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La favola del Catanzaro contro il calcio dei miliardi: a un passo dalla serie A dopo 43 anni

Il Palermo delle proprietà globali si è arreso a un progetto territoriale fondato su competenza e appartenenza. Grazie al calcio la città ha ritrovato se stessa e ora sognare è possibile

Pubblicato il: 21/05/2026 – 11:05
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La favola del Catanzaro contro il calcio dei miliardi: a un passo dalla serie A dopo 43 anni

CATANZARO C’è qualcosa di profondamente simbolico nel modo in cui il Catanzaro ha conquistato la finale playoff a Palermo. Non soltanto il risultato, ma il modo in cui è arrivata. Perché questa non è stata la solita partita del Catanzaro. Ed è proprio qui che si misura la crescita vera di una squadra.
Per lunghi tratti del “Barbera”, i giallorossi hanno rinunciato al loro calcio più istintivo, verticale e bello da vedere, scegliendo invece il sacrificio, il contenimento, la lettura dei momenti. Una partita diversa, quasi opposta all’identità che aveva accompagnato il Catanzaro per gran parte della stagione. Eppure, proprio questa capacità di cambiare pelle nel momento più delicato racconta forse il dato più importante della serata siciliana: il Catanzaro è una squadra matura. La sofferenza, stavolta, non è stata un limite. È stata una prova di consapevolezza. Perché contro un Palermo sorretto dal calore di uno stadio intero (privo di tifosi giallorossi) non bastavano entusiasmo e qualità tecnica: servivano equilibrio mentale, disciplina tattica e lucidità emotiva. E il Catanzaro ha dimostrato di possedere tutto questo.

Il calcio dei miliardi contro quello delle idee

Di fronte c’era una vera corazzata del campionato. Una società costruita per salire subito in Serie A, sostenuta dalla forza economica del City Football Group, la holding dello sceicco Mansur bin Zayd Al Nahyan che controlla club come il Manchester City e il New York City. Un progetto internazionale, potentissimo economicamente, nato nel 2022 con un obiettivo chiarissimo: riportare il Palermo nella massima serie. Eppure, ancora una volta, il calcio ha raccontato una storia diversa da quella scritta dai bilanci.
Perché Palermo-Catanzaro è stata anche la sfida fra due idee opposte di calcio moderno. Da una parte la forza di un network globale; dall’altra un progetto italiano, territoriale, calabrese, costruito con pazienza e identità. E il fatto che a spuntarla sia stato il Catanzaro assume inevitabilmente un significato che va oltre il campo.
In un calcio sempre più dominato da fondi, multinazionali e proprietà straniere, la favola giallorossa dimostra che esiste ancora spazio per le idee, per la competenza, per i progetti sostenibili ma ambiziosi. Servono visione, serietà e soprattutto la capacità di affidarsi alle persone competenti lasciando loro spazio senza alcuna interferenza. Floriano Noto, da questo punto di vista, rappresenta qualcosa di raro nel panorama calcistico italiano: un presidente profondamente legato alla propria terra, capace di coniugare passione e razionalità senza inseguire illusioni o scorciatoie.
Da quando Noto è al vertice della società, Catanzaro ha smesso lentamente di vivere nella nostalgia. Dopo anni di sofferenze, fallimenti sportivi, delusioni e promesse mancate, il club ha ricostruito sé stesso partendo dalle fondamenta. E oggi la città si ritrova improvvisamente a vivere un sogno che sembrava impossibile anche solo da immaginare qualche anno fa.
Non è un caso che la notte del ritorno da Palermo si sia trasformata in qualcosa di molto più grande di una semplice festa sportiva.
Centinaia di tifosi hanno accolto la squadra con un entusiasmo travolgente. Cori, fumogeni, bandiere, caroselli per le vie della città: Catanzaro aspettava da anni una notte così. Forse da generazioni. Per molti giovani tifosi, cresciuti tra campionati anonimi e continue amarezze, questo è il primo vero momento da ricordare e raccontare.
E in quella festa c’era tutto: la liberazione di una piazza che ha sofferto tanto, l’orgoglio identitario di una città spesso dimenticata dal grande calcio, ma anche la consapevolezza di essere finalmente tornati rilevanti. Catanzaro non vive soltanto un momento sportivo felice: sta riscoprendo sé stessa attraverso il calcio.

La partita di Aquilani e l’aggressione in tribuna

Anche sul piano tecnico e umano, la serata del “Barbera” lascia indicazioni enormi. Aquilani ha vinto la sua partita personale contro un maestro della categoria come Pippo Inzaghi. E non soltanto sul piano tattico. Il tecnico giallorosso ha letto perfettamente la gara, gestendo il vantaggio dell’andata con intelligenza e costruendo una linea difensiva compatta, capace di resistere alle avanzate rosanero. Ma soprattutto ha avuto il coraggio delle scelte.
I cambi di Pompetti per Iemmello e di Di Francesco per Liberali non sono stati semplici sostituzioni conservative: sono stati interventi coerenti con la lettura emotiva e tattica del match. Scelte lucide, quasi fredde, che raccontano la crescita di un allenatore arrivato tra dubbi e perplessità e oggi capace di portare il Catanzaro a un passo dalla storia.
L’abbraccio finale tra Aquilani e capitan Iemmello è probabilmente l’immagine simbolo della stagione. Dentro quel gesto c’è la trasformazione di un gruppo che all’inizio veniva guardato con scetticismo e che invece ha costruito credibilità partita dopo partita. C’è la forza di uno spogliatoio che ha saputo resistere alle pressioni e alle aspettative. E c’è soprattutto il legame profondo tra squadra e città.
Resta invece una macchia pesante quanto accaduto in tribuna con l’aggressione subita soprattutto dalla famiglia del direttore sportivo Ciro Polito. Le parole di Floriano Noto alla Gazzetta dello Sport hanno fotografato perfettamente l’amarezza del momento. «Polito – ha rivelato il presidente – ha dovuto accompagnare i suoi familiari in ospedale senza vedere più la partita. Anche alcuni steward negli spogliatoi hanno aggredito nostri giocatori. Da uomo del sud mi vergogno, abbiamo assistito a scene indecorose, in tribuna sono stati aggrediti la moglie e il figlio del ds Ciro Polito e altri tesserati, nonché i genitori di Aquilani con la madre del nostro allenatore in lacrime e spaventata».

Il sogno serie A dopo 43 anni

Adesso, però, il Catanzaro è davvero a un passo dalla storia. Dopo 43 anni, la Serie A non è più un ricordo sbiadito o un racconto tramandato dai padri ai figli: è una possibilità concreta.
Di fronte ci sarà un’altra potenza economica del calcio italiano, il Monza, oggi controllato dal fondo statunitense Beckett Layne Ventures dopo l’era Berlusconi che aveva portato i brianzoli dalla Serie C alla massima serie. Ancora una volta il Catanzaro dovrà confrontarsi con una realtà costruita per stare stabilmente ad altissimo livello.
Ma il punto, ormai, è un altro.
Questo Catanzaro ha già dimostrato che il calcio non appartiene soltanto ai grandi capitali. Appartiene ancora alle idee, alla competenza, all’identità e al coraggio. E comunque vada, la sensazione è che questa squadra abbia già restituito qualcosa di enorme alla propria gente: la possibilità di sognare di nuovo. (redazione@corrierecal.it)

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