San Giovanni in Fiore al bivio, il voto dopo decenni di calo demografico
Dal 1981 persi quasi 4mila residenti – nascite in calo, giovani in fuga e servizi indeboliti: la sfida del voto è fermare il declino

SAN GIOVANNI IN FIORE Il 24 e 25 maggio prossimi San Giovanni in Fiore andrà al voto dopo avere perso quasi 4mila residenti dal 1981. I dati dei censimenti danno un quadro severo: 19.424 residenti nel 1981, 18.437 nel 1991, 17.266 nel 2001 e 16.313 nel 2011. Nel 2023 i residenti risultavano 15.710. Secondo le stime più recenti di Tuttitalia, il Comune conta 15.487 abitanti nel 2026. In particolare, dal 1991 la riduzione supera le 2.900 unità. Si tratta di un processo lungo, coerente e stratificato.
Una piramide dell’età rovesciata
La struttura per età, sulla base di elaborazioni recenti (Tuttitalia 2025), fornisce dettagli preoccupanti. Nel 2025 i residenti tra 0 e 4 anni risultano 526, quelli tra 5 e 9 anni 574, quelli tra 10 e 14 anni 656. Le classi tra 50 e 54 anni sono 1.111, tra 55 e 59 anni 1.297, tra 60 e 64 anni ancora 1.297. Gli abitanti tra 65 e 69 anni sono 1.202, tra 70 e 74 anni 947, tra 75 e 79 anni 805. L’indice di ricambio della popolazione attiva è 180,4. Ciò significa che per ogni 100 persone tra 15 e 19 anni ci sono oltre 180 persone tra 60 e 64 anni, cioè in uscita dall’età lavorativa. Siamo di fronte a una piramide dell’età rovesciata: pochi bambini, molte classi mature, una presenza di anziani ampia e destinata a crescere ancora nel prossimo decennio.
Nascite in calo ed emigrazione
Anche i movimenti naturali e migratori confermano questa direzione. Nel 2023 San Giovanni in Fiore partiva da 15.920 residenti al 1° gennaio e registrava 111 nascite e 173 decessi, con un saldo naturale di -62. Nello stesso anno, gli iscritti in anagrafe erano 144 e i cancellati 292, con un saldo migratorio di -148. Il saldo totale era pari a -210 residenti in 12 mesi. Urbistat ha calcolato per il quinquennio 2018-2023 una variazione media annua del -1,29 per cento e un’età media di 46,4 anni. In pratica, il Comune perde popolazione perché nascono pochi bambini e perché una quota notevole di persone si sposta, parte, emigra.
Gli anni Ottanta e la tenuta del sistema locale
Per capire meglio, occorre tornare agli anni Ottanta. Allora San Giovanni in Fiore era ancora stabile sul piano demografico. La cittadina beneficiava di alcuni fattori favorevoli: occupazione pubblica, allargamento dei servizi, forestazione, politiche per il lavoro giovanile, incremento della sanità locale. Oltretutto, l’ospedale aprì negli anni ’70 e venne potenziato nel decennio successivo. Ai tempi entrò nell’ordinamento la legge 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che allargò la presenza pubblica nella tutela della salute. In parallelo, la legge 285 del 1977 sull’occupazione giovanile alimentò strumenti di inserimento nel settore pubblico e parapubblico; in Calabria la forestazione assunse un peso crescente e arrivò su scala regionale a numeri altissimi: quasi 30mila unità, come di recente ricordato da Giuseppe Oliva al Corriere della Calabria (leggi qui). La funzione di quel sistema è stata economica e sociale in un tempo. I redditi determinarono la permanenza nel territorio e il sostegno alle famiglie mantenne i livelli di natalità.
