Pcc e ’ndrangheta, l’asse Santos-Gioia Tauro e la «catena logistica» che domina le rotte della cocaina
Il porto brasiliano cuore pulsante di un’alleanza criminale che ridisegna le rotte. La strategia congiunta: dall’acquisto nei Paesi produttori al transito attraverso il Brasile, fino alla distribuzio…

Il Porto di Santos, non solo il principale scalo commerciale del Sudamerica, ma cuore pulsante di un’alleanza criminale che ridisegna le rotte della cocaina verso l’Europa: quella con la ‘ndrangheta. «Attualmente, la principale fonte di finanziamento del Pcc è il traffico internazionale di cocaina verso l’Europa. Circa il 90% della cocaina che lascia il Brasile viene esportata via mare e una quota significativa di tale traffico è direttamente o indirettamente gestita dal Pcc». A delineare i contorni di questo scenario nel report “Diario di Bordo” di Libera è Lincoln Gakiya, magistrato del Gaeco di San Paolo che da trentacinque anni combatte il Primeiro Comando da Capital. L’organizzazione, che conta oggi circa 40mila affiliati, si è trasformata in una piattaforma logistica globale. Come spiega Gakiya, la metamorfosi è totale: il ruolo del gruppo criminale brasiliano è diventato centrale grazie alla capacità di infiltrare i gangli vitali del commercio marittimo. Non si tratta solo di una questione di spazio fisico per i carichi, ma di una strategia mirata. «Il controllo degli aeroporti, infatti, risulta generalmente più efficiente rispetto a quello dei porti», osserva il magistrato, sottolineando come questa vulnerabilità abbia spinto la facção a investire massicciamente negli scali navali.
Il legame strutturale con la ’ndrangheta
Tra il 2016 e la fine del 2025, i dati dell’Ufficio delle Dogane di Santos documentano una pressione costante: 345 sequestri che pongono l’Italia al sesto posto per numero di operazioni. In questo contesto, il porto di Gioia Tauro emerge come la destinazione privilegiata per le spedizioni che trasportano migliaia di chili di polvere bianca.
L’indagine mette in luce un legame simbiotico tra i trafficanti brasiliani e le mafie italiane. Secondo Gakiya, il sodalizio è ormai strutturale: «Pcc e ’ndrangheta controllano congiuntamente l’intera catena logistica del traffico di cocaina». Dall’acquisto nei Paesi produttori – Bolivia, Perù e Colombia – al transito attraverso il Brasile, fino alla distribuzione in Europa. In questo schema, l’organizzazione brasiliana funge da fornitore globale e garante logistico: «Il Pcc si occupa dell’acquisto e del trasporto iniziale, senza che la ’ndrangheta debba inviare propri membri in America del Sud o anticipare capitali per l’acquisto della droga».
Una sinergia collaborazione strategica confermata dalle rivelazioni di Vincenzo Pasquino, broker calabrese catturato in Brasile insieme a Rocco Morabito, che ha iniziato a collaborare con la giustizia svelando i segreti dell’asse Santos-Gioia Tauro.
La strategia criminale: l’Africa come nuova frontiera
Uno dei punti più importanti dell’analisi di Gakiya riguarda l’identità stessa del Pcc, che sembra aver mutuato i propri codici proprio dall’Italia. Il magistrato cita l’influenza dei fratelli Torsi, latitanti italiani detenuti in Brasile negli anni Novanta: «Passarono del tempo in prigione e scontarono la pena insieme a uno dei fondatori del PCC. Sospettiamo che, in sostanza, l’ispirazione per la creazione del PCC sia stata data dai fratelli Torsi». Un “imprinting” mafioso che si riflette oggi in una struttura che possiede «codici interni, battesimi, forme di nomina e un codice del silenzio molto simile a quello delle mafie».
La flessibilità del Pcc si manifesta anche nella capacità di spostare rapidamente i propri interessi quando la pressione delle forze dell’ordine aumenta. Se il porto di Santos diventa troppo “caldo”, l’organizzazione è pronta a dirottare i carichi verso altri scali come Itajaí o Paranaguá, o a utilizzare il continente africano come base di transito. «L’Africa rappresenta una piattaforma logistica privilegiata: i sistemi di controllo e di vigilanza nei porti africani risultano significativamente più deboli rispetto a quelli europei e particolarmente esposti a fenomeni corruttivi», conclude Gakiya. È in questo scenario globale, che si gioca la partita decisiva contro il grande narcotraffico internazionale: «L’obiettivo primario è far uscire la droga dall’America del Sud e farla giungere nel continente africano o direttamente in Europa. Una volta raggiunto uno di questi snodi, le successive fasi della distribuzione risultano più agevoli. Per quanto riguarda le rotte africane, abbiamo riscontrato un utilizzo frequente di Paesi come il Mozambico e la Costa d’Avorio. In misura minore emergono anche altre aree dell’Africa occidentale. Da lì, la droga viene indirizzata verso la Spagna, il Portogallo e l’Italia, oltre ai grandi hub logistici del Nord Europa, come Rotterdam e Anversa».
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