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IL CASO INTERNAZIONALE

Medici cubani in Calabria, il caso finisce sul Washington Post. «Occhiuto resiste alle pressioni Usa»

Il reportage dell’Associated Press rilanciato dal quotidiano americano racconta il programma negli ospedali calabresi. Il governatore: «Ho bisogno di tenere aperti gli ospedali»

Pubblicato il: 09/07/2026 – 9:54
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Medici cubani in Calabria, il caso finisce sul Washington Post. «Occhiuto resiste alle pressioni Usa»

LAMEZIA TERME La Calabria, i suoi ospedali in difficoltà e i medici cubani diventano un caso internazionale. A raccontarlo è un reportage dell’Associated Press rilanciato dal Washington Post, che dedica un ampio approfondimento al programma avviato dalla Regione per portare professionisti sanitari da Cuba negli ospedali calabresi. Un programma che gli Stati Uniti vorrebbero fermare, ma che il governatore Roberto Occhiuto ha deciso di difendere. Il titolo scelto dal quotidiano americano è già una sintesi del caso: una regione italiana che sfida le pressioni degli Stati Uniti per mettere fine al programma dei medici cubani. Nel servizio si ricorda che oltre 200 professionisti sanitari arrivati da Cuba lavorano oggi negli ospedali della Calabria, la regione più povera d’Italia e da anni alle prese con una grave carenza di personale medico.

Gli ospedali senza medici

Nel reportage viene citato il caso dell’ospedale di Polistena, dove il primario Francesco Moschella racconta la situazione precedente all’arrivo dei medici cubani. «Era un disastro. Tenevo aperto il pronto soccorso da solo», dice all’Associated Press, ricordando i mesi prima dell’arrivo dei sanitari nel gennaio 2023. La Calabria viene descritta come una regione segnata dal divario con il Nord, da salari più bassi, disoccupazione più alta della media nazionale e da un sistema sanitario che, secondo il ministero della Salute, si colloca all’ultimo posto tra le venti regioni italiane per accesso alle cure pubbliche.
Il reportage ricorda anche i 17 anni di commissariamento della sanità calabrese, conclusi ad aprile, e il peso dei deficit di bilancio, degli scandali corruttivi e delle infiltrazioni mafiose sugli investimenti sanitari. Un quadro che ha contribuito alla fuga di molti giovani medici verso il Nord.

«Code anche di 12 ore»

Tra le testimonianze raccolte c’è quella di Zoila Yakelin Arevalo Cruz, specialista in medicina d’emergenza, arrivata a Polistena nel 2023. Il pronto soccorso in cui lavora registra circa 30mila accessi all’anno e sei medici cubani rappresentano metà del personale. La dottoressa racconta che, prima del loro arrivo, i pazienti potevano attendere anche otto o dodici ore. Oggi, spiega, in meno di un’ora riescono a essere visitati da un medico. Nel servizio viene sottolineato anche il rapporto creato con i pazienti, con la dottoressa ormai capace di parlare in italiano e di comprendere persino alcune espressioni del dialetto locale.

Le pressioni americane

Il cuore politico del caso riguarda però gli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha più volte criticato le missioni mediche cubane, definendole una forma di sfruttamento e una fonte di denaro per il governo dell’Avana. Secondo il Dipartimento di Stato, Washington sta condividendo informazioni con i Paesi partner sulle missioni cubane e sulle condizioni dei medici. Alcuni Paesi caraibici e centroamericani, ricorda l’Associated Press, hanno già interrotto la cooperazione con Cuba. La Giamaica ha chiuso un accordo durato 50 anni, mentre l’Honduras ha espulso più di 150 sanitari. Il Messico, invece, ha difeso il programma, sostenendo che garantisce cure essenziali alle comunità meno servite.

Occhiuto: «Devo tenere aperti gli ospedali»

Il reportage racconta anche il pressing diretto su Occhiuto. A febbraio, il chargé d’affaires statunitense a Cuba, Mike Hammer, è volato in Calabria insieme al console generale Usa a Napoli. Il confronto con il governatore sarebbe stato cordiale, ma il messaggio americano chiaro: sarebbe gradito il ricorso ad altre fonti internazionali di personale sanitario. Occhiuto, esponente di un partito con una forte tradizione anticomunista, viene descritto come un sostenitore inatteso del programma cubano. «Ho avuto pressioni anche durante l’amministrazione Biden, ma sono cresciute con Trump», afferma il governatore nel servizio. Il presidente della Regione spiega di aver ribadito agli interlocutori americani la necessità di mantenere aperti gli ospedali calabresi e di voler confermare nei loro posti i medici cubani già presenti in Italia. Occhiuto avrebbe anche detto di voler portare il numero dei sanitari cubani a circa mille, ma di essersi fermato per evitare ulteriori tensioni con Washington.

I contratti e le polemiche

Un altro punto centrale riguarda la struttura dell’accordo. La Calabria, spiega il reportage, non paga direttamente l’agenzia governativa cubana che gestisce le missioni mediche internazionali, ma firma contratti individuali con i professionisti e versa gli stipendi su conti bancari italiani. I medici intervistati dall’Associated Press spiegano però di inviare comunque una parte rilevante dello stipendio al governo cubano. Lo descrivono come un contributo volontario al Paese che li ha formati. «Non ci consideriamo affatto schiavi moderni», dice la cardiologa cubana Daisy Luperon Loforte, respingendo le accuse rivolte al programma. Occhiuto conferma inoltre che 63 medici cubani hanno chiesto di lavorare nel sistema sanitario calabrese in modo indipendente, fuori dal programma internazionale.

«Senza di loro l’ospedale avrebbe chiuso»

Nel reportage c’è spazio anche per la voce dei pazienti. Una residente, Maria Morano, racconta che i medici cubani sono preparati, empatici e umili. «Siamo fortunati che siano arrivati, altrimenti il nostro ospedale avrebbe chiuso», dice. Una frase che riassume il paradosso calabrese: una regione europea costretta a difendere davanti agli Stati Uniti l’arrivo di medici stranieri per garantire servizi essenziali nei propri ospedali. (redazione@corrierecal.it)

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