Le riforme sanitarie e la riorganizzazione dei servizi
L’inversione radicale di tendenza maturò negli anni Novanta e si acuì dopo il 2000. Sul versante sanitario, il primo cambiamento è da ricondurre al decreto legislativo 502 del 1992, corretto dal decreto legislativo 517 del 1993. Con quella riforma il sistema cambiò impostazione: nacquero le aziende sanitarie locali e le aziende ospedaliere. Dunque, arrivarono i budget, i direttori generali, gli obiettivi economici e l’organizzazione per livelli di complessità. Il decreto legislativo 229 del 1999 ne consolidò l’assetto e insistette su livelli essenziali di assistenza, integrazione tra ospedale e territorio, programmazione regionale. In astratto, la riforma puntava a razionalizzare i servizi e ridurre i costi. Nei territori montani della Calabria, essa finisce per produrre un altro effetto. La concentrazione delle funzioni nei poli maggiori – prevista dalla nuova rete ospedaliera varata nel 2010 dal commissario del governo – e la pressione sui costi peggiorano la capacità dei presìdi periferici di rispondere ai bisogni di cura. In Calabria il declino si aggrava con i disavanzi sanitari e con il Piano di rientro, che porta limiti di personale, blocchi del turn over, tagli e riorganizzazioni irragionevoli; per esempio, nel Cosentino, con due stabilimenti ospedalieri fra Paola e Cetraro (a 20 minuti di macchina, nda) e due fra Corigliano e Rossano (a 15 minuti di macchina, nda), e nel Reggino, con la mancanza di un presidio ospedaliero in grado di coprire le necessità nella Piana di Gioia Tauro. Per San Giovanni in Fiore come per gli altri Comuni montani, l’effetto è una progressiva perdita della capacità di attrazione, una diminuita sicurezza per famiglie e anziani e una minore idoneità a trattenere la popolazione giovane.
Maastricht, vincoli di bilancio e territori montani
Sullo sfondo grava anche il quadro macroeconomico europeo. Il Trattato di Maastricht del 1992 introduce i parametri per deficit e debito che conducono verso la moneta unica. Il fatto non crea da sé lo spopolamento di San Giovanni in Fiore, che ha radici precedenti, ma modifica il contesto in cui lo Stato e le Regioni finanziano i servizi, il personale e gli investimenti. Pertanto, dal ’92 la manutenzione stradale diminuisce, i trasferimenti statali si assottigliano e i servizi comunali vengono coperti con nuove tasse chieste ai cittadini. Nel 2012 il Fiscal Compact e la legge costituzionale numero 1 del 2012 inseriscono il principio dell’equilibrio di bilancio nell’ordinamento italiano. Da allora la finanza pubblica ha vincoli ancora più stretti. Nelle aree montane, le conseguenze sono molto più pesanti rispetto alle città e alle aree forti. In montagna il costo dei servizi è più alto, la popolazione è dispersa, i tempi di collegamento sono molto lunghi e l’iniziativa privata incontra ostacoli maggiori. Si va insomma indietro, a partire dall’ambito sanitario, posto che l’ospedale civile aveva aperto i battenti negli anni ’70, allora gestito dall’Ente ospedaliero “San Giovanni in Fiore”, dipendente dal ministero della Sanità e il cui Consiglio di amministrazione (Cda, nda) si riunì per la prima volta il 22 dicembre 1975. Presieduto dal giornalista e storico Saverio Basile, l’ente era composto da sette consiglieri: sei espressione del Comune e uno dell’ente Provincia di Cosenza. All’epoca, il Cda dovette provvedere per un passaggio di posti letto da 69 a 160, con la seguente suddivisione: 50 in Medicina, 50 in Chirurgia, 30 in Pediatria e 30 in Ginecologia e Ostetricia, con nuovi servizi tra cui Pronto soccorso, Radiologia, Laboratorio analisi, Trasfusione, Poliambulatori. Dopo, con una legge regionale, all’ospedale vennero collegate le popolazioni dei paesi dell’alto Crotonese, con l’esclusione di Cotronei, Comune collegato con l’ospedale di Mesoraca, poi non entrato in funzione.
L’ospedale e il ruolo storico nel territorio
L’ospedale di San Giovanni in Fiore ha rappresentato per decenni un presidio sanitario e sociale fondamentale. La sua evoluzione segue le trasformazioni del Servizio sanitario nazionale e di quello regionale. La riduzione progressiva delle funzioni e delle risorse ha inciso sulla capacità del territorio di offrire servizi adeguati, contribuendo alla perdita di attrattività e alla crescita delle difficoltà per le famiglie e per gli anziani.
