Cocaina tra Calabria e Sicilia, la caccia al carico da 1,9 tonnellate lasciato in mare e “soffiato” dalla Finanza – VIDEO
Sei arresti, tra loro i sidernesi Antonio Scarfò e Giuseppe Curciarello, quest’ultimo allo stato irreperibile. Secondo il gip avrebbero partecipato alle operazioni organizzate per recuperare la droga…
CATANIA Un carico di quasi due tonnellate di cocaina lasciato in mare, le coordinate necessarie per rintracciarlo e una destinazione finale indicata dagli investigatori: la Calabria. Attorno a quella partita di droga, recuperata e sequestrata dalla Guardia di finanza prima che potesse raggiungere terra, si sarebbero mossi uomini siciliani e calabresi, pescatori e motopescherecci. È il capitolo più imponente della seconda ordinanza cautelare dell’inchiesta “Abisso”, il procedimento che ha ricostruito una rete di traffici sviluppata tra Sicilia, Calabria e Malta. Il gip di Catania Anna Maria Cristaldi ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di sei persone: Mario Carmelo Cambria, detto “Melo”; Giuseppe Castagna, detto “Caddiddu”; Giuseppe Coniglione; Alfredo Titola e poi i due calabresi Giuseppe Curciarello, detto “Peppe”, originario di Locri e residente a Siderno, allo stato irreperibile, e Antonio Scarfò, detto “Paco”, di Siderno. L’ordinanza segue quella emessa il 28 maggio scorso nei confronti degli altri indagati e arriva dopo gli interrogatori preventivi celebrati il 23 giugno.
Il carico lasciato in mare
Il cuore dell’indagine riguarda 1.918 chili di cocaina trasportati dall’estero e abbandonati in mare davanti alle coste siciliane. Chi attendeva la droga avrebbe ricevuto le coordinate del punto nel quale era stata lasciata, così da organizzare il recupero e il successivo trasferimento. Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, dal 15 marzo 2023 le conversazioni intercettate restituiscono uno «stato di fibrillazione» tra gli indagati. Il carico doveva essere trovato rapidamente e per riuscirci sarebbero stati coinvolti uomini capaci di muoversi lungo il litorale e di uscire in mare. Gli investigatori seguono gli spostamenti, ascoltano le telefonate e ricostruiscono gli incontri. Al centro delle operazioni viene collocato Antonino Vasta, indicato come colui che avrebbe diretto la ricerca della cocaina. Alla partita di droga, annota il gip, sarebbe stato interessato anche il clan catanese Cappello-Bonaccorsi. Il piano, però, non arriva a compimento. Il carico viene individuato dalla Guardia di finanza, che sequestra quasi due tonnellate di cocaina. La sostanza, scrive il giudice, era stata acquistata all’estero e trasportata nei pressi delle coste siciliane, dove era stata lasciata in mare in un punto conosciuto dagli uomini incaricati del recupero. Una volta portata a terra, «avrebbe poi dovuto essere trasportata in Calabria».

L’arrivo dei calabresi in Sicilia
È in questa fase che assumono rilievo le posizioni di Giuseppe Curciarello e Antonio Scarfò. I due sarebbero arrivati in Sicilia per prendere parte agli incontri organizzativi e alle attività necessarie per localizzare la cocaina. Gli investigatori seguono il gruppo fino a uno stabile di via Villa Scabrosa, a Catania, e poi al ristorante “Il borgo di Federico”, in piazza Federico di Svevia. Sull’auto utilizzata da Scarfò viene installato un dispositivo Gps. Nel corso della giornata il mezzo torna ancora nello stabile e successivamente raggiunge l’abitazione di un altro indagato. Curciarello e Scarfò trascorrono la notte in un alloggio, accompagnati da Vasta. Nelle ore successive iniziano le perlustrazioni lungo il litorale catanese. Alle ricerche avrebbe partecipato anche Giuseppe Platania, mentre Vasta avrebbe già compiuto una prima uscita in mare. Il gruppo cerca una persona che lavori come pescatore. Servono imbarcazioni e uomini disposti a raggiungere il punto indicato dalle coordinate. Scarfò, secondo la ricostruzione, rientra in Calabria nel pomeriggio del 17 marzo, senza prendere parte alle successive operazioni marittime. Curciarello, invece, sarebbe rimasto e avrebbe continuato a interessare altri soggetti, ai quali sarebbe stato promesso del denaro per partecipare alle ricerche.

Il motopeschereccio “Aironne” e l’elicottero della Finanza
Nelle conversazioni intercettate Curciarello fa riferimento al nome “Aironne”. Gli accertamenti consentono alla polizia giudiziaria di collegarlo a uno dei due motopescherecci individuati nelle acque antistanti Pachino nelle fasi immediatamente precedenti al ritrovamento della cocaina. Per il gip, Curciarello avrebbe partecipato direttamente alle ricerche a bordo di un motopeschereccio. Durante la notte del 18 marzo, lui e Vasta discutono della possibilità di controllare anche gli scogli del litorale, partendo da Giarre: il timore era che il carico potesse essere rimasto incastrato tra le rocce. Vasta riferisce inoltre di avere contattato un’altra persona, chiedendole di uscire in mare. L’uomo, però, si sarebbe rifiutato dopo essersi accorto della presenza in volo dell’elicottero della Guardia di finanza. Poco dopo, il maxi-carico viene effettivamente individuato e sequestrato. Secondo il giudice, Curciarello, Platania e Scarfò, insieme agli altri indagati, sarebbero stati impegnati, con ruoli differenti, nel rintraccio e nel recupero della cocaina. Le intercettazioni e il sequestro, si legge nell’ordinanza, non lascerebbero dubbi sul loro interessamento all’operazione. Per Curciarello e Scarfò sono stati riconosciuti gravi indizi di colpevolezza. Non è stata invece ritenuta configurabile l’aggravante della transnazionalità, perché le indagini non avrebbero consentito di identificare i venditori della partita acquistata all’estero.
Sei custodie in carcere
Il gip ritiene attuale il pericolo di reiterazione per Cambria, Castagna, Coniglione, Scarfò, Titola e Curciarello. Quest’ultimo, tuttavia, non è stato rintracciato ed è allo stato irreperibile. Per il giudice, i sei avrebbero dimostrato una stabile operatività nel traffico di stupefacenti e la capacità di mantenere rapporti con soggetti inseriti nei diversi circuiti criminali. La custodia in carcere viene considerata l’unica misura adeguata. Secondo l’ordinanza, neppure gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico sarebbero sufficienti a interrompere i contatti o a impedire la prosecuzione delle attività illecite. Nessuna misura viene invece applicata a Giuseppe Platania, per il quale non viene ravvisato un pericolo attuale di reiterazione, né a Marcello Ferro, già detenuto per un altro episodio e successivamente affidato in prova ai servizi sociali. Analoga decisione per Santo Arena, che risulta ancora detenuto a Malta: il periodo trascorso in carcere e le dichiarazioni rese dopo l’arresto hanno portato il gip a escludere, allo stato, concrete e attuali esigenze cautelari. (g.curcio@corrierecal.it)
L’operazione:
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