anche in una difficoltà nelle azioni di contrasto. Appare, dunque, opportuno recuperare e difendere il senso più autentico della legalità.
Muove da questi assunti, la Lectio Magistralis del professore Rocco Sciarrone: docente di Sociologia delle mafie e dei processi di regolazione e reti criminali nel Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. La sua inedita lezione è stata ospitata nella sede della Scuola Superiore di Scienze delle Amministrazioni Pubbliche dell’UniCal, guidata dal professore Vincenzo Fortunato.
I confini mobili della legalità
Sciarrone cita i confini mobili della legalità, «un’espressione che mette in primo piano il fatto che la dicotomia legale e illegale non vada vista in modo oppositivo ma come un continuum, questa è una delle caratteristiche che associo un po’ alla storia d’Italia ed è una delle caratteristiche che – a mio parere -ha favorito un certo modo di intendere la legalità ma anche comportamenti di illegalità, compresi quelli tipici delle mafie». In Italia, il confine tra ciò che è legale e illegale, per ragioni storiche, è assai labile. «I confini che separano il lecito dall’illecito sono opachi e porosi, questa è la tesi che sostengo. Quando si parla di ‘ndrangheta si mettono in primo piano le continuità e la tradizione che indubbiamente ci sono, ma la vera forza è la sua capacità di adattamento ai mutamenti sociali, la capacità di muoversi in questa zona grigia. Uso questa espressione spesso abusata, ma di cui faccio un’analisi specifica: è un’area in cui diventa sempre più difficile stabilire chi è onesto da chi non lo è e dove si intrecciano alleanze trasversali con il mondo dell’imprenditoria, delle libere professioni fino a arrivare alla politica e alle istituzioni», sostiene Sciarrone in una intervista al Corriere della Calabria.
Il punto di rottura e la zona grigia
Abituati per anni a raccontare come i maladnrini cercassero disperatamente alleati tra i colletti bianchi, da qualche tempo ormai la narrazione è decisamente cambiata. Oggi sono gli insospettabili a ricercare l’appoggio dei criminali per ottenere potere, danaro e una strada in discesa rispetto agli obiettivi personali da raggiungere. «E’ difficile stabilire un momento preciso in cui tutto è cambiato. Il rapporto tra criminali e colletti bianchi è stato sempre compresente nella storia delle mafie e in modo specifico della ‘ndrangheta. Oggi prevale l’aggiustamento, la negoziazione del capitale sociale, della capacità relazionale che sopravanza e diventa molto più importante rispetto alla capacità di intimidazione, che non viene meno. La violenza permane, ma resta sullo sfondo anche perché è diventata meno conveniente per la ‘ndrangheta. È un mutamento dovuto in parte alle trasformazioni dell’economia e del sociale, ma è avvenuto anche come adeguamento delle cosche mafiose alla maggiore capacità di contrasto e di ripressone delle forze dell’ordine e della magistratura», prosegue Sciarrone.
L’Antimafia di facciata
Qualcuno li definisce paladini del nulla. Il riferimento è all’esercito dell’antimafia di facciata imbottito di sciocchi megafoni e dispensatori di parole inutili, mossi da un impegno poi solo accennato. Anche in questo caso, appare complesso tracciare una linea di demarcazione tra l’azione pura e sincera e l’antimafia posticcia. «Sì, è quanto sostengo nelle mie ultime pubblicazioni. Bisogna ripensare profondamente l’antimafia. Ha sviluppato una drammaturgia pubblica molto importante perché costruisce una memoria, ma limitarsi solo a questo aspetto è profondamente riduttivo, anzi su questo punto sono molto critico, ritengo vi sia un arretramento. Quello che oggi manca è una politicizzazione della questione mafiosa. Paradossalmente il problema della mafia, così come quello della ‘ndrangheta in Calabria, poi diffusa al nord e all’estero, è innanzitutto politico. Viene affrontato solo in termini di criminalità e di ordine pubblico. Questo diventa anche un alibi perché si tramuta in una delega alle forze dell’ordine e alla magistratura, tralasciando gli effetti sullo sviluppo economico, sulla coesione sociale, sulle diseguaglianze nel godimento dei diritti civili e sociali in terre come quelle calabrese e più in generale del Sud». (f.benincasa@corrierecal.it)
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