Un’economia diffusa e fragile
L’economia di oggi riflette la storia riassunta. OpenPNRR indica sul territorio comunale investimenti per circa 38 milioni di euro distribuiti tra scuola e ricerca, transizione ecologica, inclusione sociale, infrastrutture, impresa e lavoro, cultura e turismo, salute. Per parte sua, OpenCoesione mostra progetti importanti come la riqualificazione urbana per alloggi a canone sostenibile nel quartiere Olivaro da cinque milioni di euro, le borse di dottorato da quasi 2,9 milioni, il restauro e la valorizzazione dell’Abbazia Florense e di Jure Vetere da 2,5 milioni, oltre a interventi di edilizia sociale nel centro storico. Questi dati indicano che il territorio continua a vivere grazie alla spesa pubblica, ma senza costruire uno sviluppo autonomo e duraturo. Nella città silana vi è, inoltre, un tessuto economico diffuso, composto in larga parte da microimprese. Le fonti disponibili non offrono ancora una matrice completa per codice Ateco aggiornata a livello comunale. Tuttavia, convergono su un tessuto economico formato in gran parte da microimprese, con prevalenza del terziario, agricoltura e zootecnia ancora presenti, filiera del legno ridotta rispetto al passato, artigianato e agroalimentare con spazi di qualità, turismo con un potenziale rilevante. Nel dossier della Rete Rurale dedicato al Comune, San Giovanni in Fiore è classificato come territorio rurale, con una presenza significativa di agricoltura, agriturismo e servizi turistici; i materiali del Gal della Sila insistono sulla necessità di una rete tra imprese turistiche, agroalimentari e artigianali per accrescere competitività e valore aggiunto. Questa descrizione coincide con la realtà percepibile sul territorio: molte attività, quasi sempre piccole, spesso familiari, con una base locale ristretta e un mercato esterno ancora insufficiente.
La specificità della montagna
La specificità della montagna non può essere liquidata nella formula generica delle cosiddette «aree interne». La montagna presenta costi aggiuntivi: manutenzione del territorio, rischio idrogeologico, dispersione degli insediamenti, carenza di economie di scala, trasporti più difficili, stagionalità dell’offerta turistica, consumo di suolo che va governato con prudenza, esigenza di cura del bosco e della risorsa idrica. San Giovanni in Fiore, Comune vastissimo e ad alta quota, sopporta questi fattori ogni giorno. Pertanto, la risposta politica deve avere un impianto montano, non soltanto interno. C’è quindi bisogno di sanità prossima, viabilità costante, scuola accessibile, gestione forestale efficace, fiscalità differenziata, sostegno alle attività legate a bosco, agricoltura di altura, turismo climatico, sport, cultura naturalistica e anche religiosa, per la storia locale profondamente legata all’abate Gioacchino da Fiore e al monachesimo.
Che cosa può fare il Comune
È bene e utile, allora, offrire ai candidati a sindaco e agli aspiranti consiglieri comunali un elenco di questioni da affrontare o su cui spingere. I candidati a sindaco sono cinque, in ordine alfabetico: Marco Ambrogio, Antonio Barile, Giuseppe Belcastro, Luigi Candalise e Stefania Fratto. Il Comune può costruire una politica abitativa locale che rimetta in uso case vuote, immobili chiusi e patrimonio del centro storico, con incentivi comunali su tributi e canoni per giovani coppie, famiglie con figli, lavoratori che trasferiscono residenza e attività. Può organizzare un ufficio di progettazione che segua in modo stabile fondi europei, Pnrr residuo, programmi nazionali e regionali, così da trasformare i bandi in investimenti effettivi. Il Comune può semplificare procedure e tempi per nuove imprese, con uno sportello unico funzionante e la riduzione delle imposte locali nei primi anni di attività. Può puntare sui servizi per l’infanzia, su scuole dell’infanzia comunali, su trasporti scolastici e mense di qualità, perché la permanenza delle famiglie dipende anche da questo. Può rafforzare la promozione integrata di centro storico, Abbazia florense, Lorica, sentieri, prodotti tipici, eventi culturali e sportivi, così da allungare la stagione turistica e distribuire meglio la spesa. Può favorire spazi di coworking e connessioni digitali robuste per professionisti e lavoro da remoto. Può valorizzare la filiera corta, i mercati locali, i marchi territoriali e l’artigianato identitario. Soprattutto, può, al di là da chi dovesse vincere, dare continuità amministrativa e capacità tecnica, due condizioni senza le quali anche le buone idee rimangono sul piano teorico.
