Dai ristoranti in Europa ai canali cinesi: così la ’ndrangheta ricicla i milioni del narcotraffico
La mappa del riciclaggio transnazionale legata ai clan della Locride. La centralità dei clan calabresi grazie a tre fattori chiave, nell’analisi del Ros

ROMA Un flusso costante di denaro contante che si muove lungo l’asse che collega la Calabria al cuore dell’Europa, per poi rimbalzare verso i paradisi fiscali o il Sud America, prima di essere ripulito in attività commerciali insospettabili. Milioni movimentati, che svelano un sofisticato sistema di riciclaggio dei narco-proventi. I capitali accumulati con il traffico internazionale di cocaina sistematicamente reinvestiti in attività imprenditoriali apparentemente lecite – tra cui ristoranti, bar e autolavaggi – dislocate non solo in territorio calabrese e a Roma, ma anche in Germania, Portogallo e Belgio.
Questa dettagliata analisi degli affari della ’ndrangheta emerge dall’analisi tracciata dal Comandante del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) dell’Arma dei Carabinieri, Vincenzo Molinese, nel corso di un’audizione dinanzi alla Commissione parlamentare Antimafia. Davanti ai parlamentari, il capo del ROS ha delineato i contorni di una minaccia transnazionale e ramificata, spiegando come le indagini più recenti rappresentino un modello d’azione metodologico che supera la logica del semplice contrasto.
La forza della ‘ndrangheta
L’analisi del Ros evidenzia come la ’ndrangheta mantenga una centralità assoluta nel narcotraffico grazie a tre fattori chiave: l’esistenza di stabili rapporti con esponenti di vertice dei cartelli sudamericani; la «costante disponibilità di team di esfiltratori operanti nei porti di Gioia Tauro contigui alle coste della Piana, indispensabili per quelle operazioni di narcotraffico basate sul metodo del cosiddetto rip-off»; e la continua ricerca di nuove rotte in concorso con la criminalità organizzata albanese per garantirsi importanti entrature nei porti del Nord Europa, come Rotterdam e Anversa. Una complessità operativa che, tuttavia, si scontra quotidianamente con le forti asimmetrie dei sistemi giuridici dei paesi esteri coinvolti, le cui differenti procedure investigative rappresentano tuttora una delle principali criticità per la cooperazione internazionale.
I risultati dell’inchiesta Eureka
Al centro del quadro informativo fornito alla Commissione c’è l’indagine “Eureka”, che Molinese ha indicato come punto di svolta metodologico: «Rappresenta a mio avviso un modello virtuoso di indagine perché non si è limitata ai sequestri di stupefacenti, ma è stata sviluppata nell’ottica della piena comprensione, del monitoraggio e delle dinamiche associative transnazionali e parallelamente sulle modalità di riciclaggio dei narco-proventi dell’intera filiera». Nell’esporre la dottrina investigativa del Raggruppamento, il Comandante ha chiarito l’inefficacia delle strategie basate esclusivamente sul blocco dei carichi di droga. «Il sequestro dello stupefacente o la distruzione del laboratorio o del sito di stoccaggio è la cura dell’effetto e non della causa», ha dichiarato il capo del Ros, ribadendo che la linea d’azione strategica deve essere «quella di disarticolare l’organizzazione criminale che origina il traffico».
Nel maggio 2023, il Ros e il Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a quattro collegate misure cautelari emesse a carico complessivamente di 108 indagati dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia. Contestualmente si è proceduto al «sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore complessivo di 25 milioni di euro circa», eseguito non solo in Italia ma anche all’estero, ed in particolare in Portogallo, Germania e Francia, tramite le procedure di congelamento previste dal regolamento europeo. Le accuse contestate a vario titolo vanno dall’associazione di tipo mafioso al traffico internazionale di cocaina, fino al riciclaggio e alla detenzione di armi. La rete degli arresti ha unito sotto un unico filo conduttore località italiane come Catanzaro, Milano, Roma, Genova e Cagliari a diversi Stati europei, tra cui Portogallo, Germania, Belgio, Spagna e Romania, spingendosi fino alla localizzazione di indagati in Brasile e in Australia.
L’inchiesta, nata nel 2019 da un’attivazione del canale Europol da parte della Polizia Federale del Belgio, ha svelato la persistenza di cellule dei clan di San Luca – con particolare riferimento alle storiche cosche Nirta-Strangio e Pelle-Vottari, nonché alle loro articolazioni interne – stabilmente insediate in territorio belga e capaci di dialogare direttamente con i grandi cartelli sudamericani, come il Clan del Golfo, per l’importazione di cocaina da Colombia, Ecuador, Brasile e Panama.
Il sistema
Indagini che hanno coinvolto famiglie della Locride, hanno dimostrato che per movimentare queste ingenti somme, i clan si affidavano a una doppia strategia finanziaria. Da un lato, l’utilizzo classico di “spalloni” che trasportavano il contante a bordo di autoveicoli dotati di doppi fondi, in particolare lungo la tratta che unisce la Calabria a Genk, in Belgio. Dall’altro, una modalità ben più complessa e globale che prevedeva l’ingaggio di autonomi circuiti criminali cinesi attivi nelle piazze di Roma, Milano, Napoli e in Olanda, con basi operative strategiche anche a Dubai. Questi ultimi erano specializzati nelle operazioni cosiddette di “pick-up money” a livello globale, un sistema di trasferimento speculare del denaro che permetteva di ripulire quasi 15 milioni di euro senza che i capitali dovessero transitare fisicamente sui canali bancari ordinari. (m.r.)
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