Il ruolo della Regione Calabria
La Regione Calabria ha responsabilità più grandi e incisive. Deve mettere in atto una vera politica per la montagna calabrese, con fondi pluriennali e criteri coerenti con i costi aggiuntivi dei Comuni di altura. Deve rafforzare la sanità territoriale e ridefinire il ruolo del presidio di San Giovanni in Fiore nella rete ospedaliera, in modo da assicurare una sicurezza clinica e una presenza professionale stabile, anche considerata la scadenza – 31 dicembre 2027 – dell’accordo per l’impiego dei medici cubani, che varrebbe trattenere in pianta stabile con apposita iniziativa dello Stato. La Regione deve rilanciare la forestazione come politica ambientale, economica e occupazionale, legandola alla cura del bosco, alla prevenzione degli incendi, alla manutenzione idraulica, alla filiera del legno, alla formazione tecnica, all’ingresso di giovani. Deve accompagnare l’agricoltura di montagna con un sostegno alla trasformazione, alla logistica, alla commercializzazione e ai consorzi. A vantaggio della Sila, la Regione Calabria deve investire sulla viabilità, attraverso programmazione, finanziamenti e indirizzo degli interventi, sostenendo Province e Comuni e definendo le priorità infrastrutturali. La Regione deve usare il Parco della Sila e le politiche turistiche regionali per creare ricadute economiche dirette sui Comuni, evitando che il territorio sia mera cornice senza filiere e senza reddito. Può farlo anche con strumenti di vantaggio per le imprese che assumono e investono in quota, con programmi speciali per i Comuni montani a forte decremento demografico.
Le responsabilità dello Stato
Lo Stato, da parte sua, deve uscire dalla logica dei bandi episodici e affrontare il tema come questione nazionale. Urge una legge organica per la montagna che superi la frammentazione attuale e riconosca ai Comuni montani uno statuto economico differenziato. Sono indispensabili fiscalità di vantaggio, decontribuzione per chi lavora e investe, sostegno assicurato ai servizi essenziali, finanziamento congruo di sanità, scuola, trasporti e connessioni digitali, criteri di riparto che tengano conto della dispersione territoriale e dei costi della montagna. C’è bisogno di una politica nazionale della casa nei centri in calo demografico, con recupero dell’esistente e incentivi all’insediamento. Ancora, va costruita una strategia per il lavoro pubblico nei territori fragili. È ovvio che, senza medici, insegnanti, tecnici, forestali e personale amministrativo, nessun Comune montano regge nel lungo periodo. Sullo sfondo insiste il tema della finanza pubblica: i vincoli europei e la loro traduzione interna hanno inciso tanto in negativo; una politica nazionale avveduta deve difendere margini di investimento e di spesa sociale nei luoghi in cui il mercato, da solo, non garantisce l’equilibrio territoriale.
Il punto politico
Il punto politico, alla vigilia del voto, è dunque questo. A San Giovanni in Fiore non servono slogan sul declino né descrizioni sentimentali, campanilismi, evasioni virtuali e fughe dalla realtà. La città ha bisogno di una lettura razionale dei dati, di priorità concrete e, come suggerito da Pietro Secreti, più volte sindaco della vicina Cotronei (Crotone), di una «visione del territorio come area vasta» e di un progetto di sviluppo correlato e coerente. La popolazione scende da oltre 30 anni. La piramide dell’età si è capovolta. Le nascite sono poche. I giovani partono. L’economia locale è composta da microimprese, spesa pubblica, agricoltura, servizi, turismo ancora da sviluppare. La montagna impone costi aggiuntivi e politiche specifiche. Spesso la politica non se n’è accorta o ha cambiato argomento e ha finito per buttarla in caciara. Se il prossimo sindaco e il prossimo Consiglio comunale sapranno leggere e interpretare questi dati, il voto del prossimo maggio potrà lasciare qualcosa di utile anche oltre la durata di una consiliatura. Se invece prevarranno la cronaca minuta e lo sguardo corto, San Giovanni in Fiore continuerà a perdere residenti, giovani, forza sociale, prospettive e forse anche speranze. (redazione@corrierecal.it)
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